«Give me a sign of life so that we can begin a collaboration». Nell’ottobre del 2018 Jocelyne Saab chiudeva con queste parole una mail indirizzata a Mohanad Yaqubi. Tre mesi dopo sarebbe morta. Presentato al concorso Cineasti del presente al Locarno Film Festival 2026, Revolutionaries Never Die (2026), nasce nello spazio lasciato aperto da quella richiesta e da una risposta che non arrivò in tempo.

Dopo la scomparsa della cineasta libanese, Yaqubi comincia a lavorare sul suo archivio: 113 bobine in 16mm, girate tra gli anni settanta e ottanta in Palestina, Libano, Egitto, Sahara occidentale e Iran. «I know it’s too late but I felt I should reply». La collaborazione mancata assume così in Revolutionaries Never Die la forma di una lettera cinematografica, le cui parole entrano ed escono dalle immagini di Saab, alternandosi alle voci registrate mezzo secolo prima, ai rumori di strada, agli spari, alle sirene, alle canzoni. L’archivio diventa il luogo concreto di un incontro differito: «The closer I grow to your process, the more I regret not replying to you sooner».

La pellicola scorre, compaiono fotografie e fotogrammi graffiati e scoloriti. Yaqubi non nasconde il dispositivo per restituire l’illusione di un passato intatto, ma ne espone la materialità e quindi la distanza. Più che cercare Jocelyne nelle sue immagini, prova a ricostruirne lo sguardo a partire da esse: «You began by looking at us, and our images».  Sono immagini palestinesi, appartenenti a una storia nella quale vedere e farsi vedere non sono mai stati gesti innocenti. La lotta per la liberazione passa anche attraverso la possibilità di produrre una propria rappresentazione e Saab entra presto in questo campo di visibilità conteso. Yaqubi recupera un’immagine già utilizzata dalla regista in Palestinian Women (1973), a sua volta proveniente da Aftermath di Samir Hissen, prodotto dall’UNWRA nel 1967: un frammento che migra da un film all’altro e acquista senso proprio nell’essere ripreso, rimontato, trasmesso.

«From the start, you sought to preserve our memories. Splicing our histories together». Splicing. Giuntare la pellicola: due frammenti si incontrano senza cancellare la ferita del taglio, in un gesto che potremmo definire il principio formale del film. Un principio formale che attraversa tanto Revolutionaries Never Die quanto il cinema precedente di Yaqubi, costruito per raccordi tra paesi, rivoluzioni e tempi differenti. In Off Frame AKA Revolution Until Victory (2016) insegue le immagini della rivoluzione palestinese tra archivi dispersi. In R21 AKA Restoring Solidarity (2022) le ritrova in Giappone, dentro reti di solidarietà internazionalista. Molti originali non esistono più: ogni copia racconta anche la storia del proprio spostamento, dell’essere stata salvata, tradotta, portata oltre un confine e nuovamente proiettata.

Ma un’immagine non conserva soltanto ciò che è stata davanti all’obiettivo. Il documento visivo trattiene anche le condizioni della propria produzione e la posizione di chi ha scelto un’inquadratura, una distanza, un istante. In questo spazio invisibile, ma inscritto nel fotogramma, Yaqubi sembra cercare la regista. «Where did you find the courage, Jocelyne?». Nel 1975 Saab resta in Libano mentre il paese precipita nella guerra civile. Filma i fedayin e le milizie cristiane, l’intervento israeliano e quello siriano. Yaqubi recupera questi materiali non soltanto per ciò che documentano, ma per interrogare lo sguardo che li ha prodotti. Saab ascolta chi subisce la violenza e rivolge l’obiettivo anche verso chi la esercita, una prospettiva che Yaqubi definisce «between representing the oppressed, and addressing the perpetrators».

«Standing beside us made it harder for you to cross borders».  La militanza di Saab prende forma nella posizione della macchina da presa, nella prossimità ai corpi, nel tempo concesso a una voce. E nella possibilità che l’inquadratura si distragga dalla guerra. Beirut viene distrutta, intanto delle bambine stendono la pasta per fare il pane. Per qualche istante sono il ritmo delle loro mani e la ripetizione del gesto a determinare il tempo dell’inquadratura. Non è una consolatoria celebrazione della vita che resiste, ma proprio la durata concessa all’ordinario dà la misura di quanto la violenza sia penetrata al suo interno. Poi il suono interrompe quella sospensione e arrivano le sirene. Manichini a terra, macerie. Dentro un palazzo devastato, accanto una porta rimasta in piedi, compare la targa che indicava l’utilizzo di quello spazio: «archivio». Il luogo destinato alla conservazione esiste dentro la distruzione. Nel cinema di Yaqubi l’archivio non è mai un deposito al riparo dalla storia, ma una materia vulnerabile, sottoposta alle stesse forze (guerra, esilio, dispersione) che hanno agito su ciò che contiene.

