L’animale ci guarda

 di  FELICE CIMATTI

The War – Il pianeta delle scimmie di Matt Reeves. 


il pianeta delle scimmieThe War – Il pianeta delle scimmie del regista Matt Reeves è contemporaneamente un western, un film di argomento biblico e una specie di favola ecologica. La storia, come sempre, non è importante, anche perché sono ormai molti i film, le serie tv e i romanzi ispirati più o meno direttamente all’originale Planet of the Apes del 1968 (a sua volta ispirato dal romanzo del 1963 La Planète des singes, dello scrittore francese Pierre Boulle), e tenere conto delle loro trame incrociate è sempre più complicato.

Al centro del film c’è uno sguardo, quello di Cesare, lo scimpanzé parlante a capo della comunità delle scimmie in lotta contro i superstiti del genere umano. Il tema dello sguardo animale è diventato, dopo il libro di Jacques Derrida, L’animale che dunque sono, la più importante questione etico-filosofica del nostro tempo. Derrida, in fondo, non fa che ammettere che quello di un animale non umano è uno sguardo legittimo come qualunque sguardo umano. Se un gatto – questo è l’animale di cui parla Derrida – mi guarda, il suo sguardo è uno sguardo autentico, i suoi occhi, come quelli di un essere umano, sono occhi che vedono, osservano, pensano, forse giudicano. Se si ammette che quello sguardo conta, allora improvvisamente il mondo umano si scopre piccolissimo, perché il mondo vivente non è altro che un’infinita trama di sguardi incrociati. Dopo Derrida, nessuno può più sostenere che il nostro sguardo, neanche quello del filosofo, conti più degli altri sguardi.

Rovesciando il titolo di un celebre libro dello scrittore e artista John Berger, Why Look at Animals?, il problema non è più del tipo: perché non possiamo non guardare gli animali? Quanto: perché ci guardano? Che vedono, di noi, che noi non riusciamo a vedere? Il film di Matt Reeves ce lo dice in tutti i modi, ce lo fa addirittura leggere, in una sequenza in cui su una parete di una galleria compare la scritta tracciata da un pennello frettoloso, “APE-POCALYPSE NOW”; perché stiamo distruggendo la vita sul pianeta (Kolbert 2014) e dopo di noi, finalmente, la terra tornerà agli animali.

Il cuore del film, allora, è lo sguardo di Cesare (interpretato da Andy Serkis), che ci guarda sconsolato, perché vorrebbe la pace, ma gli esseri umani non sanno che cosa sia, la pace. Perché Homo sapiens vuol dire guerra. Soprattutto vuol dire guerra civile, perché la vera guerra che viene mostrata nel film è quella fra i superstiti della specie umana, che continuano ad ammazzarsi anche quando sono ormai quasi estinti. Matt Reeves (insieme allo sceneggiatore Mark Bomback, di cui ricordiamo il lavoro per GodsendIl male è rinato, un film del 2004 diretto da Nick Hamm, storia d’orrore di un bambino clonato) vuole farcelo capire a tutti i costi, che siamo noi umani la malattia del mondo, e così nella scena che precede la conclusione biblica del film fa morire i soldati in guerra travolti da una gigantesca valanga. La natura ferita alla fine si vendica.

Ma che il film in qualche modo abbia a che fare con Derrida ce lo mostra anche un altro dettaglio: i pochi umani sopravvissuti al terribile virus che ha reso parlanti le scimmie e rende invece muti gli esseri umani. Da Aristotele in poi è il linguaggio che divide l’animale parlante (zóon logòn échon, “animale che possiede la parola”) dagli altri viventi. Perché l’essere umano smetta di distruggere il pianeta deve anche rinunciare al suo privilegio, che è anche la sua condanna: il linguaggio. La prima donna della nuova specie umana, post-linguistica e quindi post-umana, è così una bambina muta, che ovviamente non può chiamarsi che Nova (interpretata da Amiah Miller).

il pianeta delle scimmie

Ora, siccome Matt Reeves non è convinto delle capacità di comprensione del suo pubblico (si tratta di un punto interessante che meriterebbe qualche ulteriore riflessione: cosa si aspetta un regista di Hollywood dai suoi eventuali spettatori?), ad un certo punto della storia, le scimmie della comunità capeggiate da Cesare sono imprigionate in quello che sembra un lager nazista, in particolare quello di Mauthausen, in Austria. Come a Mauthausen, infatti, le scimmie sono condannate al supplizio di portare pesantissimi pietroni in cima ad una ripida scalinata, per poi lasciarli rotolare in basso (la storia della “scala della morte” del lager di Mauthausen è raccontata da Christian Bernadac, figlio di un sopravvissuto, in Les 186 marches). Il parallelo esplicito è fra gli animali non umani e gli ebrei uccisi a milioni nei campi di sterminio (il riferimento è a Un’eterna Treblinka, il terribile saggio dello scrittore e animalista Charles Patterson del 2002, basato proprio sul parallelo fra l’Olocausto e la strage degli animali non umani nei mattatoi industriali).

Ma il film, dicevamo, è soprattutto un western biblico. Perché dopo che gli ultimi umani impazziti sono stati eliminati dalla valanga di neve e roccia innescata dall’immensa esplosione di un deposito sotterraneo di munizioni, Cesare-Mosè conduce la sua animalità liberata verso la terra promessa. Una terra che, ovviamente, non potrà calpestare, perché morirà quando è in vista della valle tanto agognata, così come succede a Mosè, che dal monte Nebo osserva dall’alto la terra promessa (qui nel film del 1956 di Cecil B. DeMille I dieci comandamenti, con Charlton Heston). Alla fine, ci dice a tutte lettere Matt Reeves, la terra sarà salvata dagli animali. Perché la natura è buona. Se fra le tante citazioni di questo film ci fosse stato anche Leopardi non sarebbe stato così ottimista. In effetti, gli scimmioni sopravvissuti alla spietata guerra con gli umani parlano. Ma se parlano sono come noi. Sono umani allora. Chissà che ne sarà di loro.

Riferimenti bibliografici
J. Berger, Why Look at Animals?, in Id., About Looking, Writers and Readers, London 1980.
C. Bernadac, Les 186 marches, Pocket (Univers Poche), Paris 1974.
P. Boulle, Planet of the Apes, Random House Publishing, New York 2001.
J. Derrida, L’animale che dunque sono, Jaca Book, Milano 2014.
E. Kolbert, La sesta estinzione. Una storia innaturale, Neri Pozza, Vicenza 2014.
C. Patterson, Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto, Editori Riuniti, Roma 2003.

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