Chiedo solo una voce

di CHIARA SCARLATO

Strappare lungo i bordi di Zerocalcare.

Siamo sempre soli al centro del nostro universo. Qualsiasi cosa accada, sembra sempre che stia accadendo per noi, per le nostre scelte sbagliate o, più semplicemente, per incrementare quella sensazione inaggirabile che si attraversa con dolore, frustrazione e impotenza quando si pensa di essere (o di essere stati, o di poter essere) una delusione per gli altri. Sin dal primo momento in cui si acquisisce una certa consapevolezza del proprio posto nel mondo, si vive nella paura di essere un errore agli occhi dei genitori, delle maestre e dei maestri delle elementari, degli amici e, più avanti, delle professoresse e dei professori, dei datori di lavoro, delle e degli amanti, e ancora, dei figli, dei nipoti, persino degli sconosciuti. In questo universo di solitudini, ognuno parla soltanto con se stesso, in un serrato monologo interiore in cui le voci suonano sempre due e uguali, e quasi mai si corrispondono. Come quelle di Zerocalcare e dell’armadillo.

Al netto di qualche eccezione, da La profezia dell’armadillo (2011) a Scheletri (2020), le storie del ragazzo di Rebibbia (che, per un gioco grafo-iconico, ha persino le sopracciglia “pronunciate”) si riducono sempre alla conversazione tra lui e il cosciente armadillo, diventando così una pura questione di voce. Non è necessario qui accennare ai complessi rapporti che legano il lettore all’autore per mezzo dei personaggi, bensì cercare di comprendere il motivo per il quale queste storie sono diventate eco delle nostre esistenze, andando ben oltre il semplice processo di identificazione o riconoscimento che, a volte, scaturisce da narrazioni ben scritte. Zerocalcare è riuscito a raccontare noi stessi mettendo in luce la scissione che ci rende tanto vulnerabili dentro, quanto falsamente fermi fuori, e lo ha fatto disegnando i mostri che a volte ci sovrastano, le spade di Damocle che pendono minacciose sulle nostre teste, il plotone di grilli parlanti pronti a giudicarci alla fine di ogni giornata. Sono tutte voci che risuonano in noi, assumendo tuttavia la stessa identica e familiare cadenza.

Nei libri, questa istanza sonora non poteva che essere la nostra, diversa per ogni lettura, confusa nell’armonia di un coro e pronta a piegarsi al corpo di Zero, dell’armadillo, di Sarah, di Secco. Era una voce prestata a un mondo di personaggi impegnati a parlare di questa vita – questa nostra vita – attraverso il racconto lineare di una paranoia interna che diventa professione dell’essere umani nel momento in cui viene riportata nel mondo esterno. Lo stesso, in fondo, era accaduto con Rebibbia Quarantine – il primo prodotto seriale di animazione di Zerocalcare – quando la condizione di isolamento ci aveva già addomesticati all’ascolto di una stessa vocalità prestata a personaggi diversi, nella ripetizione di un campionario di giorni lontano dalla confusione di suoni alla quale eravamo abituati. Forse è questa una delle ragioni per le quali, oggi, si rimane sorpresi nel sentire che anche tutti i personaggi di Strappare lungo i bordi (2021), a esclusione dello specchio di Zero (l’armadillo, Valerio Mastandrea), parlano nello stesso modo. Come se questa volta Michele Rech avesse deciso – in maniera arbitraria – di raccontarci un’altra delle storie di Zerocalcare, determinando il tempo e lo spazio dell’ascolto e sostituendosi alla nostra voce di lettori. Chiaramente non è così.

