Sono uscito stasera/ma non ho letto l’oroscopo
Non è Rio de Janeiro/Ma c’è un clima fantastico.

Calcutta feat. Takagi & Ketra

Da quando non vivo più in Italia, mi sono accorto che non tutti leggono l’oroscopo con l’attenzione con cui ero uso leggerlo io. Non solo per la frequentazione di incantate feste queer. Ricordo che qualcuno mi disse che si poteva essere queer anche senza leggere l’oroscopo. Forse la migliore dimostrazione a contrario della diffusione di questa pratica nella scena. Ma nella metro di Roma, gestita da una società pubblica controllata dal Comune, gli schermi trasmettono l’oroscopo. Impossibile non notarlo nel proprio morning commute. A ciascun segno zodiacale viene assegnato un punteggio fino a cinque stelle, con l’aggiunta di qualche riga su salute, lavoro, amore. Cosa non si fa per amore. Perciò in Italia, fuori dalle istituzioni così come dentro di esse, la lettura dell’oroscopo è considerata una pratica legittima e socialmente incentivata. Non così fuori.

A Malta, ad esempio, nessuno legge l’oroscopo mentre si reca a lavoro o prima di uscire la sera. Del resto, a Malta non c’è la metro. E le loro feste musicali sono ben meno incantate. Inoltre, a Malta non c’è cosa che non sia sottoposta al valore di scambio economico. E sotto questo profilo possiamo ben considerarla una terra del disincanto. Dove l’overtourism, il gioco d’azzardo, l’edilizia selvaggia e un socialismo che – a detta loro – avrebbe democratizzato l’accesso alla corruzione hanno eroso qualsiasi socialità in servizio. Su questa piccola isola la lettura dell’oroscopo è considerata una risibile pratica irrazionale. Ancora più risibile è il fatto di leggere non uno ma diversi oroscopi e confrontarli tra loro, oppure chiedere al proprio interlocutore quale sia il suo ascendente. A Malta non si crede all’oroscopo: quindi la domanda che mi viene più spesso rivolta è: “Non ci crederai davvero?”.

Questo rifiuto dell’oroscopo non è esclusivo di Malta. A Praga ho avuto un date con una ragazza ceca. Le cose sembravano andare bene, perché erano ore che chiacchieravamo, e il suo interesse nei miei confronti era palpabile. Quando ha avuto occasione di raggiungere dei suoi amici, ha preferito rimanere a bere e parlare con me. Finché non le ho chiesto di che segno fosse. Allora il suo interesse nei miei confronti non è venuto meno. Ma ha cambiato di segno, diventando un interesse scettico. La ragazza non ha solo rifiutato di giocare al gioco che le stavo proponendo, ma ha iniziato a interrogarmi sul senso dell’oroscopo in sé. Non è che prima avessimo parlato di entanglement quantistico. Meme, viaggi, guilty pleasures erano argomenti ben accetti. Ma non l’oroscopo. Perché questo sembra implicare, al di fuori della metro e delle feste di Roma, una credenza che desta scetticismo in un mindset razionalista.

In breve, la ragazza mi ha respinto, giudicandomi come un terrapiattista o una persona che crede di essere stata abdotta dagli alieni. Ovvero come una persona che coltiva una fede irrazionale. Eppure, neanche io credo all’oroscopo. Non credo affatto, cioè, che gli astri abbiano un’influenza causale sul carattere o sul destino delle persone. Per cui trovo gli argomenti che più spesso vengono addotti contro la lettura dell’oroscopo così ovvi da essere altrettanto risibili: arbitrarietà delle costellazioni, antiteticità con la scienza moderna, antropocentrismo di fondo della cosa. D’altra parte, neppure credo che esista Babbo Natale, o che Daniel Radcliffe (Harry Potter) abbia un legame telepatico con Ralph Fiennes (Lord Voldemort), o che i solchi flessori della mia mano predicano davvero la mia morte il giorno X alle ore Y. Tuttavia questa mia incredulità non mi impedisce di godermi la narrazione di un film, di suonare un campanello sotto al tavolo durante la cena di Natale o di sorridere dell’idea che l’intersezione a “M” dei solchi flessori della mia mano mi renderebbe una persona dotata di un intuito capace di leggere in profondità gli altri. Ovvero un medium. Un tratto che, del resto, appartiene già al mio segno zodiacale.

