“I believe the intellectual life of the whole of western society is increasingly being split into two polar groups”, scriveva Charles P. Snow nel celebre The Two Cultures and the Scientific Revolution (1959): “Literary intellectuals at one pole-at the other scientists” (ivi, p 4). Oggi, secondo Riccardo Manzotti (e su questo punto è difficile dargli torto) in “Umanismo come esistenzialismo. Risemantizzare l’umanesimo”, i due gruppi si sono di fatto ridotti ad uno, quello scientifico, mentre quello letterario è destinato all’estinzione. Il fatto è che l’irresistibile diffusione dei Large Language Models (come ChatGPT, ad esempio) avrebbe privato l’umanesimo, è questa la tesi di Manzotti, del suo specifico campo d’azione, il linguaggio e le connesse pratiche del senso e dell’interpretazione. In effetti, sostiene Manzotti, quello “umano era il mondo della parola, che era una prerogativa della nostra specie e con la parola seguiva il significato, il senso, il valore e tutte le discipline, come l’arte e la filosofia, che cercavano di articolare la vita degli esseri umani”. La principale conseguenza di questa situazione, prosegue Manzotti, è che fino a prima dell’avvento dell’IA “le facoltà umanistiche erano, essenzialmente, facoltà linguistiche dove ci si occupava dell’articolazione delle parole. Al contrario le facoltà scientifiche erano le facoltà dei fatti espressi quantitativamente e quindi dei numeri”. La crisi delle humanities deriverebbe quindi dal fatto che il loro “oggetto” non è più di loro esclusiva, né tantomeno principale, competenza.
In effetti il campo del linguaggio, finora ritenuto la caratteristica specie-specifica dell’Homo sapiens, è ora occupato dalle intelligenze artificiali, che scrivono e parlano in modi sempre meno distinguibili da quelli umani. Che fare allora dell’umanesimo – e in particolare dei peraltro sempre più asfittici dipartimenti di Scienze Umane – dal momento che la sua ragion d’essere “metafisica” è venuta meno? La proposta di Manzotti è radicale: “L’IA sta cambiando le radici dell’umano che non sono più alcune sue manifestazioni storiche legate al linguaggio. Quindi l’umanesimo non può più essere una categoria primaria che va cercata altrove. Dove? Qui propongo di individuarla nella dimensione esistenziale, cioè dove la vita si presenta prima di ogni sua razionalizzazione e concettualizzazione”. Pertanto, prosegue con decisione Manzotti, se l’umanesimo vuole ancora giocare un ruolo deve provare a esplorare “l’incommensurabile infinità di ciò che, oltre l’orizzonte del linguaggio, nessuno ha ancora conosciuto fino in fondo”. In definitiva per Manzotti l’unico modo per “salvare” l’umanismo, e le discipline che se ne dovrebbero occupare, è assumere che “l’umanismo è esistenzialismo”, perché “questa è l’essenza dell’umanismo, dare voce a ciò che si trova ancora fuori del linguaggio e che bussa per trovarvi cittadinanza”.
La tesi di Manzotti, come sempre con le sue tesi, è netta ed esplicita; tuttavia crediamo che per un verso non sia abbastanza radicale, per un altro sia impraticabile. Nel seguito di queste note proveremo a sviluppare i seguenti tre punti: 1. la distinzione fra scienze della “parola” (quelle cosiddette umanistiche) e scienze del “numero” (quelle cosiddette scientifiche) non è affatto scontata come lo stesso Manzotti sembra presumere; 2. l’IA non solo svuota di contenuto “esistenziale” il campo del linguaggio, ma anche quello della matematica; 3. anziché occuparsi di un “incommensurabile dell’esistenza”, peraltro dai contorni piuttosto vaghi, per i saperi umanistici (in particolare per la filosofia) rimane un oggetto che almeno al momento nessun altro sapere mette a tema: un oggetto che non può non avere a che fare ancora e principalmente con il linguaggio.