“È inutile che vivi fuori se muori dentro”. La serie inizia con una scritta su un muro di Rebibbia e qualche riferimento temporale che permette di contestualizzare la vita di Zero nel tempo del racconto: estate 2001, il G8 di Genova, la maturità insieme allo scudetto della Roma, un’educazione musicale controversa tra l’invito alla pace di Manu Chao e quello al dolore di Tiziano Ferro, la confusione ormonale e l’incontro con Alice – tre secondi per innamorarsi di lei, lo stesso tempo sufficiente per giurare di non confessarglielo mai. La composizione di queste prime scene corrisponde all’animazione di una serie di tavole distinte in cui si alternano piani narrativi differenti. Il rischio sotteso a un’operazione del genere potrebbe essere quello di costruire un racconto sbilanciato a causa della possibile dispersione del fil rouge che tiene insieme i sei episodi, un rischio totalmente aggirato dalla velocità con la quale la voce di Zero ordina e racconta l’evento principale (il suo rapporto con Alice), intervallandolo con aneddoti e storie, riflessioni e considerazioni. Anzi, non sarebbe nemmeno del tutto corretto affermare che vi sia un tema centrale ed è questa una delle scelte di regia che contribuisce a creare una narrazione autentica, per certi aspetti simile a quella che caratterizza i suoi graphic novel. Del resto, chi potrebbe dire quale sia l’elemento centrale attorno al quale ruota la propria vita, a patto che ne esista uno e uno soltanto?

Torniamo al rapporto tra Zero e Alice (il cui personaggio parla come Zero in versione riproduttore vocale) e al loro modo di interagire che è, a ben vedere, soltanto il modo di Zero: chat infinite su MSN (lo strumento che ha salvaguardato l’“accoppiamento fra sociopatici” prima di WhatsApp) e la totale incapacità di parlare con lei di persona senza “sudare come un kebab” o “guardarsi le scarpe” come “se avesse le battute scritte sui lacci”. L’armadillo gli consiglia di rimanere in quello spazio di ambiguità che il linguaggio può garantire, senza tuttavia perdere la pazienza dell’attesa perché “se una cosa deve succedere, succede”. E sembra che questo adagio sia in coppia con il titolo della serie.

Lungi dall’essere un enigma o un gioco di parole, “strappare lungo i bordi” significa esattamente strappare lungo i bordi, cioè avere cura di seguire la linea tratteggiata (e pretagliata) al fine di ricavare una sagoma da un foglio di carta. Si tratta di un’indicazione simile a quella che viene data nella scuola dell’infanzia, quando gli insegnanti chiedono agli alunni di colorare soltanto all’interno dei bordi che costituiscono la figura, intendendo così insegnare a distinguere il dentro dal fuori, il disegno da quello spazio bianco che lo fa risaltare nel vuoto. E così Zerocalcare, a diciassette anni, iniziava a strappare la sua sagoma, talvolta con dedizione, spesso con la disattenzione che provoca ferite e strappi. Con il passare del tempo, accade che il confine tra ciò che è dentro e ciò che è fuori diventa meno evidente: la sagoma si trasforma e si crea un’altra figura. Forse meno perfetta di un’idea, ma pur sempre vera di esperienza.

Come quando una Sarah undicenne fa capire a Zero che lui non è niente di più di “un filo d’erba in un prato” e che questa è anche la più grande libertà dell’essere umano: non dover sopportare il peso delle aspettative degli altri, né sentirsi responsabili delle loro vite. All’estremo opposto, Secco che, di fronte a qualsiasi evento, non ha che una richiesta: il gelato. Andando oltre la ripetizione del comico (e la ripresa di alcuni motivi del rapporto tra i due già sviluppati nei graphic novel e in altri video), anche Secco ha una sua ragione nell’essere placido e sereno nei confronti della vita, rispondendo in fondo così all’invito all’attesa pronunciato dall’armadillo. Un invito che Zero non riesce a comprendere appieno perché è troppo preso dalla sua stessa smania di raccontare, come mostra la situazione paradossale in cui, convinto di aver perso il treno che lui, Sarah e Secco devono prendere per raggiungere un luogo finora sconosciuto, continua a ripetere: “È andata così”, e Sarah “sbotta” per dirgli che non solo sono arrivati in orario ma che hanno anche preso quel treno che lui credeva perso per sempre.

