Ciò che è vivo e ciò che è morto

di SALVATORE SPINA

Tecnica e metafisica. Saggio su Heidegger di Eugenio Mazzarella.

Heidegger

Fin dalla pubblicazione di Essere e tempo, avvenuta nel 1927 per motivi squisitamente accademici, il pensiero di Martin Heidegger ha costituito l’oggetto d’indagine di infiniti testi interpretativi. Chiunque si approcci oggi al pensiero heideggeriano si trova di fronte alla difficoltà di operare una scelta, di stabilire dei tagli, di tracciare una via per orientarsi nel dedalo infinito di volumi che, in maniera più o meno competente, affrontano le varie questioni dell’impalcatura teorica di Heidegger. Se, da un lato, è vero che il ricercatore heideggeriano rischia di finire sommerso sotto la mole sterminata della letteratura critica, dall’altro vi sono una serie di volumi – invero non tantissimi – che costituiscono dei fari guida all’interno di questa rete fittissima di interpretazioni.

Il volume Tecnica e metafisica. Saggio su Heidegger di Eugenio Mazzarella è, senza dubbio, da annoverare tra i volumi indispensabili per non perdersi tra le mille strade del pensiero di Heidegger e delle sue interpretazioni. È questo, dunque, il motivo per cui la casa editrice romana Carocci ha deciso di pubblicare nuovamente il testo dopo quarant’anni dalla sua prima uscita presso la Guida di Napoli. E di farlo riproponendo in maniera invariata il testo del 1981. Riprendendo in mano il volume oggi ci si rende conto come in fondo alcuni libri invecchino bene e ci forniscano ancora segnavia decisivi al di là di ogni scansione temporale. È questo quello che si intende comunemente con l’espressione “classico”. La storia degli effetti (Wirkungsgeschichte) e della ricezione del volume di Mazzarella appare ancor più sorprendente se si analizza la contingenza storiografica entro cui il testo ha preso forma. Heidegger muore nel 1976; qualche anno prima aveva affidato al figlio Hermann e al suo ultimo allievo, Friedrich-Wilhelm von Herrmann, il compito di curare e pubblicare l’insieme delle sue opere complete (Gesamtausgabe) presso la gloriosa casa editrice Klostermann di Francoforte. Opera che conta ben 102 volumi, di cui alcuni sono ancora oggi in corso di pubblicazione.

Quando scrive Tecnica e metafisica Mazzarella si trova a maneggiare una parte esigua delle opere heideggeriane, la cui pubblicazione richiederà una decantazione tanto lunga quanto tortuosa. Solo per fare qualche esempio, basti pensare che i Beiträge zur Philosophie, testo che Heidegger stesso riterrà il proprio secondo Hauptwerk dopo Essere e tempo, apparirà nella sua versione integrale e contro quella che era stata la disposizione di Heidegger stesso solo nel 1989, in occasione del centenario della nascita del filosofo di Messkirch. Altrettanto interessante è inoltre il fatto che alcuni testi – i famigerati Quaderni neri, alla cui interpretazione Mazzarella stesso ha dedicato un’intensa riflessione (Mazzarella 2018), tradotta anche in tedesco –, che avevano accompagnato la stesura delle opere essoteriche, vedranno la luce, in mezzo a mille polemiche e altrettante faide accademiche, solo nel 2014.

Ecco, Mazzarella nel 1981 ha a propria disposizione solo alcuni dei testi di Heidegger; eppure, rileggendo a distanza di anni Tecnica e metafisica, questa assenza non fa alcun rumore. Anzi a stupire è piuttosto il fatto che l’autore riesca a cogliere le trame del pensiero heideggeriano fin nel suo intimo; anche laddove i riferimenti bibliografici sono ancora scarsi o addirittura inesistenti. Tecnica e metafisica sono i due poli concettuali attraverso cui Mazzarella tesse la propria interpretazione del pensiero di Heidegger. Ed entrambi rimandano direttamente al cuore del problema centrale di tutta la riflessione heideggeriana: la Seinsfrage. In maniera programmatica scrive Mazzarella: «La questione dell’essere è per sua stessa logica interna la questione della tecnica, come questione dell’uomo quale è stato inviato a sé nella sua essenza, quale si trova: come è e per che è. È anche la motivazione interna di questo lavoro» (Mazzarella 2021, p. 12). Attraverso un confronto intenso e analitico con le pagine dell’opera di Heidegger – le citazioni, significativamente, non sono scorporate rispetto al testo principale ma vanno a integrarlo, assorbendosi nel discorso –, Mazzarella allestisce un corpo a corpo con gli elementi chiave della grammatica heideggeriana.