1. Come esplicita Manzotti, “le facoltà scientifiche” sono “le facoltà dei fatti espressi quantitativamente e quindi dei numeri”, diversamente appunto dalle facoltà umanistiche che si occupano di parole e quindi di linguaggio. Schematizzando brutalmente (sappiamo che a Manzotti piace arrivare al punto senza tante sottigliezze): umanesimo ↔ parole, scienze ↔ numeri. Veniamo allora alla distinzione fra parole e numeri. Le ricerche neuroscientifiche mostrano come le aree del cervello deputate a compiti prettamente linguistici condividono una base comune (anche se non c’è una sovrapposizione integrale, come è ovvio aspettarsi, fra le due macro-aree) con quelle deputate a svolgere compiti prettamente matematici: «Number processes have dedicated regions in the brain cortex. […] This network is distinct from but partially overlaps with language faculties» (Nieder 2024, p. 298). In altri termini, le abilità matematiche, in particolare numeriche, degli umani non esisterebbero se gli animali umani non sapessero parlare e scrivere. In effetti è noto che gli animali non umani, e le popolazioni umane prive di scrittura, al più mostrano forme di «nonsymbolic number representations» (ivi, p. 268), che tuttavia si arrestano molto al di qua di quella che consideriamo anche una rudimentale capacità numerica. Essere in grado di distinguere visivamente un gruppo di tre oggetti da uno di quattro non significa saper contare, perché basta trovarsi di fronte a mucchi di oggetti appena più consistenti, composti ad esempio da dodici elementi rispetto ad uno composto da tredici, perché queste capacità vengano meno. Per usare i numeri in senso tecnico occorre una qualche forma di scrittura (come nel caso del cosiddetto osso di Lebombo, datato a circa 40.000 anni fa – così chiamato dalla catena montuosa che si estende fra Sud Africa e Eswatini – ricavata dal perone di un babbuino, recante incisioni che sono state interpretate come una primissima forma di notazione numerica (cfr. D’Errico et al., 2018). In definitiva, avere a che fare con le parole non è così diverso da avere a che fare con i numeri: le due culture in realtà sono sempre state una sola cultura, quella del linguaggio e in particolare della scrittura (cfr. Goody 1990). In effetti, quello che i Large Language Models mostrano in modo evidente era quanto già scriveva Derrida ne Della grammatologia: «Ciò che si chiama linguaggio […] nella sua origine e nella sua fine” è “soltanto un momento, un modo essenziale ma determinato, un fenomeno, un aspetto, una specie della scrittura» (1998, p. 26). Parole e numeri sono modi di essere della scrittura. Siamo sempre nel campo del linguaggio.
2. Stante la vicinanza “metafisica” (e neurologica) fra parole e numeri, non sorprende sapere che l’IA non solo è in grado di scrivere e parlare, ma anche di calcolare (cfr. Ahn et al. 2024). Una capacità che è presumibile non potrà che migliorare man mano che nuovi algoritmi verranno sviluppati, algoritmi che progressivamente – proprio come sta succedendo nel campo delle humanities – “invaderanno” il campo delle scienze basate sulla matematica. In questo senso l’antica distinzione fra scienze empiriche basate sulla matematica e discipline umanistiche incentrate sulla parola e sui testi è destinata a farsi sempre meno netta fino a sfumare del tutto. Anche in questo caso Derrida aveva compreso che al di sotto della differenza fra parola e numero opera una struttura, quella della scrittura come “significante del significante” in cui «il significato vi funziona già da sempre come significante». «Non si dà significante» – che sia parola o numero non fa differenza – «che sfugga […] al gioco dei rinvii significanti di cui è costituito il linguaggio» e «ciò porta, a rigore, a distruggere il concetto di “segno” in tutta la sua logica» (1998, p. 24). L’intelligenza artificiale lavora solo sui “significanti”, non sa che farsene dei significati. Si tratta di un punto essenziale, a cui Manzotti non sembra riconoscere il valore che merita perché, se preso effettivamente in considerazione, renderebbe vana in partenza la sua proposta di considerare “l’umanismo” uguale a “esistenzialismo”. In effetti che cosa mostrano, i LLMs, se non quello che scriveva Foucault già nel 1966, «un linguaggio che non è parlato da nessuno» (Foucault 2010, p. 131)? Non c’è nessun significato né alcun soggetto alla base del linguaggio; in altri termini, il funzionamento del linguaggio, come anche del calcolo, non ha bisogno di presuppore alcuna originaria interiorità esistenziale, dal momento che «l’essere del linguaggio è la cancellatura visibile di colui che parla» (ibidem). I LLMs mostrano non come l’IA sia diversa dagli esseri umani, dal momento che questi ragionerebbero in base ai significati mentre gli algoritmi si limiterebbero ai significanti; al contrario, mostrano che la distinzione fra significato e significante non serve per dare conto del linguaggio e del calcolo.
3. Per Manzotti l’umanismo dovrebbe occuparsi di ciò che si trova “oltre l’orizzonte del linguaggio”, e questo imprecisato “oltre” – che peraltro per Manzotti è piuttosto un “al di qua” del linguaggio – sarebbe “l’esistenza” in quanto “aperta a un infinito di ordine superiore a quello simbolico”. Non è affatto chiaro in che modo si possa prendere contatto con questo strato “esistenziale” originario, tantomeno Manzotti ci dice che dovremmo farne, ammesso che sia raggiungibile, di questo “sapere”. Senza contare che in realtà non dovrebbe mai diventare propriamente un sapere, perché se ci riuscissimo dovremmo poterlo esprimere a parole, ma è proprio Manzotti che ci dice che “il linguaggio è solo l’espressione della forma vuota dell’esistenza”.