Il problema di Zero è che, a un certo punto, ha iniziato a “strappare” i suoi bordi (a raccontare la sua vita) “senza guardare” (senza ascoltare una voce esterna al suo mondo interno) per il terrore che se avesse abbassato gli occhi, avrebbe visto che quel “foglio stava diventando sempre di più un casino” (a confronto con la perfezione delle vite degli altri). È l’armadillo – “per lavoro suo da coscienza” – a invitare Zero a rendersi consapevole della sua incapacità di “dire le cose ad alta voce” soltanto per la paura che la distinzione tra dentro e fuori diventi reale. Nel corso del racconto, infatti, si scoprirà che i tre stanno raggiungendo Biella per il funerale di Alice, la cui morte verrà rivelata soltanto a ridosso dell’evento stesso di commemorazione. Nel penultimo episodio, Zero estrae dalla tasca il foglietto della sua vita, ben ripiegato a nascondere il bordo da strappare. Una “vita congelata” da “un errore di valutazione”: il foglio “si ciancica” con il tempo, nonostante si provi a essere immobile come “una statua di cera”. Esiste un modo per imparare a dosare la cura e la fermezza nel gesto di uno strappo?

In preda all’ultimo senso di colpa, Zero pensa che avrebbe potuto impedire ad Alice di suicidarsi, se solo avesse avuto la costanza di rispettare quello che lei una volta gli aveva chiesto: “Per me non è importante che tu ci sia sempre, ma devo sapere che quando tu sei con me ci sei davvero”. È l’ennesima paranoia dalla quale viene risvegliato da voci nuove: Sarah, Secco e la voce registrata di Alice ora parlano in maniera diversa. E anche noi non stiamo più ascoltando la storia di Zero: è la storia di una molteplicità di voci che non possono parlare con la stessa voce, con la nostra voce. Si tratta di un’epifania messa in scena secondo una strategia narrativa simile a quella adottata da Charlie Kaufman in Anomalisa (2015), quando Michael Stone viene – soltanto per qualche ora – curato dalla voce di Lisa che risuona diversa rispetto alle altre, ma non abbastanza da sollevarlo dalla sindrome di cui soffre.

Al contrario, in Strappare lungo i bordi la voce assume il potere terapeutico della vicinanza in un universo pieno di riferimenti che ci appartengono e che vanno dalla letteratura, alla musica (onnipresente), alla storia più recente, agli elementi delle serie televisive che sono entrati nell’immaginario comune (come la boccia di Boris che spunta fuori all’inizio del quarto episodio). A confronto con questo mondo narrativo, da fili d’erba, diventiamo anche noi consapevoli di essere soltanto “brandelli” di quello che avevamo pensato di essere, in piedi e dritti su una risma di “cartacce senza senso” che non riusciamo più a leggere perché abbiamo perso la linea. E forse non l’abbiamo mai vista davvero. Sarà un destino, allora, anche quello di non vivere come “ordinati e pacificati”, di decidere di liberarsi dei “pezzi di carta” e di lasciare che brucino tutti insieme ed essere rassicurati dal calore che producono. La scelta di Alice è soltanto un destino diverso, il bordo di un fuoco che, a volte, non è sufficiente a scaldare.

Riferimenti bibliografici
Zerocalcare, La profezia dell’armadillo, BAO Publishing, Milano 2012.
Id., Un polpo alla gola, BAO Publishing, Milano 2012.
Id., Dimentica il mio nome, BAO Publishing, Milano 2014.
Id., Macerie prime, BAO Publishing, Milano 2017.
Id., Macerie prime – Sei mesi dopo, BAO Publishing, Milano 2017.
Id., Scheletri, BAO Publishing, Milano 2020.

Strappare lungo i bordi. Regia: Zerocalcare; sceneggiatura: Zerocalcare; character design: Elisa Tulli; direzione artistica: Erika De Nicola, Alessio Giurintano, Massimo Montigiani; musiche: Giancane; doppiatori: Zerocalcare, Valerio Mastandrea, Ambrogio Colombo, Chiara Gioncardi, Michele Foschini, Paolo Vivio, Veronica Puccio, Alessandra Sani, Ezio Conenna; produzione: Davide Rosio, Giorgio Scorza; distribuzione: Netflix; origine: Italia; anno: 2021.

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