“Ho ucciso mia moglie” rivela un uomo sulla cinquantina seduto nella cucina della sua casa. Con un lento carrello in avanti, la macchina da presa entra nella stanza e gli si avvicina frontalmente. “Non so come e perché. Era buona. Forse non sto bene”, continua guardando in camera. Quest’uomo è Paolo Marra (Leonardo Lidi), elettricista, uomo qualunque protagonista di Serpenti di Roberto De Paolis Maino. Tre giorni prima ha ucciso sua moglie. Pensava che questo gesto lo avrebbe fatto stare meglio. Ora sta peggio e se ne dispiace. Schiacciato dal senso di colpa, si veste di tutto punto e decide di costituirsi alla polizia. Nessuno, però, sembra credergli.
C’è una lucidità allucinata nella voce e nei gesti di Paolo Marra, così come assurdo è il labirinto costruito da De Paolis e i fratelli D’innocenzo, che del film co-firmano la sceneggiatura. Un dedalo kafkiano fatto di interni desolati (la stazione di polizia, la saletta da biliardo di un bar, una sala d’attesa) e situazioni degne delle più ciniche e surreali commedie nere nostrane e, quindi, specchio di un’Italia intera, tragica nella sua fatiscenza. Quel Bel Paese la cui situazione politica – e morale si potrebbe aggiungere –, chiosava Ennio Flaiano citato in apertura del film, è (ancora, dopo decenni) grave, ma non è seria. E come tale va trattata, con quella lente grottesca che graffia deformando il già deforme. Quello di una bolgia che ha i colori della disperazione di un “maschio medio” – i gialli e i verdi acidi della fotografia “dinnocenziana” di Gianluca Rocco Palma – che cercando una forma di espiazione finisce per confrontarsi con anime dannate che non sono altro, in fondo, se non riflessi della sua miserabilità.
Il primo, un poliziotto (Alessandro Borghi), accoglie distrattamente la confessione di Paolo Marra e la derubrica a uno dei tanti casi di criminali millantatori che si presentano alla sua scrivania. Lo riempie di domande piuttosto futili, sembra prendere tempo nella speranza di poter tornare ai suoi affari (le telefonate con madre e moglie per poter decidere cosa mangiare a pranzo), mentre ironizza sulla parità di genere di fronte ad un uxoricida. La boria minimizzante del poliziotto non è che il riverbero del loop malato di una burocrazia accartocciata su se stessa, di una forza così impegnata a cercare ordine da diventare incapace di riconoscere il disordine. Quale spazio può avere, in fondo, un altro femminicidio in un mondo di uomini forti per diritto di nascita?
Nessuno, secondo l’avvocato d’ufficio (Pietro Castellitto) assegnato a Paolo Marra. Tutti gli uomini vorrebbero uccidere la propria moglie. Ciò che frena è la paura del senso di colpa, “il marchingegno per avere una società solida”. Addirittura, arriva a suggerire l’uomo di non-legge, che Paolo Marra ha compiuto questo gesto per sentirsi come gli altri, per trovare una risposta al suo malessere, per sedere infine al tavolo dei “veri” uomini. E in un mondo al contrario, allora, la soluzione è far passare l’omicidio per un suicidio così che “non sia accaduto per nulla”. Il paradossale dialogo tra l’avvocato e il reo confesso si trasforma così nello spiazzante numero circense di un maschile autoreferenziale cui l’empatia è legittima solo se rivolta ad un altro uomo. Il resto è roba da donne o da strizzacervelli.
E proprio una pseudo analista dell’assurdo diventa la cartomante (Valeria Golino) che legge negli arcani maggiori l’anima di Paolo Marra. Un pover’uomo traumatizzato in adolescenza che dovrebbe commettere un altro crimine, uccidere un uomo questa volta, per poter essere preso sul serio. È il personaggio più disturbante, questa donna che sembra frutto di un’allucinazione del protagonista che, in fondo, non cerca altro che una validazione. Vuole essere visto, forse per non finire cancellato come sua moglie. Qui la scelta più caustica del film: eliminare la vittima anche dall’inquadratura come lo è, troppo spesso, dal discorso pubblico. Un’assenza riempita dalle occhiaie e dall’incedere sconvolto di un uomo che, nonostante cerchi disperatamente di essere notato, attraversa i campi visivi di chi lo circonda invisibile come uno spettro. Anche quelli delle telecamere di sorveglianza che spesso lo inquadrano nel film, ennesima epitome della cecità di una schizofrenica società del controllo.
Eppure è uno sguardo a segnare il ribaltamento finale di Serpenti. Quello lungo, in macchina di Valeria Golino – contraltare a quello nell’incipit del protagonista – dal quale sembra emergere una soggettività femminile che, finalmente, prende parola e interroga chi guarda. Quello spettatore che (ancora) in un mondo al contrario potrebbe finire per empatizzare con Paolo Marra che, infine, dimostra la sua piccolezza aggredendo verbalmente un(a) controllore che vorrebbe controllare il suo biglietto sull’autobus. Una resistenza a pubblico ufficiale che degenera e lo fa finire dietro le sbarre. Il reo confesso torna a professarsi innocente. Il femminicidio scompare. E il senso di colpa perde di senso nel marasma generale di un’Italietta semiseria.
Serpenti. Regia: Roberto De Paolis Maino; sceneggiatura: Damiano D’Innocenzo, Fabio D’Innocenzo, Roberto De Paolis Maino; fotografia: Gianluca Rocco Palma; montaggio: Paola Freddi; musiche: Vittorio Giampietro; intepreti: Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto, Valeria Golino; produzione: Paco Cinematografica, Be Water Film; distribuzione: Be Water Film; origine: Italia; durata: 93′; anno: 2026.