I mari della magia, dell’incanto e dell’immaginario sono pericolosi
È una frase che potremmo ripetere come un mantra. Chiunque si imbatta in una navigazione del genere sa che essa comporta rischi: di magia non è facile parlare in pubblico, figuriamoci provare a sostenere la sua efficacia nella ricerca di altri modi di vivere insieme in un mondo disincantato. Fatto che disturbava probabilmente anche il sonno di Benjamin nelle notti del 1929, quando intravedeva nel surrealismo un laboratorio estetico-politico capace di misurarsi con lo stesso campo di forze che il fascismo stava occupando in Europa: quello appunto dell’incanto, dell’immaginario e della suggestione di massa. In quegli anni, infatti, il fascismo ammantava di seduzione estetica la violenza delle proprie totalizzazioni, trasformando il sensibile in strumento di cattura. Il surrealismo, al contrario, tentava di attraversare quei medesimi territori per sottrarli alla presa del potere e riaprirli a un’idea radicale di libertà.
D’altronde da sempre l’incanto è un campo di forze conteso. Oggi il disincanto non coincide affatto con la scomparsa della magia: di un diabolico miscuglio di magia e tecnica si compone il potere. Questa alleanza produce spazi ed esperienze dell’abitare attraversati da ipnosi di massa, attrazioni, manipolazione delle emozioni, delle percezioni e dei comportamenti: dispositivi già sperimentati dai fascismi storici, ma oggi potenziati da una nuova instabilità psichica. Le soggettività vacillano perché si fanno incerti continuamente i legami tra fatti e fantasie, tra esperienza e rappresentazione, tra percezione e realtà. La posta in gioco è la differenza che intercorre tra l’inganno e l’illusione, ovvero tra un’azione mirata a spingere qualcuno a un giudizio errato e la possibilità di lasciarsi andare a un autoinganno consapevole. Ad essere scomparso è il patto scenico che ci avvisa che stiamo per entrare in quel gioco che mette in campo la forza seduttiva dello stupore, a fronte di un’epistemologia che tende sempre di più a propinare spazi saturi di input immateriali orientati all’inganno che simulano il reale mentre lo allontanano. È un processo di de-realizzazione in cui crediamo di aderire alle cose, mentre siamo avvolti nel paradosso di una magia tecnica che Baudrillard (1981) ha sagacemente chiamato iperrealtà, la forma estatica del reale privata, però, della connessione profonda che l’estasi richiederebbe.
Il disincanto, nel presente, coincide con la separazione tra dimensioni che, invece, dovrebbero essere unite in un fare relazionale e sensibile. È la divaricazione tra estetica e politica, tra vedere e sentire, tra rappresentazione e contatto. Sembra che abbiamo perso la possibilità di sentire ciò che ci accade intorno e, nello stesso tempo, non sappiamo più prenderne distanza: come mangiate, stregate, possedute da un sistema di cattura che sostiene la violenza, ne alimenta le epistemologie e influenza tossicamente il nostro modo di abitare il mondo.
Che cosa ci impedisce il contatto?
È solo la prima di molte domande. In questo stato delle cose, per noi pirate dell’andirivieni tra teoria e pratica, l’appello al reincanto deve tradursi anzitutto nell’adozione di un metodo radicalmente problematico e critico. Ossia non sottrarsi a quelle domande che, con Carmelo Bene, potremmo definire oscene, perché sollevano possibilità ed esistenze normalmente rimosse dalla vista del pubblico, per garantire la tenuta del sistema dominante.
Non sarà forse proprio il potere a temere più di ogni altra cosa quelle forme di incanto capaci di sottrarre i corpi alla sua cattura, riaprendo la possibilità di legami sostanzialmente liberi? Alla fine chi manipola chi? È possibile sfuggire alle forze trascendenti messe in campo dal potere e spezzare la catena di attaccamenti asfissianti che ci impedisce di rimetterci in contatto? Possiamo individuare i regimi di visibilità e di invisibilità che determinano i nostri rapporti affettivi per emanciparli dal controllo degli affetti? È possibile squarciare la tela dell’intrattenimento spettacolare e della fantasmagoria delle merci sfruttando la potenzialità delle esperienze artistiche per accedere a uno spazio di relazione reale che incentivi criticamente un pensiero non-lineare sui nostri modi di abitare il mondo? Possiamo progettare centri diversamente magici in cui avviare il disgelo e recuperare i legami con le forze della vita in sé? Esiste un’alternativa tra la difesa reazionaria della cultura lineare, razionalista e capitalista e l’abbandono alle derive superstiziose e idolatriche del nuovo pensiero magico?