«In the face of colonial domination, our histories are one». Il montaggio attraversa territori diversi senza trasformarli in manifestazioni intercambiabili di un’unica rivoluzione. Piuttosto, il loro accostamento ricostruisce l’orizzonte dell’internazionalismo anticoloniale. Il raccordo non cancella le differenze tra quelle lotte rendendo chiara la rete attraverso cui le loro immagini potevano circolare e costruire solidarietà.

Qui la materialità del 16mm introduce uno scarto. «We are still seeing the same images, 50 years after you filmed them». Graffi e scolorimenti attestano il trascorrere del tempo, mentre i corpi in fuga, le macerie e le città bombardate producono una dolorosa impressione di contemporaneità. «Looking at your frames is like seeing the future, but with hope». Nel 2024 viene distrutta la casa di Mohanad Yaqubi a Gaza, come era stata distrutta quella di Jocelyne Saab a Beirut. «Perhaps this loss stitched our stories together, like one continuous, looping reel». Allo splice succede il loop: prima la giunzione, adesso il rischio della ripetizione. Beirut non è Gaza e il 1975 non è il 2024. Il montaggio li mette in risonanza senza sovrapporli. Yaqubi entra nell’archivio di Saab cercandone il passato, finendo per incontrarvi il proprio presente.

«We find meaning in dialogue with one another». La lettera cambia temperatura. Yaqubi chiama Jocelyne per nome, le domanda perché sia rimasta, dove abbia trovato il coraggio. Non può ricevere una risposta e il montaggio non prova a fabbricarne una. Lavorare con le immagini del passato non significa limitarsi a riconoscerne la provenienza, ma interrogare le ragioni e le modalità attraverso cui esse sono recuperate e riproposte nel presente. Il regista le ricolloca in una nuova concatenazione di parole, immagini e suoni senza pretendere di fissarne definitivamente il significato. Rende visibile il proprio intervento senza chiudere ciò che possono ancora diventare.

«Writing this letter was my attempt to disrupt the repetition. To believe again why we make films, and for whom». Non più soltanto che cosa possano testimoniare le immagini, dunque, ma a chi siano destinate. Per chi Saab rimane a Beirut con una macchina da presa? Per chi qualcuno salva una bobina, la porta oltre un confine, la traduce, la proietta? E che cosa accade quando, cinquant’anni dopo, Yaqubi la rimette davanti a uno spettatore? L’archivio non garantisce da solo la memoria: perché resti politica, deve continuare a rivolgersi a qualcuno.

Nel 1982, sulla nave che porta i palestinesi lontano da Beirut, la regista domanda a Yasser Arafat: «Are you optimistic today?». «I am every day. To be in the revolution you must be optimistic», risponde il leader palestinese. Revolutionaries Never Die termina incontrando l’ottimismo. Non come ingenuità, né come promessa che la storia procederà verso il meglio, ma come condizione dell’azione: bisogna poter immaginare ciò che ancora non esiste per continuare a lottare affinché esista. «Archives are not to be preserved, but to be activated». Mohanad Yaqubi rimette così in circolazione le immagini catturate da Jocelyne Saab, ricostruendo quel dialogo impossibile e restituendo loro la possibilità di avere ancora conseguenze.

Revolutionaries Never Die. Regia: Mohanad Yaqubi; sceneggiatura: Mohanad Yaqubi, Mathilde Rouxel; fotografia: Hassan Naamani, Gérard Simon, Jocelyne Saab, Olivier Guéneau; montaggio: Mohanad Yaqubi, Elettra Bisogno, Rita Maria Habib; interpreti: Jocelyne Saab, Pierre Gemayel, Etel Adnan, Bassim Al-Jissir, Fawwaz Traboulsi, Reymond Eddé, Lina Tabbara, Khaled Mohieddin, Azza Balbaa, Yasser Arafat; produzione: Idioms Film, Sourat Films, Escautville; origine: Stato di Palestina, Belgio, Qatar; durata: 81’; anno: 2026.

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