Che fare, allora? Alan Turing, in Macchine calcolatrici e intelligenza (1950), il saggio che per molti versi ha “inventato” l’intelligenza artificiale, propone una distinzione fra due tipi di “menti” umane:
La maggior parte di esse sembrano essere “subcritiche” […]. Mediamente, un’idea presentata a una di queste menti darà origine, in risposta, a qualcosa di meno di un’idea. Ma una percentuale piuttosto piccola delle menti sono super-critiche [Turing sembra piuttosto ottimista]: un’idea presentata a una di queste menti può far nascere un’intera “teoria” consistente di idee secondarie, terziarie, e ancora più remote (2025, p. 43).
Sembra una descrizione piuttosto accurata delle prestazioni di scrittura di un qualunque LLM: nella maggior parte dei casi la risposta ad una “idea” (cioè ad un “prompt”) viene sviluppata in modo esauriente ma poco originale, esplicitando nessi, talvolta anche poco evidenti, che tuttavia erano impliciti nella questione iniziale. Che cosa fa, invece, una intelligenza “super-critica”? Anziché sviluppare un’idea mette piuttosto in questione il punto di partenza di questa stessa catena di associazioni: non si tratta di derivare conseguenze da un prompt, piuttosto è il caso di evidenziare l’impensato implicito nel prompt stesso.
Agamben, nel suo libro sul metodo del lavoro filosofico, Signatura rerum, chiama questo tipo di approccio “archeologia”: si tratta di
quella pratica che, in ogni indagine storica, ha a che fare non con l’origine, ma col punto d’insorgenza del fenomeno e deve, perciò, confrontarsi nuovamente con le fonti e con la tradizione. E non può misurarsi con la tradizione, senza decostruire i paradigmi, le tecniche e le pratiche attraverso cui essa regola le forme del tramandamento, condiziona l’accesso alle fonti e determina, in ultima analisi, lo stesso statuto del soggetto conoscente. Il punto d’insorgenza è, cioè, qui insieme oggettivo e soggettivo e si situa, anzi, in una soglia di indecidibilità fra l’oggetto e il soggetto. Essa non è mai l’emergere del fatto senza essere, insieme, emergere dello stesso soggetto conoscente: l’operazione sull’origine è, nello stesso tempo, un’operazione sul soggetto (2008, p. 90).
Studiare in modo “archeologico” un tema, qualunque esso sia (pertanto al di qua della distinzione fra ciò che è scientifico, quindi numerico, e ciò che invece rientra nel campo “umanistico”, e quindi delle parole) significa collocarsi nel “punto di insorgenza” di quello stesso fenomeno, prima che diventasse un tema, prima ancora che si formassero i concetti con cui poi quel tema è stato pensato, e fissato in una determinata tradizione di ricerche. Un lavoro del genere, al momento, sembra al di là delle competenze di un LLM, e non perché non sia abbastanza intelligente, perché sebbene sia abilissimo nell’usare il linguaggio non sembra piuttosto in grado di mettere a tema il fatto che usa il linguaggio. Allo stesso tempo questo lavoro “archeologico”, per Agamben, mette in questione lo stesso soggetto, dal momento che il “soggetto” può esistere solo in relazione ad un “oggetto” dato: se quest’ultimo viene meno, verrà meno anche il primo. È allora il “factum loquendi”, e non una meglio precisata “esistenza”, l’oggetto di un sapere che voglia smarcarsi dalla ormai inutilizzabile distinzione fra sapere scientifico e sapere umanistico. È difficile liberarsi del linguaggio.
Riferimenti bibliografici
G. Agamben, Signatura rerum. Sul metodo, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
J. Ahn, R. Verma, R. Lou, D. L. Rui Zhang, W. Yin, Large Language Models for Mathematical Reasoning: Progresses and Challenges, Proceedings of the 18th Conference of the European Chapter of the Association for Computational Linguistics, 2024.
J. Derrida, Della grammatologia, Jaca Books, Milano 1998.
F. d’Errico, I. Colagé, A. Queffelec, E. Le Vraux, G. Giacobini, B. Vandermeersch, B. Maureille, From number sense to number symbols. An archaeological perspective, in “Philosophical Transactions of the Royal Society B”, vol. 373, n. 1740, 2018.
M. Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli, Milano 2010.
J. Goody, L’addomesticamento del pensiero selvaggio, Angeli, Milano 1990.
A. Nieder, The calculating brain, in “Physiological Reviews“, vol. 105, n. 1, 2024.
A. Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, Einaudi, Torino 2025.