In un film dimenticato degli anni Sessanta, Io ho 20 anni (Marlen Chuciev), il giovane protagonista Sergej, tornato dal servizio militare, si aggira per le vie della Mosca dell’epoca di Chruščëv, affascinato dalle mostre di avanguardia e dalle serate di poesia all’università; si innamora di una ragazza, Anja, conosciuta casualmente su un tram, e abbandona tutto per seguirla fin sotto al portone, come in un film di Truffaut. Quel sorriso spensierato si irrigidisce e si fa pronto al litigio quando nella festa di compleanno di Anja, oramai sua fidanzata, alcuni giovani amici (interpretati dai futuri registi Tarkovskij e Končalovskij), evidentemente innamorati dell’Occidente, si permettono di ironizzare sul ricordo dei reduci dalla Seconda Guerra Mondiale o, meglio, della Grande Guerra Patriottica, come è ricordata nel mondo sovietico (Scarlato 2026). È un piccolo esempio, quanto mai significativo perché proveniente da un autore sostenitore del Disgelo, critico dello stalinismo e che ha subito la censura proprio per il film sopra ricordato. L’Occidente rimane per i Russi l’Altro tramite cui definire agonicamente la propria identità. Lo era ai tempi di Pietro il Grande, lo è stato ai tempi dell’Unione Sovietica, anche nei periodi di maggiore apertura diplomatica, lo è oggi ai tempi di Putin.

La raccolta di scritti politici del poeta-diplomatico Fëdor Tjutčev, La Russia e l’Occidente, appena pubblicata da Adelphi, merita di stare accanto ai testi di Čaadaev e di Dostoevskij e poi di Solov’ëv e Berdjaev, fino ad arrivare nella Russia post-sovietica a quelli di Dugin, per intendere la curvatura storiosofica che attraversa la cultura russa, che dai tempi di Pietro il Grande trasporta le tensioni agoniche attorno ai confini dello spazio russo sul piano temporale, delineando filosofie della storia che gravitano attorno al dualismo tra la Russia e l’Occidente, alternativamente letto come modello da imitare o, più spesso, come eresia da rifuggire. I saggi sono perlopiù degli anni intorno al 1848. Sono raccolti e curati da Marco Filoni, con un’importante postfazione di Massimo Cacciari dedicata a Roberto Valle, ai cui studi difatti Cacciari si richiama per delineare l’orizzonte dell’idea russa

La tesi fondamentale di Tjutčev: la Rivoluzione è la malattia che divora l’Occidente e tale malattia ha origine nella ragione umana emancipata. È l’ennesima variazione del Romanticismo anti-illuminista che dai tempi di De Maistre sta a fondamento di ogni pensiero reazionario. L’autonomia della ragione significa per questa tradizione di pensiero l’indebolimento del principio di autorità, essenziale per garantire una qualsiasi forma  di ordine, che non può invece essere assicurato dall’universo tecno-scientifico, espressione dello spirito rivoluzionario che si è impossessato dell’Occidente, per questo destinato alla frammentazione e a una sorta di guerra civile permanente. La declinazione di Tjutčev rilegge lo scontro tra Occidente e Russia come qualcosa che risale allo scisma d’Oriente. Se noi occidentali lo intendiamo come la separazione di Bisanzio in nome della dottrina del Filioque e del rifiuto del primato del Papa, per Tjutčev al contrario è Roma a essersi separata dalla Chiesa universale di Bisanzio: «l’Impero è uno: la Chiesa ortodossa ne è l’anima, la razza slava ne è il corpo […] L’Impero d’Oriente: è la Russia definitiva». Seguendo il filo del ragionamento di Tjutčev il principio della Rivoluzione risale addirittura perciò al Papa, ribellatosi contro la Chiesa universale e usurpatore dei diritti dell’Impero. 

