Sulle tracce di Lacan

di VALENTINA GALEOTTI

Tracce del sintomo. I seminari di Lacan a cura di Chiara Massari.

Quando si ha l’opportunità di apprestarsi ad entrare in un museo/galleria/spazio dove è presente l’arte contemporanea, lo spettatore non ha, molto spesso, la più pallida idea di cosa si troverà davanti.

Già nel momento in cui si varca la soglia del museo, lo spazio ampio, le opere dislocate senza un percorso prestabilito, dove ognuna si connota per quell’oggetto ripetuto che diventa poi elemento distintivo, le stesse opere impongono al visitatore una percezione di disorientamento, una vertigine prodotta, forse, dall’imprevedibilità di ciò che verrà dopo.

Cosa accade poi in modo del tutto inspiegabile? Il desiderio non si esaurisce, anzi proprio questa perdita di equilibrio, con l’urto che un’opera piuttosto che l’altra provoca, fa sì che si continui a procedere per trovarsi pervasi da suggestioni non previste. La successione non è prevista, è tortuosa,  labirintica, alcune volte addirittura “rizomatica”, per dirla con Deleuze. E questa struttura fa sì che il pensiero associativo, après coup, si metta all’opera.

Questo è l’effetto che si ha quando ci si avvicina all’insegnamento di Jacques Lacan. In che modo tentare di approcciare un pensiero così ricco che tanto si è trasformato, mutato in forme non sempre continuative ma, anzi, divergenti e  disgiunte?

Questo piccolo volume a cura di Chiara Massari, Tracce del sintomo. I Seminari di Lacan, che inaugura la nuova collana Leggere Lacan diretta da Alex Pagliardini – si schiera con convinzione dalla parte dell’esplorazione delle tracce, delle tracce del sintomo appunto. Uno dei modi per farlo è stato raccogliere, in continua tensione, il contributo di dieci autori, tra psicoanalisti e filosofi, ognuno su un seminario di Lacan. Dieci autori, dunque, per dieci seminari. L’effetto è molto interessante. Innanzitutto per il significante “tracce” nel titolo. Le tracce di cui qui sembrerebbe parlarsi non sono tracce depositate, impolverate, da rinvenire come le rinviene l’archeologo con il pennello, sembrerebbero piuttosto tracce individuate nel loro scriversi, nel loro farsi. Terrei pertanto il termine archeologia accostato al “germinativa”, per dirla con Recalcati.

Quando Barthes parla del ductus lo fa dicendo che esso è importante perché è «un fatto di produzione, non una forma di prodotto; e inoltre perché rappresenta l’inserzione, dal vivo, del corpo nella lettera; perché infine questa inserzione è codificata. Il ductus è il gesto umano nella sua ampiezza antropologica: là dove la lettera manifesta la sua natura manuale, artigianale, operativa e corporea». Questa sembra essere l’accezione delle tracce intese in questo libro, dove il concetto di sintomo è girato, rovesciato, interrogato così come lo stesso Lacan lo ha girato, rovesciato, interrogato. Incessantemente, nel suo farsi appunto.

Dal significante tracce del titolo si arriva ad un secondo punto, altrettanto significativo, ossia la pluralità delle voci. Per voci non si intende la dimensione fonatoria, ossia il suono emesso per comunicare un messaggio. La voce qui chiamata in causa è la voce appunto foriera di perturbante e di ignoto e l’assunzione del “rischio” speculativo che un libro “a più voci”, appunto, comporta. Un rischio corso e qui felicemente abitato.

Questo tratto è distinguibile tra un autore e l’altro e conferisce al testo una ricchezza particolare, rendendolo, proprio come una visita ad un museo di arte contemporanea, imprevedibile nel suo leggersi, nel suo scorrersi, nel suo esperirsi. Il libro include sia riferimenti rigorosamente “scolastici” tramite citazioni, richiami, spunti, sia interpretazioni vere e proprie.

È possibile notare come in alcuni autori più di altri non sia mai definito il limen tra il sintomo del senso (metafora, desiderio) e il sintomo del fuori senso (lettera, godimento). Come se, fin dall’inizio in Lacan, si intravedesse la presenza della ripetuta simultaneità e dell’annodamento di queste due dimensioni del sintomo. Interessanti a questo proposito gli spunti sollevati dalla lettura del Seminario I, dove si parla di «istante fotografico del simbolico», così come nella lettura del Seminario II, dove questo istante diventa «vibrazione armonica». Su questa linea, troviamo anche il sintomo prodotto da “esito”, “taglio”, “battito”, “accadere”, “istante vita morte”, “caduta”, declinazione rispetto alla quale sono decisivi i contributi relativi a molti dei Seminari (IV-VI, IX-X). Così come troviamo il sintomo “linguaggio” nel contributo sulla psicosi e autismo nel Seminario III. Ma cosa stanno ad intendere questi significanti? Una delle risposte possibili parrebbe essere che una dimensione non è pensabile senza l’altra. In ogni battito c’è l’impossibilità e la potenza, in ogni foto c’è la luce e il graffio e così via per gli altri significanti.

Le due dimensioni, difficili da annodare, chiedono esse stesse l’annodamento che le caratterizza. Degno di nota in proposito il finale «a cantiere aperto», così come sollevato da Chicchi, sul Seminario X, nel quale l’annodamento tra le due dimensioni del sintomo si fa palpabile con le parole di Lacan: «L’unica via su cui il desiderio possa rivelarci ciò in cui dovremo riconoscerci – l’oggetto a in quanto, al termine, termine sicuramente mai raggiunto, è la nostra esistenza più radicale – si apre solo se si situa a nel campo dell’Altro».

Concludiamo ancora con Lacan:

Per darvi il tono della traccia in cui spero di proseguire il mio discorso quest’anno, vi offro come primizia – leccatevi i baffi – il titolo del seminario che terrò nello stesso luogo dell’anno scorso, grazie ad alcune persone che si sono gentilmente adoperate per conservarcelo. Si scrive così. Anzitutto tre puntini, Poi una o e una u. Al posto dei tre puntini metterete quello che vorrete, lo affido alla vostra meditazione. Questo ou è quello che in latino si chiama chiama vel oppure aut. A cui si aggiunge pire. E si ottiene… ou pire.

Riferimenti bibliografici
J. Aleman, L’inconscio e la voce, Et al. S.r.l., Tavullia (PU) 2009.
R. Barthes, Variazioni sulla scrittura, Einaudi, Torino 1999.
J. Lacan, Il mio insegnamento e Io parlo ai muri, a cura di A. Di Ciaccia, Astrolabio, Roma 2014.
Id., Il Seminario. Libro X. L’angoscia (1962-1963), cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2007.

Chiara Massari, Tracce del sintomo. I Seminari di Lacan, Galaad 2021.  

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