“Eat at a local restaurant tonight. Get the cream sauce. Have a cold pint at 4 o’clock in a mostly empty bar. Go somewhere you’ve never been. Listen to someone you think may have nothing in common with you. Order the steak rare. Eat an oyster. Have a Negroni. Have two. Be open to a world where you may not understand or agree with the person next to you, but have a drink with them anyways. Eat slowly. Tip your server. Check in on your friends. Check in on yourself. Enjoy the ride”.
Quello che su internet circola come il manifesto della poetica esistenziale di Anthony Bourdain, un decalogo che sintetizza la sua postura nei confronti del mondo, la sua vorace curiosità, lo sguardo prensile rivolto a un altrove da inseguire e da divorare, non è una reale citazione di Anthony Bourdain. Si tratta, invece, di un insieme di frasi inventate da un fan, combinando alcuni degli archetipi della figura divistica di Bourdain – la passione per il Negroni –, i ricordi da lui stesso condivisi nei libri, in particolare nel memoir Kitchen Confidential – la prima ostrica; la bistecca sempre al sangue –, e particolari inventati, alcuni riecheggianti il tono, lo stile, l’etica dello chef-scrittore – la pinta alle 4 del pomeriggio, l’invito a frequentare ristoranti locali –, altri del tutto disallineati con il profilo autoriale, non privo di una certa cinica ruvidezza, a cui Bourdain ha dato forma con i suoi libri, i programmi televisivi e i numerosi progetti editoriali.
La citazione, per quanto facilmente verificabile nella sua natura apocrifa – il temperamento autodistruttivo di Bourdain è fin troppo noto perché non si percepisca come stonato il suggerimento a “check in on yourself” –, è avvertita come così aderente allo spirito di Anthony Bourdain, così vicina a tante delle icastiche considerazioni da lui stesso formulate, da aver conosciuto una diffusione capillare: è stampata sulle t-shirt; affissa in forma di poster in bar e ristoranti – gli stessi luoghi dove la mitologia di Bourdain diventa culto –; ma soprattutto è ovunque sui social.
Nella mediasfera contemporanea, affollata in modo ipertrofico da contenuti sul food, la figura di Bourdain – deceduto nel 2018 –, non solo è sopravvissuta ai vari trend e alle mode passeggere, ma si è imposta, sempre più presente, proprio in quanto espressione di un modo di esperire e raccontare il cibo che ha molto a che fare con la cultura, con la componente umana e relazionale dietro al piatto, in definitiva con l’autenticità dell’esperienza, ponendosi così agli antipodi della maggior parte delle narrazioni dei foodie online. La schiettezza di Bourdain, il suo caustico umorismo, la sua struggente e dolente umanità hanno suscitato un senso di intimità, di vicinanza e protezione, da parte di un pubblico nuovo, che l’ha conosciuto online, andando a ingrossare le file di una già vastissima comunità di fan.
Quando sono uscite le prime notizie intorno al biopic Tony diretto da Matt Johnson per A24, ispirato ai primi capitoli di Kitchen Confidential e ambientato nell’estate del 1975 a Provincetown, dove il giovane Anthony – interpretato da Dominic Sessa – si confronta per la prima volta con l’ambiente estremamente testosteronico e piratesco delle cucine professionali, da cui finirà inevitabilmente sedotto, i fan, soprattutto nei gruppi Reddit, hanno espresso tutta la loro disapprovazione con una serie di lunghi e rabbiosi rant polemici, riassumibili nell’affermazione: Tony avrebbe odiato tutto questo.
Il film arriva in un momento di particolare reviviscenza dell’interesse per la figura di Bourdain, un interesse, come si è detto, mai del tutto offuscato: nel 2021 è uscito il documentario Roadrunner: a Film About Anthony Bourdain che ha sollevato diverse perplessità intorno all’uso dell’intelligenza artificiale per replicare e riprodurre la voce di Bourdain; nel 2025 Laurie Woolever, storica assistente e confidente del TV chef, ha pubblicato il suo memoir Care and Feeding, in cui, tra le altre cose, racconta di cosa voglia dire lavorare a fianco di una personalità così larger than life; e poi l’uscita l’anno scorso dell’antologia The Anthony Bourdain Reader che raccoglie i suoi pezzi più celebri e numerosi inediti; la riedizione di Kitchen Confidential, con una nuova introduzione di Irvine Welsh, che ne celebra i venticinque anni; l’annuncio della serie animata Get Jiro, diretta da Rick Morales e in uscita a ottobre su HBO Max, basata sul fumetto omonimo scritto da Anthony Bourdain e Joel Rose, illustrato da Langdon Foss e colorato da José Villarrubia, che immagina, in un futuro non troppo lontano, una Los Angeles dominata dagli chef, temuti e venerati come divinità da clienti che verserebbero sangue pur di accaparrarsi un tavolo nei loro ristoranti.