Che io non creda al valore referenziale di queste narrazioni non mi impedisce di fruire degli effetti narrativi della coerenza di tali narrazioni. Esistono almeno due criteri di verità: uno è quello corrispondentista, che chiamo qui referenziale – l’idea cioè che una teoria sia vera quando corrisponda a qualcosa il cui referente è esterno alla teoria stessa. L’altro è quello coerentista, per cui qualcosa è vero se è coerente con l’insieme di proposizioni che lo descrive. Perciò, mentre è vero che Harry Potter ha un legame telepatico con Lord Voldemort e ne sente le emozioni – perché questo è coerente con la saga del celebre mago – non è vero che questo stesso legame telepatico sussista tra gli attori. Le due cose possono coesistere su due piani ontologici distinti. E tuttavia fra loro comunicanti, dato che è in questo mondo che fruiamo del mondo di Harry Potter, il quale a sua volta ha effetti su questo mondo. Allo stesso modo, non è referenzialmente vero che sia l’intersezione a “M” dei solchi flessori della mia mano a rendermi un medium. Ma la chiromanzia mi fornisce una narrazione più o meno coerente per spiegarmi una capacità che ho e così guidarla. Di questi effetti narrativi si può fruire esteticamente ma anche da un punto di vista etico. Perché prese nella loro relativa coerenza queste narrazioni possono poi guidarci pragmaticamente nell’uso delle nostre facoltà. Specie quelle della sensibilità.

È noto che la pratica della psicoanalisi è legata a una regola fondamentale (Grundregel) che prescrive all’analizzante di verbalizzare ciò che gli si presenta alla mente così come gli si presenta nella libera associazione, senza esercitare selezione o censura. L’indicazione tipica è quella di dire tutto, anche ciò che appare banale, imbarazzante, fuori posto o privo di senso. Contraltare di questa regola è il concetto di attenzione liberamente fluttuante (Gleichschwebende Aufmerksamkeit) che l’analista deve cercare di mantenere nell’ascolto dell’analizzante. Questo perché il punto di attenzione che l’analista deve mantenere non va rivolto solo al contenuto semantico di ciò che l’analizzante dice – mia madre e via discorrendo – ma anche e soprattutto alle pause, ai tentennamenti, ai cenni e agli accenni, agli smorzamenti della voce, all’abbassamento dei toni – in breve, a tutto ciò che fa da contorno fonetico, sintattico e pragmatico alla semantica del discorso dell’analizzante. È fluttuando liberamente tra questi diversi piani del linguaggio che l’analista può intercettare l’elaborazione inconscia.

Ed è con questa attenzione liberamente fluttuante che leggiamo gli oroscopi in metro o prima di uscire la sera. Non per leggerne il contenuto semantico, ma per renderci recettivi ai segni di ciò che può accadere o meno. Si tratta di un tipo particolare di recettività estetica, quella che si esercita volontariamente nell’attenzione liberamente fluttuante. Porsi agentivamente in una posizione di passività ricettiva che capti l’incidenza di alcune parole che potremmo incontrare o meno nei giorni a venire. L’oroscopo non ti dice chi tu sia, o quale sia la compatibilità con il tuo partner, ma ti invita a giocare un gioco nel quale, date certe regole assiomatiche convenzionali e un criterio coerentista di verità, sei chiamato a prestare attenzione ad alcuni segni per essere ricettivo agli eventi. Cose che possono accadere o meno. Ovvero, cose possibili. Non è quindi la costellazione arbitraria a determinare il carattere, ma l’oroscopo a pre-determinare la tua ricettività al possibile. Ti suggerisce di notare certe cose, invece di altre, qualora esse avvengano sulla tua strada. Cose che, se ti rifiuti di giocare, semplicemente non noterai. Ma questa semiotica del possibile non è reclusa nell’angusto spazio del biografico. Così come la psicoanalisi può essere cosmologica e non solo edipica. Come mostra il caso Schreber. Può avere una sua dimensione collettiva, sociale e politica. Che poi è una delle ragioni per cui la pratica della lettura dell’oroscopo è diffusa là dove si fa della coltivazione della facoltà della sensibilità – e quindi del piacere – una posta in gioco politica.

