L’ampia retrospettiva Red & Black – Hollywood Left and the Blacklist che il settantanovesimo Festival di Locarno ha dedicato alla lista nera e alla produzione degli intellettuali di sinistra, principalmente nella Hollywood degli anni quaranta e cinquanta, offre l’opportunità di attualizzare il costante dialogo che il cinema hollywoodiano prodotto tra il 1948 e il 1960 ha instaurato con la complessa realtà politica tracciata dalle audizioni della Commissione per le Attività Anti-Americane (HUAC), dal clima di paranoia generato dalle dichiarazioni del senatore McCarthy e dalle varie fasi della Guerra Fredda. La rassegna svizzera, curata da Ehsan Khoshbakht e realizzata in collaborazione con la Cinémathèque Suisse e il supporto di UCLA Film & Television Archive, non è tanto interessata a celebrare il valore estetico delle pellicole, quanto a esaminare sotto una nuova luce ciò che inizialmente fu accolto dalla critica coeva come una serie di prodotti di intrattenimento convenzionali e che si è, invece, rivelato, attraverso decenni di analisi e di riletture, un terreno fertile per lo studio della propaganda e dell’allegoria politica. 

I cinquanta film selezionati, accompagnati anche da introduzioni di studiosi e critici cinematografici, un podcast e una raccolta di saggi curati dallo stesso Khoshbakht, dimostrano come le narrazioni di registi, sceneggiatori e attori finiti sulla lista nera di Hollywood siano leggibili come allegorie, stabilendo parallelismi e analogie tra le situazioni che si succedevano sullo schermo, la condizione politica degli artisti di sinistra, e i rapporti razziali, di genere e di classe all’interno della società americana. La rassegna, pur focalizzandosi maggiormente su noir e western, ha documentato anche la varietà di generi che queste narrazioni allegoriche hanno attraversato, facendo della Guerra Fredda e della lista nera un orizzonte semantico significativo per la decodifica di numerosi film del periodo. Un re a New York (A King in New York, 1957) di Charles Chaplin è il primo ad uscire dall’allegoria e citare direttamente, pur attraverso la farsa, la Commissione per le Attività Anti-Americane.

La lista nera di Hollywood non rappresenta solo una delle pagine più oscure della storia dell’industria cinematografica statunitense – caratterizzata da carriere distrutte, delazioni e compromessi mercenari da parte degli studios – ma si configura come un trauma culturale mai del tutto superato, capace di riemergere ciclicamente nel dibattito pubblico americano ed europeo. Lo stesso curatore della rassegna, nel volume di saggi che l’accompagna, cita l’evocativa espressione di Clifford Odets, eroe della sinistra americana la cui collaborazione con le audizioni dell’HUAC provocò il pianto di Jules Dassin: un “shuddering echo” che avvertiamo nelle umiliazioni e nelle vendette contro i nemici politici di oggi e che ci porta a pensare che il mondo non sia più quello che conoscevamo, secondo la stessa sensazione che dovevano provare gli artisti americani incriminati nel 1947.

L’evoluzione della ricezione critica dimostra come i film dell’epoca della Guerra Fredda abbiano interiorizzato le fobie nazionali sia in forma diretta, attraverso una cinematografia dichiaratamente propagandistica e anti-comunista, sia in forma indiretta, sfruttando la malleabilità dei generi classici come il western, il melodramma, il noir, la fantascienza, per tradurre in allegoria il clima di paranoia, delazione e persecuzione ideologica orchestrato dall’HUAC. L’omissione dei film più dichiaratamente anti-comunisti dalla retrospettiva non è certo una dimenticanza in un programma già di per sé molto ricco, quanto una scelta coerente con la volontà di dare voce primariamente a soggetti a cui, per molti anni, questa è stata tolta o è stata ridata a caro prezzo, quello di umiliarsi davanti alla Commissione dichiarandosi comunisti e “facendo nomi”, compromettendo la propria dignità e la carriera di altri colleghi. Un compromesso e un’umiliazione che, insieme al dolore per il decesso dell’amico e collega fraterno Canada Lee (anch’esso perseguitato dall’HUAC), si ipotizza abbiano potuto portare addirittura alla morte di John Garfield, attore simbolo della retrospettiva in quanto protagonista di quattro dei film presentati.  Anima e corpo (Body and Soul, 1947) di Robert Rossen e Ho amato un fuorilegge (He Ran All The Way, 1951) di John Berry sono profetici, in modo inquietante, della sorte dei due attori, che, oltretutto, nel primo recitano insieme. 

