Odessa, ora Ucraina

di ROBERTO DE GAETANO

Vasily Kandisky: Around the Circle, la mostra al Guggenheim di New York.

Mantenere la linea del tempo invertendone la direzione. Partire dalla fine e arrivare agli inizi. Minare alla base l’idea di crescita, di sviluppo, sostituendola con una prospettiva archeologica. Senza sposare di questa però i salti, gli scarti, le fratture (a cui Foucault faceva riferimento). È quello che vediamo nella mostra Vasily Kandinsky: Around the Circle al Guggenheim di New York, dove risalendo la rampa spiroidale passiamo dalle ultime opere degli anni quaranta fino ad arretrare alle prime prove del pittore russo, dove erano ancora presenti elementi figurativi. La spirale di Frank Lloyd Wright favorisce comunque anche il movimento inverso: percorsa in direzione discendente la cronologia si riallinea e lo spettatore può ripartire dall’inizio.

Le tappe della carriera di Kandinsky sono tutte segnate da geografia (Mosca, Berlino, Parigi) e da eventi storici (Prima guerra mondiale, nazismo), che contribuiscono a formare altrettanti periodi, esplicitamente marcati da spazi-tempi determinati. Costruttivismo, surrealismo, Bauhaus, tutti hanno contribuito a determinare lo specifico astrattismo spirituale di Kandinskij.

La linea, il punto, il cerchio definiscono una potenza di geometrizzazione che non è controllo razionale del mondo (e neanche tentativo di farlo), ma traduce attraverso la forma una intensità e potenza di vita, che emerge per esempio dalle immagini “embrionali” e “cellulari” – come in Capricious Forms del 1937 – che vengono a raccogliersi in forme che danno corpo e colore all’immagine del vivente. Non spingendola però verso un dinamismo formale dal carattere patetizzante (come il “protoplasmatico” in Ejzenštejn) ma trattenendola in una composizione grafica nella quale rientra composto il colore (pastello o meno esso sia).

Perché l’elemento grafico è già di per sé contrassegno di una forza, anche se è un elemento «scomposto», perché porta comunque in sé «forze primarie» (Kandinskij 1968, p. 8). Se partiamo dal punto, sappiamo che il punto «equivale ad uno zero» (ivi, p. 17). Ma questo zero è qualcosa da cui origina il mondo e il linguaggio stesso: «Il punto geometrico è il più alto e assolutamente l’unico legame fra silenzio e parola» (ibidem). È la nozione di elemento come una sorta di unità minima della composizione grafica a costituirsi come effetto della convergenza di due prospettive, una esterna l’altra interna: «Dall’esterno, ogni singola forma disegnata o dipinta è un elemento. Dall’interno, l’elemento non è quella forma stessa, bensì è la tensione interna che vive in essa» (ivi, p. 28).

In definitiva la forma contiene, compone e raccoglie quelle forze, anche contrapposte, che la attraversano, come si vede nelle forme circolari di Several Circles (1926), dove i cerchi di dimensioni e colori diversi fluttuano, in assenza di altre forme geometriche, su un fondo scuro operando una sintesi. Perché «il cerchio» – dice Kandinskij – «è  la sintesi di due grandi opposizioni. Combina il concentrico e l’eccentrico in una singola forma e in equilibrio». Il movimento rotatorio dei cerchi intorno ad un cerchio più grande sintetizza allo stesso tempo dinamismo e stasi.

Several Circles (1926)

Il geometrico compone dunque forze. La linea aggiunge al punto – cancellandolo – la direzione e dunque il movimento. E traduce, in forma sinestetica, anche le sensazioni di freddo (linea orizzontale) e quelle di caldo (linee verticali) attraverso la potenza della linea libera: «Nel passaggio graduale dalle orizzontali alle linee libere acentrali, la lirica fredda si trasforma in una linea sempre più calda, arrivando infine ad acquistare un certo sapore di drammaticità» (ivi, p. 70). La conquista della forma, la scomposizione geometrica del mondo, è l’approdo di una ricerca in cui la presunta semplicità degli elementi primi trattiene tutto un insieme di forze che vanno ben oltre la dimensione visuale. Esiste qualcosa come «il suono originario delle rette» (ivi, p. 68) o anche la «direzione» dei colori: «Il giallo e l’azzurro portano in sé le tensioni dell’avanzare e del retrocedere» (ivi, p. 63).

In uno dei quadri più belli in mostra, Striped (1934), l’alternarsi delle strisce verticali bianche e nere si intreccia con forme flessuose e linee ondulate che le tagliano. Contrassegni di un “biologico” che modula e attraversa lo striato. Linea ondulata e linea retta, strisce bianche e nere: l’intreccio determina complessità e ricchezza. La conquista dell’astrazione (dopo la partenza figurativa degli anni dieci) è per Kandinskij una conquista articolata per periodi, che si misura – come già detto – con diversi contesti culturali ed artistici, ma anche geografici (attraversamento continuo dell’Europa, e non solo). Una continua mobilità, un continuo spostamento, che non si sono mai tradotti e trasformati in una acquisizione realistica e differenziata di contenuti, ma in una ricerca formale capace di trasfigurarli e metabolizzarli.

Ma se l’eterogeneità culturale, geografica, storica (rivoluzioni e dittature), si è tradotta e spiritualizzata in una ricerca formale, ciò significa una cosa sola: che il debito che l’arte contrae con il reale non può essere pensato in termini di mero contenuto e per di più nazionalisticamente marcato. L’arte rielabora il mondo e il suo differenziarsi (anche tragico) nelle forme che trattengono e captano. E attraverso questo lavoro crea essa stessa un mondo: «La creazione di un’opera è la creazione del mondo», è una delle note affermazioni di Kandinskij.

Stupisce pertanto leggere in una delle didascalie della mostra un dettaglio anomalo relativo alla biografia di Kandinskij. Con riferimento alla città di Odessa, dove Vasily a quattro anni si trasferisce al seguito della famiglia e dove trascorre gli anni della sua adolescenza e della sua formazione, viene aggiunto «Now Ukraine».

La caratterizzazione specificamente nazionalistica di un luogo (o addirittura di un contenuto, come è avvenuto di recente per le danzatrici di Degas alla National Gallery) per rafforzare la legittimazione di artisti ed opere d’arte a partire dalla presente situazione di guerra colpisce perché sposta su un piano totalmente improprio e dannoso quello che è il tratto specifico della forma artistica: dare espressione ad un mondo in cui valori, pratiche, forme di vita, persino sensazioni, prendono corpo in un momento specifico e determinato (che include sì il carattere dei luoghi, ma non quello delle retoriche nazionaliste). Pensare di rideterminarli, riscriverli, ripertinentizzarli, magari cancellarli ad anni di distanza (la cosiddetta Cancel Culture), significa semplicemente continuare su un piano culturale quelle azioni di guerra da cui si vorrebbero prendere le distanze. Apporre etichette segnate ed orientate dalla propaganda del presente per rideterminare una immagine del passato è ciò da cui bisogna con decisione rifuggire.

La grandezza di Kandiskij ci mostra proprio questo: la sintesi di un insieme di valori, elementi, semi fertili, contenuti, che sono circolati in Europa in tutta la prima metà del Novecento, e che si sottraggono ad ogni etichetta nazionale, inscrivendosi nel lungo (e reversibile) percorso della forma e della ricerca dell’astrazione.

Riferimenti biblioografici
W. Kandinskij, Punto Linea Superficie, Adelphi, Milano 1968.

Vasily Kandisky: Around the Circle, 20 gennaio 2022 – 5 settembre 2022, Guggenheim New York.

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