Innanzitutto, superando la periodizzazione storiografica tra un primo e un secondo Heidegger, Mazzarella sottolinea l’intima unità del suo percorso speculativo (Denkenweg), mostrando come la Kehre, la svolta, sia un ripiegamento interno alla cosa stessa del pensiero. Utilizzando un gioco di parole: non una svolta del pensiero, bensì un pensiero della svolta che, geofilosoficamente, riguadagna se stesso a un livello più alto del proprio cammino. Si potrebbe forse azzardare un paragone tra la Verwindung heideggeriana e l’Aufhebung hegeliana; un superare e conservare ad un livello superiore; se non fosse che per Heidegger non c’è nessuna sintesi e soprattutto che, come è marchiato a fuoco nei Beiträge, il tempo dei sistemi e della dialettica è finito (vorbei). In ogni caso diversi sono i luoghi di Tecnica e metafisica in cui viene imbastito un problematico e perciò fruttuoso confronto tra il pensiero di Hegel e quello di Heidegger (cfr. ivi, §6.3).

La cosa stessa del pensiero di Heidegger a cui fa riferimento continuo Mazzarella è una e una soltanto: l’essere. Se oggi questa affermazione appare, tra gli studiosi heideggeriani, come una nozione acquisita e, per alcuni versi, scontata, molto lo dobbiamo al volume di Mazzarella qui in esame. La sua indagine è tesa a mostrare come già in Essere e tempo tutto il discorso ruotasse intorno al problema dell’essere e come l’indagine del Dasein, che effettivamente occupa gran parte dell’opera (almeno della parte pubblicata), non fosse altro che un momento preparatorio. Come Heidegger ribadirà in maniera perentoria nella sua Lettera sull’umanismo, altro testo decisivo nell’economia del volume di Mazzarella, non può darsi alcuna contiguità tra il suo pensiero e la corrente dell’esistenzialismo. 

Il discorso di Heidegger, ci dice Mazzarella, va al di là della contrapposizione tra umanismo e anti-umanismo. Si tratta più che altro di un ultra-umanismo, di un umanismo capace di cogliere l’intima dignità (Würde) dell’umano, in quanto in esso viene pensato il rapporto – Bezug – tra essere e uomo. Con la precauzione che tale relazione non è estrinseca, ossia caratterizzata da un legame di due elementi – uomo e essere – originariamente separati, bensì ontologica. Una coappartenenza che fonda, sfondandoli, essere e uomo nel loro reciproco rimandarsi. Un rapporto di custodia e cura, che si nutre di mancanza e dislocazione. Ma tale mancanza non è il nome di una possibilità. È il modo attraverso cui l’essere si dona, si dà nella sua dinamica apertura. Un modo che nel lessico di Heidegger assume, con e contro Nietzsche, il nome di metafisica e che, nell’epoca del suo compimento, si mostra nella forma della tecnica.

Uno dei grandi meriti del volume di Mazzarella è quello di ripercorrere in maniera rigorosa la ricostruzione heideggeriana del pensiero occidentale, inteso come luogo in cui Seinsvergessenheit e Seinsverlassenheit si coimplicano ontologicamente. È proprio alla fine di questo percorso bimillenario, come mostra chiaramente Tecnica e metafisica, che la questione della tecnica diventa il nome attraverso cui Heidegger indica l’essenziarsi dell’essere. Essenziarsi che, come un giano bifronte, mostra al contempo il massimo grado di pericolo ma anche la possibilità di una salvezza.