Russia o Rivoluzione: è un’antinomia che ha trovato nei Demoni di Dostoevskij l’elaborazione più alta, proprio perché disegnata polifonicamente attraverso la forma strutturalmente anti-autoritaria del romanzo e quindi in grado di rilevare non soltanto la “malattia” rivoluzionaria dell’Occidente ma anche come tale malattia pervada la stessa Russia e al contempo come il supposto ruolo redentivo della Russia possa presentarsi come un’ossessione patologica. Nei pamphlet di Tjutčev, ma il discorso si può allargare a gran parte degli interpreti dell’idea russa e arriva fino ai discorsi di Putin “storico in capo” (Werth 2023), tale antinomia nelle sue innumerevoli interpretazioni torna invece sempre allo schema di Gioacchino da Fiore, che a sua volta nasceva dalla crisi prodotta dal conflitto tra potere ecclesiastico e laico, al tempo della lotta per le investiture, schema che gli autori russi riprendono tramite la mediazione del tardo Schelling: la Trinità è trasposta sul piano temporale; vi è perciò una rivelazione progressiva, che trova nella futura età dello Spirito, quando sarà la Russia a guidare l’Europa, il superamento dei dissidi dell’età del Figlio, dell’Occidente rivoluzionario-nichilistico.

L’elaborazione storiosofica più raffinata dell’idea russa, proprio perché tesa a superare il dualismo “Russia-Occidente” in nome di una Russia spirituale, è quella di Solov’ëv, che contesta all’Occidente di aver negato la natura teandrica dell’umanità, la divino-umanità. Tale negazione avrebbe condotto al mondo uniformato e indifferente al valore dell’Occidente nichilistico, al contrario di quel modello divino-umano che potrebbe, riflettendo la Trinità, condurre all’unità senza confusione, alla distinzione senza separazione: alla sobornost’, da contrapporre all’uguaglianza livellatrice e alla libertà anarchica dell’Occidente. Questo ideale della sobornost’ animerà tanta filosofia religiosa russa del Novecento, dal capolavoro di Florenskij La colonna e il fondamento della verità al Dostoevskij di Bachtin, che mimetizza tale concezione nella lettura della polifonia romanzesca come «comunità di anime non fuse tra di loro».   

Russia o Rivoluzione: questa antinomia ha però trovato nel Novecento la sua imprevista risoluzione nella Russia rivoluzionaria, dietro alla quale convivono l’estremo di quella fiducia contraddittoria nella capacità della tecno-scienza di garantire ordine e progresso, di garantire la felicità in terra, e l’affermazione di una sorta di diritto divino della Russia a essere l’unico impero legittimo, come già sostenuto da Tjutčev: «Nessuna nazionalità politica possibile per gli slavi al di fuori della Russia». Qui sta il nodo. Chi è che decide?

Le storiosofie al modo di Tjutčev (come in modo diverso tante analisi geopolitiche) non accettano quello che è in effetti il fondamento della modernità: l’Io. Quello che chiamano frammentazione e assenza di un ordine, è lo spazio pubblico democratico, con tutte le storture e i suoi continui conflitti di potere e la sua battaglia per una verità che non si riduca alla verità di Stato. Quello che cercano nella sobornost’ è la capacità di trovare l’equilibrio perfetto tra quei valori e quei diritti che continuamente vanno rinegoziati e ridiscussi e difesi anche nel nostro secolo. Il modello divino-umano, ossia l’idea di una ragione umana sottomessa a un principio trinitario superiore, finisce per riconfermare un paradigma prometeico, in cui il divino è comunque articolazione di una volontà che si pensa come fondamento ultimo, mai in grado di riconoscere la Natura come ambiente, piuttosto che fondo indefinitamente disponibile.

Quello che chiamano “tramonto dell’Occidente” e che produce l’uso politico di idee come età dello Spirito e Impero legittimo, nasce dal rifiuto della sentenza kantiana: «dal legno storto dell’umanità non si è mai cavata una cosa dritta», reale punto di partenza per una concezione plurale, moderna e non apocalittica, di ogni identità. Compresa quella della Russia.

Riferimenti bibliografici  
A. Scarlato, La scalinata vuota. Il cinema russo tra Rivoluzione e Impero, Fondazione Ente dello Spettacolo, Roma 2026.
R. Valle, Spettri della Russia.Genealogia della russofobia e la questione ucraina, Lithos, Roma 2023.
N. Werth, Putin storico in capo, Einaudi, Torino 2023.

Fëdor TjutčevLa Russia e l’Occidente, a cura di M. Filoni con un saggio di M. Cacciari, Adelphi, Milano 2026.

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