In un panorama così connotato e con una personalità così proteiforme come quella di Bourdain, la cui eredità si è presto trasformata in una devozione fideistica, sono comprensibili, per quanto discutibili, alcune delle scelte assunte dalla produzione di Tony: la decisione di allontanarsi dagli schemi tipici dei biopic contemporaneo che ripercorrono, spesso con finalità mitopoietiche, l’evoluzione di tutta la vita, soprattutto dei momenti più drammatici, della figura di cui si occupano; l’aderenza mimetica assoluta tra attore e personaggio, di cui l’interprete replica tutti i vezzi; la ricerca filologica puntuale che riproduce in maniera fedele gli ambienti, gli oggetti, le vibe di un periodo. Il fatto che queste direzioni siano spiegabili non le rende, però, meno deludenti. L’idea di ambientare il film nell’estate del ’75, quando Tony è ancora giovane e pieno di velleità, non può non essere letta come un tentativo di sottrarsi all’impresa titanica di confrontarsi con quello che Anthony sarebbe poi diventato: istrionico, carismatico, trendsetter ma anche autodistruttivo, saturnino, oscuro.
Un po’ di oscurità c’è, a ben vedere, nell’interpretazione di Sessa, ma si tratta più di una cupezza post-adolescenziale, di un’insoddisfazione e un’irrequietezza giovanili, universalizzate al punto da non rendere affatto riconoscibile il personaggio, l’uomo che c’è dietro. Questo è il vero limite del film: sembra che Johnson sia così spaventato dall’idea di finire nelle strettoie del solito biopic, da aver realizzato un film ambiguo, in cui Anthony Bourdain scompare, o meglio appare a tratti, in quegli accenni di insolenza sfrontata e rabbiosa di cui sopra, un film che è così strutturato sui topoi del coming-of-age romance – l’inseguimento di una ragazza, le feste del college con le prime ubriacature, il rito di passaggio finale con cui si approda all’identità adulta – da rendersi indistinguibile da tanti altri – lo stesso Johnson ha dichiarato che si tratta di una “interpretazione” di alcune parti di Kitchen Confidential e della vita stessa di Bourdain per come lui l’ha raccontata. Quello che arriva allo spettatore – non solo al fan più affezionato – è un prodotto confezionato, eccessivamente patinato, ammantato di una zuccherina patina da feel-good movie che lo distanzia in modo irritante sia dalla marginalità che Tony vive in quegli anni, sia dalla marginalità della stessa Provincetown, un luogo diventato negli anni ’70 rifugio sicuro di artisti, comunità queer, hippie, criminali, spazio per possibilità di vite alternative, in cui l’eccentricità non era solo tollerata ma ricercata, in cui poteva capitare di vedere Norman Mailer e Robert Motherwell ballare con i pescatori locali.
Al netto di queste considerazioni, non sono sicura che Tony avrebbe davvero odiato la versione di sé che emerge dal film. Quello di cui sono piuttosto certa, invece, è che non avrebbe di certo apprezzato la riduzione dell’identità a brand e a merce operata dalle strategie di comunicazione di A24: la pagina Instagram dedicata, il libro, intriso di nostalgia, Happier, Stupider Times, che appare solo come l’ennesimo tassello dell’ecosistema mediale che la casa di produzione costruisce ormai intorno a molti dei suoi film, in questo caso in forma di un coffee table book patinato, ricco di un apparato fotografico che restituisce un’immagine in toni pastello, quasi disneyiana di Provincetown, ben lontana dalla torbida e sordida bohème che lo stesso Bourdain tratteggia con attenzione in Kitchen Confidential.
Trovare su Vinted, rivenduto a 40 dollari, uno di quei contenitori di plastica da deli che nelle cucine americane vengono usati anche come bicchieri, brandizzato A24, segnato da una striscia di tape rosso con “TONY” scritto a mano – parte del merch del film –, questo sì che Tony lo avrebbe odiato.
Tony. Regia: Matt Johnson; sceneggiatura: Todd Bartels, Lou Howe, Matt Johnson, Matthew Miller; fotografia: Michael Bauman; montaggio: Curt Lobb, Robert Upchurch; musiche: Jay McCarrol; interpreti: Dominic Sessa, Antonio Banderas, Emilia Jones, Leo Woodall, Stavros Halkias, Monica Raymund; produzione: A24, Star Thrower Entertainment, Zapruder Films; origine: Stati Uniti d’America; durata: 106′; anno: 2026.