Infine c’è da domandarsi se l’opera d’arte può ancora avere un ruolo ora che siamo immersi in questa iperrealtà? Il magico che essa sprigiona ci rimette in contatto con la realtà o ci scaraventa semplicemente in una sua messa in scena edulcorata, ipocrita e ancora più tossica? Quali insorgenze di pensiero e di arte, possiamo allora rintracciare nello spazio urbano, che riescano a contrastare dall’interno, nel loro stesso accadere, il programma bioestetico del dispositivo tecnico globale?
L’idea in cui credo
È che, fin dalle origini, l’arte abbia generato diversamente forme di vita e modi di abitare, ricreando stati d’unione magici. Questa pratica progettuale, quasi dimenticata da architetti e urbanisti ipnotizzati dalla trascendenza della tecnica, viene ciclicamente riattivata da artiste, filosofe e poete capaci di vedere ciò che esiste al di là delle separazioni imposte dal disincanto e di creare nuovi stati d’immanenza, luoghi e momenti in cui fare esperienza delle forze della vita in sé. In tutte le epoche, infatti, accanto ai virus e ai batteri che ci hanno ammalati e scissi, possiamo rintracciare anche gli anticorpi: fantasmi, opere e situazioni che, apparendo, segnalano dove c’è qualcosa da riparare, un passato con cui fare i conti e da cui ripartire. Sono esperienze estetico-politiche riconosciute, ma soprattutto dimenticate, che inseguono laicamente quell’intangibile non so che (D’Angelo, Velotti 1997) a cui l’Occidente disincantato ha dato il nome di magia. Non una fuga irrazionale, ma una capacità immanente di alterare la realtà, costruire pensiero critico e sperimentare un nesso materiale e immateriale tra noi, il mondo e l’altro da sé.
Certo, può sembrare contraddittorio ripartire proprio dall’estetica, dopo averne riconosciuto il ruolo attivo nei dispositivi di controllo del disincanto. Eppure, nella Grecia antica un solo termine, pharmakòn, indicava insieme il veleno e l’antidoto: la cura per il morso del serpente si ricava dal veleno stesso, preso nella giusta misura. Allo stesso modo magia, incanto, immaginario ed estetica possono diventare le risorse più realiste da mettere in campo contro il regime iperreale in cui viviamo. Per dirla ancora con altre parole, se la magia è già ovunque, iniettata dal disincanto per addolcire l’amaro dominio della tecnica, allora non si tratta di rifiutarla, ma di ribaltarne la direzione. Occorre immaginare forze uguali e opposte, capaci di modificare il campo su cui estetica e politica sono state separate, generando uno scarto, una forza perpendicolare, una fuga dal piano della cattura. Proprio perché il pensiero anti-dualistico è oggi spesso assorbito da un potere pervasivo, l’antidoto va dosato con cura. La magia critica è tale solo se resta consapevole del veleno da cui proviene e dei dispositivi che possono riassorbirla. Solo così il reincanto può diventare una pratica critica di liberazione e non l’ennesima forma di assoggettamento.
Visceralità, fiducia e scetticismo
È il titolo di un articolo scritto da Taussig nel 1996 e apparso in sedi differenti fino alla sua recente traduzione italiana. Nelle righe strepitose di quel testo scorre una teoria della magia che illumina il sentiero, ma anche mette in guardia e nasconde ciò che è meglio non dire, non così e non lì. Ma soprattutto sono pagine utili a descrivere la postura inclinata che deve mantenere chi decide di intraprendere la navigazione appena annunciata.
