Molti parlano delle humanitas e qua e là si leggono le solite notizie secondo cui si assumerebbero più filosofi che laureati nelle STEM (materie tecnico-scientifiche). Si tratta quasi sempre di notizie vaghe o un po’ aneddotiche, come le migliaia di filosofi assunti dai servizi segreti cinesi o la meravigliosa parabola della ragazza scozzese, Amanda Askell, salita ai vertici della Anthropic per decidere sui valori morali di Claude. Ma teniamoci su un piano più serio ed evitiamo il solito campanilismo tra le facoltà umanistiche e quelle tecnico-scientifiche.
Che senso ha parlare ancora di umanesimo nel momento in cui l’essere umano, nelle sue prerogative, è messo in discussione dall’IA? Che senso ha parlare di umanesimo quando la nozione di essere umano non è più così ovvia? Fino a qualche anno fa, la distinzione era facile. L’umano era il mondo della parola, che era una prerogativa della nostra specie e con la parola seguiva il significato, il senso, il valore e tutte le discipline, come l’arte e la filosofia, che cercavano di articolare la vita degli esseri umani. L’espressione uomo di lettere caratterizzava in modo informale, ma evidente a tutti, questa essenza dell’umano. Le facoltà umanistiche erano, essenzialmente, facoltà linguistiche dove ci si occupava dell’articolazione delle parole. Al contrario le facoltà scientifiche erano le facoltà dei fatti espressi quantitativamente e quindi dei numeri. Che ironia che questa distinzione sia stata scardinata da una macchina, il Transformer, che è a tutti gli effetti il traduttore universale e lo è a forza di numeri inimmaginabili, fatti da migliaia di miliardi di dimensioni, ma pur sempre numeri.
L’umano, che si identificava con il dominio della parola e del significato, non è più così diverso dal naturale, che vedevamo come il dominio del numero e dei rapporti di causa. Questa invasione di campo è così profonda che si fa ancora fatica a comprenderne la portata. È sicuramente a livello, se non più grande, delle due grandi detronizzazioni (per usare i termini freudiani) di Darwin e Copernico. Le nozioni di umanesimo, umanismo e humanitas sono destinate a una risemantizzazione profonda perché erano basate su una cornice concettuale che, semplicemente, non c’è più.
Semplificando un po’, possiamo dire che il termine umanesimo ha due accezioni principali: quella che riguarda l’umano e quella che riguarda ciò che, nell’essere umano (ma non necessariamente solo nell’essere umano), trova espressione.
Il primo tipo di umanesimo è, evidentemente, di carattere storico e accidentale. Abbiamo identificato una certa specie, l’Homo Sapiens Sapiens, e un certo percorso culturale (da Parmenide a Kant, da Eschilo a Leopardi, da Zeusi a Fontana) come l’espressione storicamente essenziale dell’umanesimo. È quello che piace nelle facoltà umanistiche ed è un termine intriso di storicismo e che molti fanno coincidere con quella corrente storico-culturale che dal Rinascimento in poi è centrata sul recupero dei testi classici, sul latino ciceroniano, sulla dignità dell’uomo come misura del mondo. È una categoria storiografica precisa, databile, localizzabile.
Ma umanesimo (spesso scritto modificando la vocale centrale, e cioè umanismo) è anche un termine filosofico più ampio e più mobile: designa ogni posizione teorica che pone l’essere umano al centro dei valori, delle pratiche e delle istituzioni. Qui prenderò spunto soprattutto da due testi che, da versanti opposti, ne hanno definito lo spazio concettuale l’uno per rivendicare la parola, l’altro per ricusarla: L’esistenzialismo è un umanismo di Sartre e Lettera sull’umanismo di Heidegger.
Ci sarebbe poi una terza zona (grigia?), che abbiamo importato dal mondo anglosassone e che è una sorta di rebranding delle facoltà non tecnico-scientifiche, ovvero le cosiddette humanities, a volte tradotte goffamente come scienze umane o studi umanistici (terminologie che sembrano occhieggiare a una presunta evoluzione in senso scientifico o metodologico), che sono sostanzialmente una mascheratura accademica per costruire curricula apparentemente al passo con i tempi.
Ritorniamo alla seconda accezione, l’umanesimo o umanismo come ciò che, nell’essere umano (ma non necessariamente solo nell’essere umano), trova espressione. Ed è fondamentale oggi riconsiderarlo, nel momento in cui nel dibattito sull’IA, si parla costantemente e necessariamente di “nuovo umanesimo” come risposta al tecno-determinismo.
