Che cosa resta di un suono quando, incontrato un ostacolo, ritorna trasformato nella propria eco? Che succede al dolore quando, dopo essere esploso, continua a risuonare? The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, presentato in concorso all’83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia e tratto da un progetto mai realizzato di Bernardo Bertolucci, racconta le tracce lasciate dalla sofferenza: il suo permanere nei corpi, negli spazi e nelle relazioni.

Leonardo, detto Leo, è un produttore musicale tormentato da costanti fitte alla schiena, manifestazione fisica di una sofferenza più profonda. Alla ricerca di un rimedio per il corpo piegato dai crampi, conosce Anne, un’infermiera a domicilio che gli procura gli oppiacei necessari a placarli. Il sollievo che questi producono è però soltanto temporaneo: il dolore si attenua per poi tornare, legando progressivamente Leo tanto alle sostanze quanto alla donna che gliele fornisce.

Il film è interamente ambientato nell’appartamento dell’uomo. Troppo grande per una persona sola e, al tempo stesso, saturo di oggetti, lo spazio domestico non assorbe il tormento del protagonista, ma sembra restituirglielo continuamente. La echo chamber è prima di tutto la casa, una camera di risonanza che coincide con i confini stessi dell’inquadratura, serrati in un formato 4:3: quello che accade nel fuori campo rimane all’esterno e può entrare in scena soltanto tramite le conseguenze che produce all’interno dell’abitazione. Anche il tempo perde la linearità: passato e presente si intrecciano nel montaggio come frequenze sovrapposte, facendo sì che ciò che è stato non smetta mai del tutto di accadere. La casa non custodisce semplicemente gli eventi passati, ma li rimette in circolo. È tra quelle mura, nella prima scena, che Leo assume droghe e festeggia con Anne fino a rischiare di non svegliarsi più dopo un’overdose; ed è sempre lì che, dopo la riabilitazione, tenta di ricomporre i frammenti della propria vita.

Quando, dopo il ricovero, Leo decide di interrompere la relazione, l’infermiera continua a entrare di nascosto nell’appartamento. Ne annusa il cuscino, legge il suo diario, mangia il suo cibo, usa il suo spazzolino. Gesti attraverso cui cerca di colmare un’assenza, riproducendo le azioni quotidiane dell’uomo come se la loro ripetizione potesse restituirgliene la presenza. L’eco acquista qui un significato ulteriore: ripetere non significa conservare, perché ciò che ritorna porta inevitabilmente con sé la distanza dalla propria origine – un’immagine sbiadita, un allontanamento che la donna non riesce ad accettare.

Tra le stesse pareti si presenta, però, un altro modo di confrontarsi con la sofferenza. Ava May, cantante ritiratasi dalle scene da anni, accetta di tornare a lavoro su un disco, attratta dal talento di Leo. Ha attraversato la malattia e la perdita del suo grande amore, e il tempo trascorso ha lasciato una traccia soprattutto nella sua voce: più bassa, consumata dagli anni e dalle sigarette, diversa da quella con cui aveva inciso le proprie canzoni da giovane.

Nella nuova incisione di Call My Name, un vecchio brano dell’artista che Anne associa all’infanzia, questa differenza diventa udibile. Alla voce presente di Ava viene sovrapposta quella dell’incisione originale, acuta e limpida. Due voci della stessa donna, separate dal tempo, occupano simultaneamente lo stesso spazio sonoro. Non c’è sostituzione né ritorno all’origine; l’una attraversa l’altra, lasciando percepire insieme ciò che permane e ciò che è irrimediabilmente cambiato. Non a caso è la stessa cantante a suggerire che l’eco non serve a nascondersi, ma a rivelare la propria vera natura – non la ripetizione dell’identico, ma un ritorno capace di far emergere la trasformazione. La giovane Ava continua a esistere nella donna che canta pur non coincidendo più con lei. Il riverbero non restituisce il suono alla propria origine, ma rende percepibili il tempo e i cambiamenti che da quel momento iniziale lo separano. Se Anne ripete i gesti di Leo nel tentativo di annullare l’assenza, Ava interpreta una canzone in cui pensava di non potersi più riconoscere accettando che gli anni trascorsi diventino parte della sua nuova forma; l’una tenta di restaurare quello che è stato, l’altra si lascia attraversare dal cambiamento.

È questa stessa registrazione che Leo lascia nell’appartamento perché Anne possa ascoltarla durante una delle sue incursioni. Ormai consapevole delle visite segrete della donna, non l’aspetta né tenta di incontrarla: le lascia una traccia sonora che continua a risuonare nelle stanze vuote. La relazione tra i due, divenuta impossibile nella presenza, può così continuare proprio attraverso la loro distanza.

“Qual è il contrario della musica? Il rumore o il silenzio?”, domanda l’infermiera a Leonardo durante il loro secondo incontro. Per Leo, la risposta sembra trovarsi in entrambi gli estremi. Il dolore è rumore: invade il corpo, irrompe con insistenza, impossibile da ignorare. Gli oppiacei producono invece silenzio, sospendendo momentaneamente la percezione nel tentativo di spegnere la sofferenza insieme al corpo che la avverte. Tra rumore e silenzio la musica apre una terza possibilità. Non elimina ciò che fa male, ma neppure gli permette di occupare indistintamente ogni cosa: gli dà una durata, un ritmo, una forma. Se il rumore è l’impossibilità di prendere distanza dal dolore e il silenzio il tentativo di cancellarlo, la musica sembra abitare precisamente quell’intervallo, trasformando ciò che permane senza farlo tacere.

È una possibilità che, però, Leo sembra soltanto intravedere. Quando confessa ad Ava di aver fatto dell’autodistruzione lo scopo della propria vita, emerge la sua incapacità di sottrarsi ai due estremi: sentire fino a essere sopraffatto oppure non sentire affatto. Anne compie, in modo diverso, lo stesso rifiuto della trasformazione. Non accetta che una relazione possa cambiare forma, sopravvivere come ricordo o come assenza, obbligando l’uomo a un nuovo incontro – durante il quale però il produttore abbandona precipitosamente l’appartamento alla notizia del ricovero di Ava. Mentre cerca di raggiungerla, ha un incidente d’auto che rimane, come tutto quello che accade oltre le pareti dell’appartamento, fuori campo.

Dell’evento entrano nella casa soltanto le conseguenze. Leonardo è permanentemente paralizzato. Il corpo che per tutto il film aveva manifestato sofferenza attraverso crampi e ricorso alle sostanze stupefacenti è ora incapace di sottrarsi alle attenzioni della donna; l’accudimento coincide con la completa privazione dell’autonomia. L’incidente e la paralisi tolgono a Leo la possibilità stessa di scegliere tra rumore e silenzio, tra ripetere e cambiare: il suo corpo diventa il luogo su cui si esercita per intero la cura ossessiva di Anne, debole replica della passione passata, ripetizione che non lascia più spazio ad alcuna possibilità di variazione. Ciò che rimane, quando l’eco si spegne, non è dunque la liberazione dal dolore, ma il suo permanere in una forma che non può più trasformarsi.

The Echo Chamber. Regia: Andrea Pallaoro; sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Ilaria Bernardini, Ludovica Rampoldi; fotografia: Diego García; montaggio: Paola Freddi; musiche: Clément Ducol; interpreti: Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon; produzione: Indigo Film, Rai Cinema, Versus Production; distribuzione: 01 Distribution; origine: Italia, Belgio; durata: 123′; anno: 2026.

Tags     Bertolucci, suono, Venezia83
Share