Scrivere su mia madre per metterla al mondo

di ILARIA PIPERNO 

Una donna di Annie Ernaux

Una donna

Douhter Rite (Citron, 1980). 

Leggere i libri della scrittrice francese Annie Ernaux, tutti editi in Italia grazie a L’orma editore e magistralmente tradotti da Lorenzo Flabbi (suo co-editore, vincitore del Premio Stendhal per la traduzione 2018), ci ha abituato a una solida e inflessibile grandezza. È una grandezza fatta di minuzie, che prende vita in zone marginali della Francia, fra oggetti quotidiani, professioni ordinarie o umili, una grandezza che sboccia fra operai, piccoli commercianti, insegnanti. Non fa eccezione il bellissimo Una donna, recentemente pubblicato dalla medesima casa editrice, dedicato alla narrazione della malattia e morte della madre e al suo confronto con lei.

La scrittura di Ernaux, che in passato lei stessa ha voluto definire “semplice” ma che semplice non è affatto, è una scrittura in cui ogni parola brilla, acuminata, lucida, argentea ed entra a piccoli passi, con verità, nel cuore e nella storia degli uomini. Ogni piccolo passo verso la comprensione nei suoi libri è una parola e proprio quella parola, nessun’altra, è quel puntello imprescindibile nel portare a compimento il progetto letterario di una scrittrice che vive la propria scrittura mentre le dà corpo: «all’inizio ho creduto che avrei scritto in fretta. In realtà passo molto tempo a interrogarmi sull’ordine delle cose da dire, la scelta e la disposizione delle parole, come se esistesse un ordine ideale, l’unico capace di restituire una verità su mia madre – ma non so in cosa consista −, e nel momento in cui scrivo non conta nient’altro per me che la scoperta di quell’ordine».

Libri come Una donna, ma anche Il posto, dedicato alla morte del padre, Gli anni, Memoria di ragazza, mémoire sulla propria adolescenza, L’altra figlia, ovvero il racconto della scoperta e del confronto con una sorella nata ma deceduta prima della sua nascita, impongono una relazione stringente − e struggente − tra letteratura ed esistenza personale, dell’autrice e di ogni individuo, nell’aspirazione a sottomettere la propria esistenza a una prova impervia, quasi feroce, che travalica la vita, e forse anche la letteratura: far emergere le trame della storia, della società, del sistema, dai particolari minuti eppure così qualificanti di ogni singola vita. L’adolescenza, la propria famiglia, la malattia, la nascita, la morte, il sesso, il matrimonio, le classi sociali ed economiche trovano spazio in una narrazione sinestetica in cui ogni parola è corpo analitico, ovvero funzionale a un’analisi che investe il privato e il sociale nell’idea che l’uno non sia definibile senza l’altro, che il legame tra corpo personale e corpo della storia sia, fin nei più minimi dettagli, intimamente collegato, lì dove la quête individuale si fonde con quella collettiva.

Una donna

Un’ora sola ti vorrei (Marazzi, 2002).

La grandezza di Ernaux sta nel far rifulgere entrambi attraverso una scrittura che è vissuta e storicizzata nel momento in cui viene scritta:

cerco di non considerare la violenza, gli eccessi di tenerezza, i rimproveri di mia madre soltanto come tratti peculiari del suo carattere, ma di situarli all’interno della sua storia e della sua condizione sociale. Questa maniera di scrivere, che mi pare andare nella direzione della verità, mi aiuta a uscire dalla solitudine e dall’oscurità del ricordo individuale tramite la scoperta di un significato più generale.

 

«Mia madre è morta lunedì 7 aprile nella casa di riposo dell’ospedale di Pontoise, dove l’avevo portata due anni fa. Al telefono l’infermiere ha detto. “Sua madre si è spenta questa mattina, dopo aver fatto colazione”. Erano circa le dieci.» Inizia così Una donna, e anche in questo titolo è racchiuso tanto della poetica di Ernaux: i titoli dei suoi libri sono così impunemente anonimi da essere profondamente universali, i titoli dei suoi libri includono tutte le donne, tutte le ragazze, tutte le figlie, tutti gli anni, tutti i posti, sono titoli-archetipi.

La narrazione apparentemente cronachistica è in verità profondo incardinarsi nella memoria e nella volontà di capire di più grazie alla scrittura, quel di più che definisce ogni singola vita, ma che ricerca anche l’archetipo, appunto, che storicizza e che esprime anche ciò che di mitologico incarna una donna, una madre:

ciò che spero di scrivere di più esatto si situa probabilmente all’intersezione tra famigliare e sociale, tra mito e storia. Il mio progetto è di natura letteraria, poiché si tratta di cercare una verità su mia madre che può essere raggiunta solo attraverso le parole. (Una verità, dunque, che non mi può essere data né dalle foto, né dai ricordi, né dalle testimonianze dei parenti).

 

Una donna

Tutto parla di te (Marazzi, 2013).

È allora necessario un atto di assoluta sincerità, per cercare la bambina che è stata prima di essere una donna, una bambina con un’infanzia trascorsa nella regione dov’è nata, l’Alta Normandia: «l’infanzia di mia madre è pressappoco questa: un appetito mai sazio»; da ragazzina, poi, «lo studio le è scivolato addosso senza accendere alcun desiderio. Nessuno “spingeva” i propri figli a studiare, bisognava “avercelo dentro”, e la scuola era soltanto un periodo da trascorrere in attesa di non essere più a carico della famiglia»; quella bambina è divenuta poi una ragazza che lavora, poi una donna e una moglie: «si sono sposati nel 1928. Sulla foto del matrimonio lei ha un viso regolare da madonna, pallido, con due riccioli tirabaci, sotto un velo che le stringe la testa e scende fino agli occhi». Nel ripercorrere la vita di una donna, che è stata bambina, ragazza, poi moglie, madre e quindi nonna, si mostra il centro gravitazionale della scrittura di Ernaux: perché una donna è divenuta proprio quella donna e poi proprio quella madre. «Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo».

Ma Ernaux, in questo libro, fa qualcosa di ancora superiore, se possibile. In epigrafe a Una donna si leggono queste parole di Hegel: «c’è chi dice che la contraddizione non si può pensare: ma essa nel dolore del vivente è piuttosto una esistenza reale.» Ad Annie Ernaux si deve una grandezza certamente letteraria, ma non soltanto, una grandezza così semplice eppure così imprescindibile e preziosa: saperci far avvicinare al dolore senza sentirci soli.

Riferimenti bibliografici
A. Ernaux, Il posto, L’orma editore, Roma, 2014.
Id., Gli Anni, L’orma editore, Roma, 2015.
Id., L’altra figlia, L’orma editore, Roma, 2016.
Id., Memoria di ragazza, L’orma editore, Roma, 2017.
Id., Una donna, L’orma editore, Roma 2018. 

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