E qui, credo sia necessario capovolgere il titolo di Sartre, non è l’esistenzialismo a dover rivelare le sue radici umanistiche, ma è l’umanesimo che deve riconoscere la propria natura esistenziale; laddove esistenziale è tutto ciò che non è riducibile né alla causa efficiente, né alla funzione, né al principio di ragion sufficiente. Mi spiego con un esempio. Prendiamo un romanzo. C’è un personaggio che sta affrontando una situazione difficile. Deve scegliere se seguire l’amore o il dovere, un grande classico. Oppure se scegliere l’amore per un figlio o l’amore per una donna o, persino, per il valore. Mi viene in mente l’Ulisse di Dante, “né dolcezza di figlio, né la pieta per il vecchio padre, né il debito amore… vinser poterono l’ardore ch’io ebbi di divenire del mondo esperto” e poi sappiamo cosa succede. Il punto è questo, prima della sua scelta, potevamo prevedere la scelta di Ulisse? No. Sarebbe anche potuto tornare a Itaca (e in certe versioni del mito è quello che fa). Ma sarebbe stato un altro Ulisse. Ma l’Ulisse di Dante sceglie le colonne d’Ercole con quello che gli costerà, e questa scelta che lo porta al naufragio lo porta però a essere quello che è, che non sarebbe stato se avesse deciso di tornare a casa. Quindi la scelta è costitutiva di chi sceglie, sia esso Madame, Ulisse o Renzo Tramaglino. E tuttavia se la scelta fosse stata determinata a priori, dai neuroni o dai buoni motivi o dai processi cognitivi, non ci sarebbe stato alcuno spazio per l’esistenza di Emma, Odisseo o Lorenzo. L’esistenza è dare voce a chi siamo veramente. Insomma, Ecce homo, per capirci. Questo è l’esistenzialismo e questa è l’essenza dell’umanismo, dare voce a ciò che si trova ancora fuori del linguaggio e che bussa per trovarvi cittadinanza.
In fondo è la differenza tra un romanzo e un saggio. Il primo ci mette di fronte a una vicenda esistenziale in cui un individuo è posto di fronte a scelte esistenziali che, prima ancora che le azioni, ne definiscono il carattere e la natura. Il secondo presenta dei fatti e, a partire da questi, si muove secondo logiche deduttive di ragione sufficiente. Vi sarebbe poi il punto di contatto tra i due, che corrisponderebbe a quel momento creativo in cui si cambia il paradigma di riferimento che non è mai frutto esclusivo di processi induttivi o deduttivi, ma qui non lo tocchiamo.
Nell’esistenza avvengono cose che non sono completamente riconducibili alle loro premesse e ci si trova a fare i conti con l’incommensurabile infinità di ciò che, oltre l’orizzonte del linguaggio, nessuno ha ancora conosciuto fino in fondo. Sembrano parole retoriche e liriche, sono termini tecnici e precisi che, proprio nella tecnologia degli LLM e dell’IA generativa e agentica, acquistano tutta la loro pregnanza. Infatti, l’IA ha separato chirurgicamente linguaggio e conoscenza da valore ed esistenza.
Che l’esistenza sia aperta a un infinito di ordine superiore a quello simbolico (quantitativo e linguistico) è stato ben chiaro in tutta la tradizione umanistica. A partire dalla celebre orazione sulla dignità dell’umano di Pico della Mirandola che identifica la grandezza dell’uomo nell’essere indeterminato e indefinito. Non avendo alcuna essenza fissa (né nobile né animale), all’uomo tutto è concesso. L’umano è il luogo ove l’incommensurabile dell’esistenza bussa alle porte del linguaggio e della conoscenza.
E infatti esistenzialismo e libertà sono intimamente intrecciati nelle formule che Sartre proporrà, “l’esistenza precede l’essenza”, “l’uomo è condannato a essere libero” non sono altro che il Pico secolarizzato. L’uomo prima esiste, poi si fa. Il suo umanismo è una forma di trascendenza. L’uomo è uomo in quanto si proietta fuori di sé.