Questi due titoli sono due dei numerosi noir presenti nella retrospettiva. Il noir è il genere, o la modalità narrativa, secondo l’aporetico dibattito sul termine, che ha maggiormente interiorizzato il conflitto, trasformando la caccia alle streghe in un dramma psicologico e urbano, usato sia per sostenere le ragioni della collaborazione che quelle della resistenza. Noir come I corsari della strada (Thieves’ Highway, 1949) di Jules Dassin o Le forze del male (Force of Evil, 1948) di Abraham Polonsky, tutti autori finiti sulla lista nera, assimilano capitalismo e gangsterismo: “money has no moral options”, secondo la famosa battuta di Le forze del male.

La retrospettiva presta attenzione tanto a chi ha resistito alle domande della Commissione, tanto a chi, invece, ha cooperato. Esempi estremi e paradigmatici di questa opposta casistica potrebbero essere Mezzogiorno di fuoco (High Noon, 1952) e Fronte del porto (On the Waterfront, 1954), ormai inscindibili dalle biografie politiche dei loro autori, lo sceneggiatore Lester Cole nel primo film e il regista Elia Kazan per il secondo, divenuti veri e propri palinsesti di posizioni ideologiche contrastanti: dalla resistenza individuale contro la codardia collettiva all’apologia della cooperazione con le commissioni d’inchiesta, premiata con 8 Oscar tra cui miglior film e miglior regia (anche se l’introduzione al film di Kazan di Brian Neve ha cercato di adottare una posizione più sfumata e aperta). 

Ulteriore elemento di interesse della retrospettiva è stato il dimostrare come alcuni film indicati come propaganda comunista alla fine della seconda guerra mondiale siano stati fortemente voluti dal governo degli Stati Uniti per supportare le politiche del New Deal rooseveltiano, anche nel campo delle alleanze internazionali. Film come Mission to Moscow (1943) di Michael Curtiz e Fuoco a oriente (The North Star, 1943) di Lewis Milestone contengono certamente un’imbarazzante idealizzazione del collettivismo sovietico e il primo arriva a giustificare persino le purghe staliniste. Tuttavia, che l’HUAC citasse questi due film come prova dell’invasione comunista di Hollywood, era quanto meno ingenuo: pur sceneggiate da due autori comunisti come Howard Koch e Lillian Hellman, non erano certo opere sovversive ma perfettamente in linea con la politica del Fronte Popolare, perseguita dall’Amministrazione Roosevelt, che rendeva prioritaria l’unione delle forze progressiste, socialiste e comuniste contro il Fascismo.

La retrospettiva mette anche in luce come per i film degli autori vittime della lista nera non fosse possibile una diversa impostazione economica della società senza passare prima per riforme sociali nei rapporti di genere e razziali, e per una maggiore consapevolezza etica da parte dei media. Prodotto nello stesso clima culturale di Mission to Moscow Song of RussiaEravamo tanto felici (Tender Comrade, 1943) del successivo collaborazionista Edward Dmytryk, su sceneggiatura di Dalton Trumbo, propone un nuovo modello sociale collettivo, improntato alla parità di genere. Con i mariti al fronte, quattro operaie americane e una profuga austriaca cercano casa insieme per fronteggiare le spese, ma arrivano a ridefinire la democrazia come “condividere e condividere in modo uguale” (“Share and share alike, that’s democracy”). Condividere certamente tra di loro, ma anche con i loro mariti se e quando torneranno dal fronte. La produzione indipendente Sfida a Silver City (Salt of the Earth, 1954), diretta da uno degli originari Hollywood Ten, Herbert J.Biberman, e prodotta da Paul Jarrico, altro intellettuale finito nella lista nera, arriva a teorizzare come ci debba essere anche completa parità politica tra uomo e donna. Anima e corpoNella polvere del profondo Sud (Intruder in the Dust, 1949) di Clarence Brown, e Native Son (Sangre Negra, 1951) di Pierre Chenal – in una rara copia in 35 mm – hanno portato al centro della retrospettiva il problema razziale americano e il superamento della linea del colore, che il grande intellettuale afroamericano W. E. B. Du Bois definirà il problema del XX secolo.

Nel nostro panorama politico e mediale polarizzato, abbiamo bisogno di occasioni di riflessione come la retrospettiva di Locarno per essere avvertiti che i meccanismi della censura, della marginalizzazione professionale e della caccia alle streghe non appartengono affatto al passato, ma continuano a lavorare attraverso le retoriche della paura, i moderni processi di esclusione culturale e le dinamiche di controllo del dissenso, tanto negli Stati Uniti quanto nella scena politica globale.

Tags     Locarno79, maccartismo
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