Per molto tempo la domanda che ha orientato gli studi sulla fotografia è stata: che cos’è la fotografia? Dalla sua natura indicale al rapporto con il reale, dalla questione della tecnica e della tecnologia alla definizione di medium e dispositivo, dalla memoria alla conoscenza, fino alle riflessioni sul valore documentario e artistico dell’immagine. A quasi centonovant’anni dalla sua invenzione, tuttavia, sembra necessario spostare l’attenzione su un altro interrogativo: che cosa vuole la fotografia? È da questo significativo slittamento di prospettiva che prende avvio la riflessione di Gabriele D’Autilia nel volume Studiare la fotografia. Dal passato ottico al futuro algoritmico (Carocci, 2026), che invita a considerare la fotografia non più soltanto come un oggetto da definire una volta per tutte, ma come un soggetto – o meglio, un agente – capace di produrre effetti, costruire significati, orientare pratiche e ridefinire continuamente il proprio campo d’azione.

È lo stesso autore del volume a chiarirne le implicazioni:

Per capire, dunque, che cosa la fotografia vuole, e rivelarne il potere su di noi, bisogna interrogarla. Gli strumenti metodologici e disciplinari per un ampliamento della sua comprensione sono oggi molti, e vengono dagli approcci sociologico, storico ed etnografico, dalle teorie filosofiche, dai Media Studies, dagli studi sulla scienza e la tecnologia, dalle ricerche sulla cultura materiale, e da molto altro. […] Se prima al centro dell’attenzione delle metodologie di ricerca erano l’autore e l’“opera”, oggi sono i contesti, le pratiche, gli usi. Si è cominciato a pensare in modo nuovo, attivo e propositivo, anche gli strumenti di conoscenza e di diffusione tradizionali, come sono gli archivi o i musei e le esposizioni (ivi, p. 17).

È da questa pluralità di strumenti che prende forma l’architettura del volume, suddiviso in otto capitoli tematici che indagano la complessità della fotografia dal passato ottico al futuro algoritmico. Se la fotografia non può più essere ricondotta a una definizione univoca, nemmeno gli studi che le vengono dedicati possono fondarsi su un solo modello interpretativo. D’Autilia costruisce un’ampia mappatura che mette in relazione teoria della fotografia, storia, cultura visuale, media studies, sociologia, antropologia e filosofia, senza voler ricomporre tutto in una sintesi definitiva. 

La multidisciplinarietà emerge come conseguenza metodologica per poter studiare un «fenomeno culturale» il cui «significato è instabile [nel senso che] apre a una molteplicità di narrazioni» (ivi, pp. 19 e 73). Nel sondare i vari approcci applicati nel corso del tempo, l’autore mette in luce in che modo ciascuno di essi abbia finito per privilegiare una particolare qualità della fotografia, determinando frammentazione, distanza e persino incomunicabilità tra i vari settori e trascinando la fotografia in un percorso di continue «negazioni ed esclusioni» (ivi, pp. 24 e 33). La costante ricerca di uno specifico fotografico non ha lasciato spazio al dialogo tra discipline che, pur differenti, possono invece essere lette come parti di una storia comune: la storia dei modi in cui la fotografia è stata interrogata. Infatti, se nessuna prospettiva, da sola, è sufficiente a comprenderne le trasformazioni, per D’Autilia il fil rouge che le unisce è «il metodo storico come strumento imprenscindibile» (ivi, p. 31).

Coerentemente con questa impostazione, l’autore di Studiare la fotografia propone un’argomentazione che supera le rigide opposizioni: arte e documento, artista e fotografo, oggettività e soggettività, pubblico e privato sono polarità che la fotografia ha progressivamente ibridato nel corso della sua storia e attraverso cui continua a ridefinirsi. D’Autilia mostra la potenzialità teorica di questi dualismi nel trasformare lo studio della fotografia in «un campo aperto», attraversato da tensioni che costituiscono la sua stessa ricchezza. Il carattere “aperto” degli studi sul fotografico trova riscontro anche nella schiera di pensatori chiamati in causa nel corso delle pagine del volume. Benjamin, Barthes, Sontag, Berger, Flusser, Krauss, tra i tanti, testimoniano come la riflessione sulla fotografia sia stata costruita da studiosi provenienti da ambiti differenti, ciascuno capace di offrire un contributo decisivo al dibattito sull’immagine tecnica pur senza essere specialista del mezzo (ivi, p. 35). Cruciale è anche l’apporto dei fotografi-teorici; emblematico è il caso di Alan Sekula (per il quale la fotografia in quanto rappresentazione e narrazione storica fa appello all’archivio come ciò che lega documenti senza interruzioni) o Joan Fontcuberta (per il quale «la fotografia digitale e forse anche l’IA si può dire proseguano in modo più sofisticato un percorso di ordinamento del mondo – raccogliere fatti, misurare, registrare – iniziato con la fotografia analogica», ivi, p. 138). 

D’Autilia analizza criticamente anche il modo in cui la fotografia è stata istituzionalizzata come campo di studi, ricordando che la sua collocazione nel mondo accademico italiano ha trovato uno spazio privilegiato soprattutto nell’ambito della storia dell’arte mentre gli studi culturali e mediali l’hanno riconosciuta lentamente come un oggetto autonomo di ricerca – nonostante il dibattito internazionale sullo stesso tema abbia conosciuto un’evoluzione più precoce e articolata. La stessa attenzione critica emerge nella ricostruzione della storiografia fotografica: il racconto della fotografia è stato a lungo organizzato attorno ai grandi maestri e condizionato da un punto di vista prevalentemente occidentale. L’attenzione contemporanea verso storie locali, pratiche periferiche e altre tradizioni non è da intendersi come una semplice integrazione di un certo canone storico, ma come una trasformazione del modo stesso di intendere la storia della fotografia. In altre parole, così come non esiste un unico metodo per studiare la fotografia, non esiste più nemmeno una sola storia della fotografia.

In definitiva, Studiare la fotografia mette in evidenza che nella contemporaneità ciò che la fotografia vuole è probabilmente essere interrogata attraverso strumenti capaci di capirla. Più che chiudere una stagione di studi, il volume di D’Autilia invita ad aprirne una nuova, nella quale la pluralità delle immagini fotografiche possa trovare corrispondenza nella pluralità dei metodi con cui continuiamo a comprenderle.

Gabriele D’Autilia, Studiare la fotografia. Dal passato ottico al futuro algoritmico, Carocci, Roma 2026.

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