Verso il personaggio

di LUCA VENZI

Un ricordo di Claude Brasseur.

La guerre des polices (Davis, 1979)

Ha detto una volta Claude Brasseur, in un’intervista televisiva degli anni ottanta, poi ancora nella sua autobiografia (Brasseur, Domenech 2014), che nel 1964 sul set di Bande à part, giovane attore rigoroso e puntuale, è andato da Godard, il giorno in cui doveva interpretare la scena della  morte del suo personaggio, per chiedergli indicazioni su come restituire nel modo il più possibile compiuto un avvenimento così importante, sul quale aveva riflettuto tutta la sera precedente e parte della notte. Godard lo ha guardato e gli ha risposto: “Vedremo, dipenderà dal tempo che farà”.

L’aneddoto dice bene il valore dell’attore: pur sorpreso dalla risposta, Brasseur servirà quella scena, sorretta da un dinamismo quasi astratto venato d’ironia, e l’intero film, in modo straordinario. Il suo Arthur è davvero come il film: duro, scattante e propriamente nervoso, profondamente malinconico e insieme attraversato da un’intensità, da una forza viva, insieme libera e compiutamente modellizzata. Lo si vede bene in una delle scene più alte e più celebri del film (al pari di quella, altrettanto nota, della corsa al Louvre), in cui Brasseur, maglione a quadri, Karina, cappello in testa, e Sami Frey, giacca e cravatta, mentre la musica si dispiega e si interrompe e la voice over di Godard tratteggia i pensieri dei suoi personaggi, ballano una danza ispirata al Madison in un autentico pezzo da antologia del cinema moderno. Godard aveva fatto provare lungamente, durante la lavorazione del film, questa scena al suo terzetto di attori, perché i due uomini non ballavano come voleva. Al di là della bella prova danzata, evidentemente riuscita come Godard desiderava, mi pare che qui Brasseur si muova esattamente come fa in tutto il film, che raccolga in questi movimenti la forma della sua intera performance. Ho visto Bande à part e questa scena leggendaria molte volte, ma soltanto adesso, guardando il solo Brasseur, l’ho notato.

Nato nel ‘36, Claude Brasseur era il figlio del grande Pierre e di un’altra attrice importante del cinema francese, Odette Joyeux, ma discendeva, come noto, da una vera, grande genia di attori (che continua con Alexandre, il figlio di Claude) attiva e importante già nel XIX secolo. Il suo vero cognome (suo e di Pierre, che aveva scelto quello di sua madre, Germaine Brasseur) era Espinasse. Attore completo, di solida formazione teatrale, molto prolifico – ha recitato in oltre cento film –, dotato di notevole versatilità che gli consente di agire con eguale facilità in ruoli drammatici, spesso in film polizieschi, come in tutte le tonalità delle forme commediche, per le quali si rivela particolarmente versato, Claude Brasseur ha esordito in teatro, che non avrebbe mai abbandonato (e che non avrebbe mai smesso di considerare come il cuore e il fondamento del suo mestiere), nel 1955, nella pièce Judas di Marcel Pagnol, per la regia di Pierre Valde.

La sua prima apparizione al cinema è in un Rencontre à Paris (Lampin, 1956) dove, non accreditato, è nei panni di uno studente. Ha un piccolo ruolo in Il fantastico Gilbert (1956), diretto da Marcel Carné, quindi interpreta uno dei figli di Gabin nel melodramma Rue des prairies (1959) di Denys de La Patellière, mentre è un ispettore di polizia in Occhi senza volto (1960) di Franju, dove suo padre Pierre – che l’aveva aiutato a trovare una parte in un momento di difficoltà economica – è il folle dott. Génessier. Oltre che in teatro, recita con Pierre, al cinema, anche in Lucky Jo (1964) di Michel Deville, e già prima, in televisione, nella pièce realizzata per la tv francese Le Paysan parvenu (Lucot, 1960), dal romanzo di Marivaux, quindi ancora in un episodio della serie televisiva La brigade des maléfices (Guillemot, 1971). Nel 1961 è con Bardot e Michel Subor in A briglia sciolta di Vadim, mentre accanto a Jean-Pierre Cassel è Pater nel penultimo film di Jean Renoir (l’ultimo per il cinema), Le strane licenze del caporale Dupont (1962). Nel ruolo di Charlie “Beau Sourire”, è con Jeanne Moreau, Jean-Pierre Marielle e Jean-Paul Belmondo (che conosce, come Marielle del resto, dai tempi del Conservatoire e con il quale ha già recitato al cinema) nella commedia di Marcel Ophuls Buccia di banana (1963), quindi contribuisce alla notevole prova corale – sono con lui, tra gli altri, Piccoli, Brialy, Cremer, Blain – che informa Il 13° uomo (1967) di Costa-Gavras. Nel ‘72 ha un’intesa perfetta con Truffaut, che lo definisce eccellente (de Baecque, Toubiana 2001) nella parte del bieco avvocato Murène, uno degli amanti di Bernadette Lafont in Mica scema la ragazza!.