Per praticare il reincanto da un lato serve fiducia: smettere di saltare sulla sedia appena compaiono parole come incanto, immaginario, magia, arte. Se dall’Illuminismo e dai fascismi abbiamo imparato a diffidare dell’incanto, oggi dobbiamo imparare un analogo scetticismo politico nei confronti del disincanto. Il rifiuto dell’incanto, soprattutto da parte delle sinistre del secondo dopoguerra, ha lasciato campo libero al capitalismo neoliberista, che ha trasformato immaginario, desiderio, attenzione e affetti in risorse decisive del proprio biopotere. Non si tratta dunque di negare i rischi dell’incanto, ma di attraversarli criticamente, di recuperare la sua potenza contro-suggestiva. Ma soprattutto – e questa è la parte più delicata – serve fiducia nell’avventurarsi dentro zone ontologiche bandite alle nostre latitudini, dimensioni e mondi diversi e normalmente rimossi, dichiarando l’impossibilità di agire la consueta riduzione ad uno.
Dall’altro lato serve scetticismo. Parlare di reincanto non significa cedere alle derive superstiziose e idolatriche del nuovo pensiero magico, né attribuire alle esperienze artistiche minute un potere salvifico. Significa, piuttosto, riconoscere che la magia è da sempre un campo conteso perché è una potenza di cui il potere si serve per garantire la tenuta delle proprie istituzioni. Per questo, praticare criticamente la sua potenza implica prima di tutto destituire: deporre le relazioni ontologico-politiche date, facendo apparire tra gli elementi un contatto, un’assenza di rappresentazione, una cesura (Agamben 2014, p. 344). Lavorare criticamente sui linguaggi sensibili significa sottrarli alla pura rappresentazione, riconoscerli come serbatoi di possibilità e riattivarne il potenziale eversivo. Occorre disertare le categorie rigide imposte dal disincanto e invertire il modo in cui l’immaginario è stato usato dai fascismi e dal neoliberismo, facendone una forza destituente capace di incrinare la logica unica del plusvalore. Non andiamo alla ricerca di pura evasione, armonizzazione o consolazione: il nostro reincanto è un gesto critico, un punctum che trafigge e perturba (Barthes 1980), l’aspetto dolente che caratterizza la gioia intensa (Angelucci 2023), l’apertura di una zona liminale che accoglie ferite e zone d’ombra e àncora la progettualità al sensibile (Turner 1982). Per rimettersi in contatto con il ribollire vitalizzante del reale e ricominciare a immaginare bisogna prima disertare, destituire, aprire spazi di conflittualità. Ma proprio qui si colloca la possibilità del reincanto: non come evasione dal mondo, non come nostalgia del sacro perduto, non come estetizzazione dell’esistente, bensì come pratica critica e progettuale capace di riattivare legami con le forze della vita in sé.
Questo fatto è così tanto importante e delicato da chiamare in ballo la terza questione, quella della visceralità. Praticare un incanto senza dominio significa tornare a quell’idea radicale di libertà che Benjamin attribuiva ai surrealisti durante l’ascesa del fascismo, ma che appartenne e ancor appartiene a tante altre forme di vita collettiva. Come scrive Latour, occorre «non confondere più vivere senza dominio e vivere senza attaccamenti» (2000, p. 10). Ovvero smetterla di perseguire una vita senza legami e augurarsi piuttosto di annodare legami sostanzialmente liberi. Essere nella tensione verso il reincanto significa allora non lasciarsi privare dei legami che ci fanno.
Un approccio del genere significa tantissime cose per niente scontate, perché si tratta il più delle volte di mettere in discussione molte delle istituzioni su cui l’Occidente si sorregge. Per esempio non siamo nel reincanto se vediamo come possibile ciò che gli altri riconoscono come ordinario o incantato ciò che tutti già riconoscono come meraviglioso. Il nostro reincanto consiste piuttosto nel vedere qualcosa di più, altrimenti e altrove rispetto al punto in cui si posa normalmente lo sguardo. Significa stabilire un legame estetico e sensibile con ciò che ci circonda, ammettendo pluralità di intenzioni, agentività non umane, forme di eventi non riducibili ai nessi causa-effetto o alla rappresentazione spettacolare. Ma significa anche abbandonare l’idea moderna di individuo, perseguire altre idee di casa, ribaltare una certa idea di coppia o di famiglia, di percorso lavorativo o politico. Ascoltare le possibilità che l’altro da noi ha da sussurrare, riesaminare tutte le relazioni che costruiamo, fare della connessione e delle diversità un fondamento etico, trasformare i margini in interfacce e i punti di frizione in legami. Non parliamo di astrazione, come scrive Consigliere: il reincanto della “parte nostra” è lì sotto il naso, frammentario, imperfetto, ruvido come le cose reali. Si tratta di avvertirne l’esistenza, mentre con fatica proviamo a definire la nostra inafferrabile eppur radicale differenza.
