Marco Fortunato, per lucidità e chiarezza, assenza di partigianeria, senso acutissimo dell’ironia, mancanza di risentimento, è della schiera dei Leopardi e dei Flaiano, e di quei pochi altri scrittori che, pur nati tra le Alpi e Marsala, vivono da estranei in mezzo all’umanità che popola “il Paese della politica”. Chi conosce la sua produzione passata, riconoscerà subito l’impostazione dialettica anche di questo ultimo libro: Sulla vita dell’uomo. Sottotitolo: Filosofia di Totò-Pinocchio (Castelvecchi). Partiamo dalla dialettica, e poi arriviamo a Totò.
Che cos’è la dialettica? Fortunato non ha paura di farsi le domande che i filosofi accademici di solito scartano perché troppo poco à la page, o comunque non all’altezza delle loro ricerche “aggiornate”. Dicono proprio così. In realtà, abituati a laghetti concettuali microscopici, buttati nel mare delle questioni radicali non saprebbero che pesci pigliare, e annegherebbero. In Fortunato, la passione dialettica è una questione teorica, dunque di contenuto, e, inseparabilmente, una questione di forma. L’una si rispecchia nell’altra, come accade nella vera filosofia e nella vita, dove l’uomo è il suo stile.
“Dialettica” significa avere il senso delle sfumature, del chiaroscuro, possedere le antenne per l’incessante rovesciarsi di ogni elemento dell’esistenza nel suo contrario. Un fesso non può essere dialettico, perché è troppo affezionato alla parola netta, al gesto scolpito, alla presa di posizione. Se battete i pugni sul tavolo, non siete dialettici. Siete, semmai, dalla parte di ciò che Fortunato chiama “il potere”, la cui macchietta è l’onorevole Cosimo Trombetta nella esilarante scena (creata da Totò per l’avanspettacolo, poi traslata in film) del wagon-lit e il cui più temibile avversario è appunto «il dire dialettico – con le sue “traiettorie” attorte e contorte, con la sua vocazione-coazione a “ritornare sempre indietro” togliendo-revocando ogni volta ciò che ha posto e così adombrando l’in-decisione come la sola valida conclusione» (Fortunato 2026, p. 39). Che però, a rigore, conclusione non è. Altrimenti, che razza di dialettica sarebbe? Lo sarebbe di nome, non di fatto. Invece, la dialettica non è autentica se non è al di là anche di se stessa, se non ospita, cioè, al proprio interno la forma più radicale di, lo dico in francese, connerie, coincidente con il battere i pugni di cui sopra.
L’ulteriore, necessaria capriola consiste allora nel capire che la dialettica, cioè l’in-decisione, non si distingue molto dalla non-dialettica: osservata da vicino, anche la triade di Hegel può benissimo assomigliare a un triplice colpo di gong, dove ogni colpo ribadisce, a un’altezza differente, il medesimo suono. Sotto il movimento apparente c’è la «stasi per cui ogni volta si ripete, si afferma e si ri-afferma un solo e medesimo momento logico-reale» (ivi, p. 78).
Ma forse – ecco l’ennesima giravolta – l’uno-solo, il colpo di gong che si ripete, la mono-tonia assoluta, il diniego opposto a qualunque evoluzione-sviluppo, alludono a qualcos’altro ancora. Non soltanto al compiacimento circa se stessi e il mondo, che caratterizza gli uomini e le donne di potere, quelli e quelle che brigano dalla mattina alla sera, ai quali e alle quali va tutto il disprezzo snob di Fortunato, che non può non guadagnargli la simpatia incondizionata di ogni lettore con un pezzetto di cuore ancora intatto. Non soltanto a questa forma quotidiana di connerie, dicevamo, allude la ripetizione dell’identico, ma anche ad altro. Per essere precisi: a ciò che non ammette la figura dell’altro (o, se preferite, dell’Altro), perché non ha occhio né orecchio per le “relazioni”, il “dialogo”, il “molteplice” e, in generale, quell’arsenale di buone intenzioni di cui da cinquant’anni si fa bella la filosofia più lacrimevole e edificante, che brandisce quei ferrivecchi come armi contro i mali del mondo, inconsapevole che il male è proprio lei.