Tale salvezza, come sappiano, non dipende esclusivamente dall’uomo, in quanto originariamente interna alla logica dell’essere; l’uomo può prepararla assumendo la disposizione e la disponibilità ad accogliere l’evento imprevedibile dell’essere e dei suoi invii. È precisamente in questo punto che Mazzarella, anticipando per molti versi il percorso esposto da Nancy in un mesmerico saggio dal titolo L’etica originaria di Heidegger (Nancy 2005), individua la portata etica della Seinsfrage heideggeriana come capacità di corrispondere in maniera “pietosa” – nella parte finale del testo Mazzarella imbastisce un confronto tra Heidegger e Bateson proprio a partire dalla nozione di Frömmigkeit (pietà) – alla provocazione dell’essere nella sua ineffabilità.

Abbiamo tratteggiato fin qui un percorso, certamente parziale e non esaustivo, all’interno della lettura che Mazzarella ci fornisce del pensiero di Heidegger. Ci sarebbe tanto altro da dire, da analizzare, però questo sarà compito del lettore; qui, almeno a mio avviso, la questione in gioco è un’altra. Perché leggere a quarant’anni dalla sua prima uscita Tecnica e metafisica? Per dare una risposta, per abbozzare una ragione potremmo trasporre la motivazione che lo stesso Mazzarella rintraccia nella lettura di Heidegger: Tecnica e metafisica parla al nostro Oggi. Un Oggi che non rimanda a nessuna scansione temporale, bensì, seguendo lo Heidegger dei primi corsi friburghesi, rivela lo spessore ontologico di una vera e propria categoria filosofica.

Riferimenti bibliografici
E. Mazzarella, Il mondo nell’abisso. Heidegger e i Quaderni neri, Neri Pozza, Vicenza 2018.
J.-L. Nancy, Sull’agire. Heidegger e l’etica, Cronopio, Napoli 2005.

Eugenio Mazzarella, Tecnica e metafisica. Saggio su Heidegger, Carrocci, Roma 2021.

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Un commento

  1. LA METAFISICA DELLA TECNICA, IL PENSIERO DI NAPOLI, E LA STORIA DELL’AMAZZONIA…

    “Il discorso di Heidegger, ci dice Mazzarella, va al di là della contrapposizione tra umanismo e anti-umanismo. Si tratta più che altro di un ultra-umanismo, di un umanismo capace di cogliere l’intima dignità (Würde) dell’umano, in quanto in esso viene pensato il rapporto – Bezug – tra essere e uomo. Con la precauzione che tale relazione non è estrinseca, ossia caratterizzata da un legame di due elementi – uomo e essere – originariamente separati, bensì ontologica” (Salvatore Spina, cit – sopra).

    “[…] Su che cosa è stato edificato il “nuovo” mondo? Genocidi e stemini. Chi ha dato il nome a questo nuovo mondo? Un Vespucci (in verità non lui direttamente, ma ricordiamoci dei ragni e delle formiche di Bacone). Chi ha chiamato così l’Amazzonia? E. chi così il Brasile? A Napoli, sì sempre a “Nea-polis”, questo nome ricorda la brace, il braciere, persone intorno a un fuoco che riscalda, un cerchio familiare che si apre e accoglie chi ha freddo – non la devastazione e il deserto di chi cieco e folle si mette a distruggere tutto: *Edipo con in mano il lancia-fiamme a volontà – Platone, il Tecno-crate*. Di fronte alla Foresta gli uomini ciechi e folli di potenza (ma qui si parla anche delle donne amazzoni) vedono nulla e … faranno il Brasile?” (cfr. Federico La Sala, Le “regole del gioco” dell’Occidente e il divenire accogliente della mente, in “La mente accogliente. Tracce per una svolta antropologica”, Antonio Pellicani editore, Roma 1991, pp. 180-181).

    Federico La Sala

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