Del funambolo è la postura
La questione, infine, non è scegliere tra la difesa reazionaria della cultura lineare razionalista e l’abbandono a un’irrazionalità confusa. La coscienza moderna non può e non deve rinunciare alle acquisizioni della ragion critica, allo stesso tempo, non può più consegnare l’incanto ai dispositivi che lo usano contro di noi. La sfida è piuttosto quella di tendere un filo tra i dualismi e abitarli poeticamente invece di annullarli: praticare un’alternanza accorta tra incanto e disincanto, tra meccanica e magia, tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere, tra ciò che si vede e ciò che normalmente si deve disvedere. Un mondo abitabile è un mondo strutturalmente molteplice che, in quanto tale, non può che ritmarsi tra le differenze, riconoscendone la loro inseparabilità. Solo mantenendo questa postura alternata, che potremmo chiamare reincanto critico, diventa allora possibile pensare un progetto destituente che neghi il dualismo esistente senza trasformarsi a sua volta in nuovo dominio. Per tessere un modo diversamente magico di abitare, progettare e pensare, bisogna dimorare sul piano d’immanenza e imparare l’arte di legare e slegare (Tiqqun 2020). Come il bacio tra due persone che si amano nell’attimo in cui, complici, decidono di non fare della loro unione una forma di dominio, ma si mettono in ascolto del vincolo magico che scaturisce da quel contatto viscerale. Gli danno spazio, ne percepiscono la potenza destituente nell’attimo della trasformazione. Restano legati, ma anche sostanzialmente liberi di lasciarsi andare, solo dopo aver stretto un patto segreto che sfugge a ogni rappresentazione. E mentre tutto il disincanto, intorno, s’attrista e si scolora, qualcosa torna a respirare. Ed è magia.
Riferimenti bibliografici
G. Agamben, L’uso dei corpi, Neri Pozza, Verona 2014.
D. Angelucci, Là fuori. La filosofia e il reale, Ombre Corte, Verona 2023.
R. Barthes, Camera Lucida: Reflections on Photography, 1980, trad. it. a cura di Renzo Guideri La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino 2003.
W. Benjamin, Il surrealismo. L’ultima istantanea sugli intellettuali europei, in “Avanguardia e rivoluzione”, Einaudi, Torino 1929.
J. Baudrillard, Simulacres et simulation, trad. it. a cura di Matteo G. Brega Simulacri e simulazione. Bestie, beauborg, apparenze e altri oggetti, Pgreco, Roma 1981.
P. D’Angelo, S. Velotti, Il “non so che”. Storia di una idea estetica, Aesthetica, Milano 2002.
D. Ferreira da Silva, On difference without separability, saggio in catalogo 32nd Bienal de Sao Paulo Art Biennial: Incerteza viva, 2016, pp. 57-65.
P. Di Vittorio, Ragione funambolica. Sull’utilità del pensiero per la vita, Mimesis, Milano 2021.
B. Latour, Factures/fractures. De la notion de réseau à celle d’attachement in André Michould et Michel Pironi, “Ce qui nous relie”, Ed. de l’Aube, La Tour d’Aigues, pp. 189-208, 2000, trad. Ita a cura di Piero Coppo, Fatture/fratture: dalla nozione di rete a quella di attaccamento, in “i Fogli di ORISS”, n. 25, 2006, pp. 11-32.
M. Taussig, Visceralità, fiducia e scetticismo. Un’altra teoria della magia, in “Materialismo Magico. Magia e rivoluzione”, a cura di S. Consigliere, Derive Approdi, Bologna 2023.
Tiqqun, Il bell’inferno, in “La fête est finie”, 2020, trad. it. a cura di Marcello Tarì, in “Pòlemos I.” n. 1, Donzelli Editore, pp. 69-82, Roma 2004.
V. Turner, From Ritual to Theatre. The Human Seriousness of Play, 1982, trad.it. a cura di P. Capriolo, Dal rito al teatro, il Mulino, Bologna 1986.