Qualche anno dopo, al netto delle differenze ovvie sulla tensione tra essenza ed essere che qui ignorerò, la Lettera sull’ “umanismo” di Heidegger rifiuta la cornice tradizionale e, mettendo da parte ogni definizione dell’essere umano, si pone la domanda radicale sull’essere e l’umano è il luogo in cui l’essere si apre; ek-sistenza, sporgenza nella radura dell’essere. E così, possiamo a definire l’umano a partire dall’esistenza, che è questo infinito che bussa alle porte della realtà e che, nella nostra vita, continua a premere sulle razionalizzazioni linguistiche che produciamo incessantemente per giustificare le nostre azioni.
Ma qui, possiamo giocare a rifiutare la sua celebre conclusione “il linguaggio è la casa dell’essere” perché il linguaggio è uscito dall’umano e anche da quel mondo in cui era l’espressione dell’esistenza (o dell’essere). Oggi gli LLM hanno dimostrato che, al contrario e con buona pace del filosofo tedesco, il linguaggio è solo l’espressione della forma vuota dell’esistenza. Il linguaggio esprime la struttura delle relazioni degli eventi che, nel caso degli esseri umani, trova espressione nelle lingue naturali e, nel caso dell’IA, diventa il mostruoso modello iperdimensionale da miliardi di parametri che ogni LLM pazientemente costruisce a partire dai nostri linguaggi. Si tratta, ma non posso argomentare in modo approfondito, di qualcosa di molto simile alla forma logica di Wittgenstein che sarebbe una forma dimensionalmente più alta di quella delle lingue naturali.
Quando si invoca un “nuovo umanesimo” contro l’intelligenza artificiale, di solito si compie senza saperlo la mossa sartriana di ri-centrare l’Uomo contro la macchina o, peggio, si fa un’operazione nostalgico-storicistica (“come era bello studiare il greco al classico …”). Al contrario, già nell’Heidegger successivo (sulla tecnica e sul Gestell) si mette da parte l’interiorità. Mossa quanto mai attuale perché dovrebbe essere evidente a tutti che l’IA parla e non parla meno bene perché non ha l’interiorità. E semmai il dubbio logico è che, simmetricamente, anche noi non abbiamo bisogno dell’interiorità e forse non l’abbiamo mai avuta, ma è stata soltanto, come la nobiltà, una piacevole illusione per fondare la differenza tra noi e le cose.
Nel 2020, su National Affairs in “The erosion of deep literacy”, Adam Garfinkle ha recentemente ripreso la tesi secondo cui la nozione di interiorità (che storicamente si può ricondurre ad Agostino e non è, per quanto ne sappiamo, innata) sarebbe il frutto della diffusione della lingua scritta e di testi in prima persona. Sostanzialmente, leggendo e non udendo nessuno parlare ci saremmo costruiti l’idea di un pensiero non vocalizzato e avremmo attribuito a noi stessi quello che leggiamo sotto forma di una lingua non pronunciata. Il pensiero e l’interiorità sarebbero così figli della scrittura e della lettura. È un punto di vista molto interessante che ha analogie con intuizioni espresse da Julian Jaynes, Vigotsky, Piaget e molti altri. Lo cito qui perché, se fosse vero, sarebbe ironico che, nel momento in cui il linguaggio scritto è conquistato dalle macchine sentiamo la necessità di attribuire loro un pensiero interiore. Dopo tutto, come aveva notato un campione della scrittura in prima persona e della memoria, Marcel Proust, è solo nella letteratura che uno ascolta una voce in perfetta solitudine; una voce che non ha suono. E questa capacità di leggere a lungo non è affatto naturale ed è anzi possibile che sia legata a un particolare momento storico (in fondo sull’Enterprise di Star Trek nessuno legge … la conoscenza è diventata una commodity).
Concludo. L’IA sta cambiando le radici dell’umano che non sono più alcune sue manifestazioni storiche legate al linguaggio. Quindi l’umanesimo non può più essere una categoria primaria che va cercata altrove. Dove? Qui propongo di individuarla nella dimensione esistenziale, cioè dove la vita si presenta prima di ogni sua razionalizzazione e concettualizzazione. Non chi studia l’arte è un umanista, ma solo chi sa dare voce o volto a ciò che ancora non è nel piano della conoscenza. Ma allora umanesimo o umanismo non sono altro che l’articolarsi e il dare espressione all’esistenza. L’IA ci costringe a ribaltare le nostre categorie. L’esistenza è la manifestazione di quell’infinito sempre più grande di quella forma vuota che noi chiamiamo conoscenza e che le IA chiamano contenuto. In questo senso, l’umanismo è esistenzialismo.