Davanti a noi aleggiano fluttuanti tutti i segni ecologici, tecnologici, geopolitici, migratori, finanziari, del disastro che da un momento all’altro può accadere o meno. Questo infelice futuro non è scritto nelle stelle. Perché è solamente possibile. Ed è quindi ambi-valente nel senso logico per cui può accadere come non-accadere. Ma i segni sono sotto gli occhi di tutti. E la posta in gioco non sta solo nell’elaborare un piano razionale per rispondervi, ma prima ancora nel rendersi sensibilmente recettivi al loro discernimento. Dunque, la risibile pratica di leggere l’oroscopo ci guida nella lettura del possibile, non perché essa abbia alcun valore referenziale nei suoi contenuti – mi amerà, o mi ghosterà? – ma perché ci insegna la pratica di prestare un’attenzione liberamente fluttuante ai segni di qualcosa che si può notare senza necessariamente crederci.

Perciò, la scoperta che non tutti leggono l’oroscopo con l’attenzione con cui ero uso leggerlo io illumina un’interessante divergenza su disincanto e reincanto. Esistono due diverse maniere di non credere all’oroscopo. Ovvero di non credere a un mito. Una è la maniera razionalista, che respinge il mito come qualcosa di non-vero, foriero di ignoranza, e quindi di barbarie e dominio, sulla base dell’illuministica correlazione tra sapere ed emancipazione. L’altra è una maniera ragionevole e proprio perciò più razionale, che non respinge il mito ma lo conosce perché lo sa un po’ praticare. Quel tanto che basta per saperci giocare. Un’unica differenza, a mio parere, distingue queste due maniere di non credere a un mito, che possiamo chiamare la maniera disincantata e quella reincantata: è la paura. Chi respinge il mito, ritirandosi in una fortezza epistemologica e armandosi di scetticismo, ha paura delle conseguenze del mito perché non lo pratica. Ne consegue che, paradossalmente, chi respinge in toto il mito appare più credulone di chi il mito lo pratica come si gioca a un gioco – ovvero non in teoria, ma nella prassi. La sua credulità consiste nel ritenere che anche solo una certa familiarità (acquaintance) col mito implichi necessariamente l’ignoranza e porti inevitabilmente alla barbarie.

Questo però entra in una sorta di contraddizione performativa. Quel sapere che avrebbe dovuto emancipare diventa la principale fonte di giudizio che ci colpevolizzerà per la nostra prassi non-scientifica quotidiana – ad esempio, la lettura dell’oroscopo. Conoscere qualcosa ci emancipa, ma anche ci irretisce. Perché non appena conosciamo qualcosa, prendiamo anche contezza del fatto che enorme è il campo di tutto ciò che non conosciamo. E questo comporta un senso di colpa epistemico. La riprova che questo è il meccanismo in gioco nel rapporto tra disincanto e reincanto, razionalità e mito, è che un vero razionalista dovrebbe gioire nell’incontrare un lettore dell’oroscopo, come vera occasione per rendere il proprio sapere una forza emancipatoria. Ma così non è. Il razionalista non ama la conoscenza tanto quanto colpevolizza l’ignoranza. Respinge il mito con terrore perché non ne conosce le conseguenze e crede che esse siano non solo negative, ma imponderabili. Paradossalmente, è proprio lui – e solo lui – a credere nel mito. Rende una prassi non-scientifica quotidiana un’entità misteriosa di cui è impossibile misurare oggettivamente gli effetti. La teme cioè per la sua irretita ignoranza, di cui la conoscenza razionale è lo schermo e lo scherno.

Questo si accompagna poi all’idea che la barbarie si manifesti sempre nelle fattezze del mito, specie nei fascismi. E oggi che tutti i segni del fascismo ricompaiono fluttuando sopra di noi, senza mai cristallizzarsi in una sola stabile e riconoscibile forma, si teme il mito con ancora più veemenza. Ma se e quando un giorno esso dovesse davvero accadere di nuovo, allora sarà la nostra disabitudine alle pratiche del mito ad averci precluso la chance di presentirne l’arrivo. Quel giorno avremo voluto aver letto l’oroscopo prima di uscire.

Riferimenti bibliografici
T.W. Adorno, Stelle su misura. L’astrologia nella società contemporanea, Einaudi, Torino 1985.
C. Barbero, La porta della fantasia, il Mulino, Bologna 2019.
J. Baudrillard, Le strategie fatali, Feltrinelli, Milano 1984.
Calcutta feat. Takagi & Ketra, Oroscopo, Bomba Dischi, Roma 2016.
S. Consigliere, Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, DeriveApprodi, Roma 2020.
S.Freud, Opere, vol. VI (1909-1912), Boringhieri, Torino 1974.
J. Lyotard, L’inumano. Divagazioni sul tempo, Lanfranchi, Milano 2001.

Tags     disincanto, mito, oroscopo
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