Serve a poco indorare la pillola. Che c’è, infatti, di peggio, più sconsolante e urtante, del “molteplice”? Bisogna essere degli sconsiderati per raccontare a se stessi e ai propri simili la filastrocca del mondo bello perché vario. Solo degli sconsiderati possono scambiare per “condivisione” e “collaborazione” ciò che in realtà è conflitto, violento oppure subdolo, tra l’“uno” e l’“altro”, polemos dei Due: «In quanto dis-identico a tutti gli altri, ciascuno persegue fini diversi, è portatore di un progetto che diverge da quelli di tutti gli altri e quindi confligge con essi in un modo più o meno aperto e madornale» (ivi, p. 89). Meglio chiamare le cose con il loro nome. Il forte tende necessariamente ad affermarsi assoggettando il debole, in una lotta perenne di tutti contro tutti. Questa è la vita e, purtroppo, it’s the only show in town.
Qual è, dunque, la risorsa non-dialettica della dialettica, che quest’ultima custodisce dentro di sé come un pupazzo a molla? Dove, come, perché, potrebbe configurarsi nella vita, oppure nell’unica alternativa valida alla vita, l’arte, un momento – anche breve – di felicità perfetta, sottratta al polemico chiaroscuro di tutti i giorni, quasi inveramento-superamento del “calvario” dialettico? Fortunato trova un exemplum nell’aforisma Sur l’eau del suo autore-feticcio, Adorno, per il quale la felicità coincide con la perfetta in-utilità di chi giace nell’acqua con lo sguardo perso nell’azzurro del cielo soprastante. Forma estrema del buonanulla celebrato da tanta letteratura, questo «puro essere, e nient’altro», senza desiderio di progetto e oltranza, potrebbe sostituirsi degnamente al dovere del procedere e dell’agire, realizzando infine, per davvero e nel modo meno dialettico possibile, la promessa di felicità implicita nella dialettica: “Rien faire comme une bête“, come dice il Maupassant citato da Adorno.
Tutto questo cosa c’entra con Totò? Il lettore potrà scoprirlo da solo. Anticipo soltanto che il talento micrologico di Fortunato è pari alla vastità degli orizzonti esistenziali che il libro squaderna, e che la sua attenzione si concentra esclusivamente sui novanta secondi dell’ultima scena di Totò a colori, quando Totò, nei panni del musicista Antonio Scannagatti, per sfuggire al tentato omicidio da parte del cognato alle cui spalle ha campato fino a quel momento, sale sul palco di un teatrino e improvvisa una performance vestito da Pinocchio.
Quei novanta secondi vengono pazientemente dissezionati da Fortunato, che vi scopre una metafora della vita, dalla nascita alla morte, in tre micro-atti. Totò-Pinocchio e la sua pantomima si prestano particolarmente all’analisi dialettica: la condizione di burattino (né materia inorganica né vivente), gli avanti e indietro del corpo che bascula, la testa che oscilla a destra e a sinistra, fino al “collasso” finale, quando, esaurito dalla frenesia di gesti, si accascia contro un muro e – questa è l’ipotesi di Fortunato – si mette a sognare il proprio trionfo.
Purtroppo non esistono rose senza spine. E infatti ci sono due cose che, a libro chiuso, mi hanno lasciato un senso di frustrazione. Primo: è una delle poche volte in cui, leggendo un saggio di filosofia, ho fatto l’esperienza che di solito mi succede coi romanzi, cioè sperare che non finisse mai. Secondo: ho provato un inconfessabile senso d’invidia per la prosa di Fortunato, e ho fantasticato di saper scrivere anch’io – almeno una volta – come lui. Né l’uno né l’altro desiderio sono stati esauditi. Peccato. Ho creduto fosse meglio avvisare il lettore, così che la sua delusione possa essere meno cocente della mia.
Marco Fortunato, Sulla vita dell’uomo. Filosofia di Totò-Pinocchio, Castelvecchi, Roma 2026.