Andremo tutti in paradiso (Robert, 1977)

Nel frattempo, è la televisione, per cui ha già avuto ruoli molto importanti al mezzo dei sessanta – tra cui quello di Sganarello in un Dom Juan ou le Festin de Pierre (Bluwal, 1965), da Molière, al fianco di Piccoli –, a dargli quello che ancora manca alla sua carriera, la grande popolarità, che trova col ruolo principale della serie Les Nouvelles Aventures de Vidocq (1971-1973, ancora diretta da Bluwal). Ma in quegli stessi anni giunge anche la piena affermazione al cinema, che gli apre le porte ai ruoli da protagonista e alle produzioni grand public, con un polar livido e asfittico, Esecutore oltre la legge (Lautner, 1974), opera-cerniera della sua carriera per il grande schermo, tratta da un romanzo di Richard Matheson. Fiancheggiato da Alain Delon, che lo vuole nel film, e Mireille Darc, vi tratteggia, con notevole finezza interpretativa, una figura umanissima, ostinata e attonita, quella di uno scrittore di sceneggiati televisivi, François Rollin, che si innamora di una donna misteriosa, mentalmente instabile e pericolosissima.

Gli anni settanta sono senz’altro tra i più felici per la carriera di Brasseur e il suo successo è incorniciato da Certi piccolissimi peccati (1976) di Yves Robert, in cui (come poi nel sequel Andremo tutti in paradiso, 1977, dello stesso regista) interpreta uno dei quattro copains che imperversano nel film, ottenendo un César come migliore attore non protagonista. Intona quindi la sua recitazione, e quasi raffredda la sua verve interpretativa, ai modi e alle forme del cinema di Claude Sautet, che lo dirige in Una donna semplice (1978), mentre ottiene ancora un César, come miglior attore, per il ruolo del commissario Fush nel polar La Guerre des polices (Davis, 1979).

Brasseur è uno strumento performativo impeccabile, capace di accordare la sua recitazione a quella degli attori con cui si misura – «Non ho mai detto a un altro attore “dovresti recitare in questo modo”, rispetto la sua interpretazione e adatto la mia in funzione della sua» (Brasseur, Domenech 2014) –, ai cineasti che lo dirigono, alle tonalità, ai ritmi, alle cadenze dei film cui prende parte. Può interpretare ogni cosa e infatti passa, senza troppa preoccupazione, dalla (modesta) commedia degli equivoci (Aragosta a colazione, Capitani, 1979; Quando la coppia scoppia, Steno, 1981) al cult adolescenziale Il tempo delle mele (Pinoteau, 1980) e al suo sequel (1982), per i quali è ancora oggi ricordato dal grande pubblico e in cui ha il ruolo del padre di Sophie Marceau, al film d’autore. Ventuno anni dopo Band à part, nell’aspro e corale Détective (1985), torna a recitare per Godard, che lo stima ma che sarà durissimo con lui sul set (de Baecque 2010), rimproverandogli di recitare in brutti film. Più avanti, torna a fornire una nuova, notevole prova, duettando con Claude Rich, nel chiuso e diseguale A cena col diavolo (Molinaro, 1992), da una pièce di J.-C. Brisville, già recitata a teatro dai due attori. Tra i numerosi altri lavori che, anche in questi anni e fino alla fine, continuano a susseguirsi con ritmi intensi, prende parte a Uno, due, tre, stella! (1993) e a Les Acteurs (2000) di Bertrand Blier, è in Matrimoni (1998) di Cristina Comencini, agisce in Camping (Onteniente, 2006), successo popolare in Francia, e nei suoi seguiti, nel ruolo del pensionato scontroso Jacky Pic, quindi è diretto da Jean-Pierre Mocky, che recupera un suo antico progetto, in Le Renard jaune (2013). Il suo ultimo ruolo per il cinema è in Tutti in piedi (Dubosc, 2018).

Per un gran numero di ragioni – la sua famiglia e suo padre, Hemingway come padrino e le grandi personalità dello spettacolo e della cultura con cui ha subito familiarità, lo sport praticato a livelli sorprendenti (la nazionale di bob nei primi anni sessanta, con tanto di grave incidente, sei Parigi-Dakar nei primi ottanta, accanto a Jacky Ickx, con tanto di vittoria) –, non è stato soltanto un attore noto e importante, Claude Brasseur.

Con lui se ne va un interprete di altissima scuola, rigorosissimo e raffinato, molto popolare e amato in Francia, che ha offerto ai suoi personaggi, grandi e piccoli, una dedizione e una cura rare. Al suo biografo, che lo sollecitava con una frase di suo padre sulla recitazione, ha detto: «Credo che esistano in effetti due modi di accostare il personaggio che si deve interpretare. Un attore che porti il personaggio verso di sé tenderà a recitare sempre nello stesso modo, mentre non si deve utilizzare una frase identica per Molière e per i dialoghi di Michel Audiard. Io preferisco andare verso il personaggio».

Riferimenti bibliografici
C. Brasseur, J. Domenech, Merci!, Flammarion, Paris 2014.
A. de Baecque, Godard. Biographie, Grasset, Paris 2010.
Id., S. Toubiana, François Truffaut, Gallimard, Paris 2001.

Claude Brasseur, Neuilly-sur-Seine 1936 – Parigi 2020.

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