«Chi mai oggi scriverebbe un libro come questo, o come tanti altri suoi?» (F. Jameson 2026, p. XXX), chiede retoricamente Daniele Giglioli nell’aggiornamento del suo saggio introduttivo al celebre testo di Jameson – un libro impossibile, avrebbe detto Nietzsche (Nietzsche 2014, p. 6). Un testo voluminoso, labirintico, marxista nei contenuti e vagamente elitario nelle forme, «onnivoro» come piace dire a tanta critica da rivista (e da recensioni su Amazon); un occhio erudito, sottile, dispersivo nella sua compattezza, sinceramente simpatico nella sua spocchia, in pieno stile postmodernista. Riassumere Postmodernismo ovvero La logica culturale del tardo capitalismo sarebbe impossibile, schematizzarlo davvero di cattivo gusto.

Come diceva Deleuze, esistono due differenti modi di intendere un libro: come una cassa, uno scrigno da forzare per accedere al suo cuore nascosto, un bottino di significati e significanti (l’«opera» della grigia liturgia esegetica, l’interpretazione degli «addetti ai lavori»), oppure un oggetto che, come altri, si scontorna, si perde nelle sue stesse linee di divergenza e comincia a interagire col mondo circostante, cessa di essere un pezzo di suppellettile per iniziare a vivere (Deleuze 2000, pp. 16-18). Il libro di Jameson merita la possibilità di essere preso sotto questo secondo aspetto: un minimo compenso smisurato. Un libro che, pur con una diffusione – e attenzione – limitata in Italia, ha segnato intere generazioni di intellettuali in tutto il mondo (almeno «occidentale») – tra i nomi che vengono in mente, riesumando le letture canoniche da outsiders tra liceo e università, di sicuro uno dei primi è Mark Fisher, che così spesso lo citava.

La tesi generale è spoilerata nel titolo, e non c’è molto altro da aggiungere, o meglio, ci sono più di cinquecento pagine per argomentarla e complicarla, per chi se la sente, attraverso uno strano gioco di rimandi vagamente psicotico tra il Tutto sfasato e la Parte segmentata, ma nulla che non sia già in copertina: «È accaduto che oggi la produzione estetica si è integrata nella produzione di merci in generale» (Jameson 2026, p. 27). Postmodernismo è quella nuova «dominante culturale», espressione che Jameson usa molto, che definisce la singolare modalità di proiezione estetica, ma al contempo anche la propria rifrazione interna, di un modo di produzione completamente rinnovato, seppur non del tutto originale – Jameson ripete più volte, riprendendo Ernest Mandel, che il mondo storico-concreto in cui ci troviamo attualmente non solo è perfettamente coerente con quella specifica modalità di organizzazione dei mezzi di produzione che Marx a suo tempo aveva definito «capitalismo», ma ne rappresenta la forma più rigorosa e omnicomprensiva (ad es. ivi., p. 65). Sulla scia di tanti che lo hanno preceduto – su tutti, quantomeno Adorno e Benjamin – anche Jameson cerca nella cultura il segreto in bella vista dell’economia-politica (anche se, essendo lui un buon marxista, si potrebbe dire della società in generale). Tuttavia, con una postilla storiograficamente decisiva: la recente dissoluzione di ogni soglia di discernimento tra cultura «alta» e cultura di massa, cosiddetta. Ma allora dove bisogna guardare, precisamente? L’unica risposta coerente, accogliendo sul serio lo spirito del saggio, è: «ovunque». L’architettura, la pubblicità, la saggistica filosofica, l’ideologia neoliberale, l’arte concettuale, la videoarte, la poesia (o quello che ne rimane). E poi libero sfogo a immaginazione ed erudizione, critica e fantasia: la cucina della Gehry Residence di Santa Monica, la stanza senza titolo di Gober, il collasso degli stili nella sinistra americana primonovecentesca di Doctorow, l’hotel senza ingresso di Portman, gli umanoidi in fibra di vetro di Hanson, e ancora le televisioni di Nam June Paik, le metafore di Paul De Man, la segmentazione schizofrenica delle tele di Salle, o le spirali vagamente ufologiche di Wasow, qua e là un po’ di Levi-Strauss, la fantascienza distopica di Ursula Leguin, il cinema di Godard e Lynch (che in qualche modo devono sempre esserci).

Forse in esergo al testo avremmo dovuto trovare questa frase, che invece compare sbrigativamente, come un banner pubblicitario che ritaglia il fondo del televisore a metà della tua sitcom preferita, solo verso la metà: «Quanto alle descrizioni sistematiche del postmoderno, compresa la mia, nel momento in cui riescono falliscono» (ivi, pp. 210-211). La «condizione postmoderna» – non priviamoci del piacere di citarlo ancora una volta, questo slogan ormai da manualistica di Lyotard – è dunque contraddittoria ma non aporetica, eccola la sua logorante caratteristica; è una passeggiata nelle sabbie mobili, solo che ogni volta che tocchi il fondo, riparti dalla cima – un «effetto Pacman» distopico. È tutto molto kafkiano, ma con la malsana leggerezza da cartone animato politicamente scorretto. Ricorda un po’ l’agghiacciante sobrietà di un personaggio di DeLillo: «Il nostro desiderio è di ricacciare le cose belle e antiche nell’oblio per sostituirle con strutture identiche ma insapore» (DeLillo 2014, p. 132). Forse siamo effettivamente lì, nel mondo delle cose insapore, dei «simulacri», com’è ormai da anni di moda dire – ed è davvero divertente quanto tutto ciò sia simulacrale. Comunque sia, Jameson in merito non ha nulla da aggiungere, nessuna panacea o angolo ristoro (e nemmeno la pietà di qualche palliativo a dire il vero). Bisogna avere in mente, infatti, che Postmodernismo è anche un testo deludente, chiuso, o meglio aperto da tutte le parti, come la fase storica di cui cerca di rendere conto; è un testo spesso idealistico (nonostante tutto il marxismo sottostante), alle volte irritante (davvero siamo disposti ad accettare che la posta utopica dell’immaginario contemporaneo possa essere sondata commentando un romanzo di fantascienza?), persino ingenuo (nemmeno un menzione, in diversi litri d’inchiostro, a mobilitazioni politiche reali, con una fiducia un po’ gretta nel fatto che il mondo sia diventato effettivamente solo un insieme di «testi»). Un singolarissimo caso di apologia critica, di distacco immersivo, di prospettiva totale. Jameson non molla mai il suo tempo, gli sta sempre caparbiamente adeso, cocciutamente incollato, ma lo fa in maniera avveduta, lo fa per timore di moralismo. Non è facile capire come valutare questa scelta, tuttavia è importante quantomeno sapere che quali sono i presupposti.

Il testo di Jameson non è un classico – che come diceva DFW è un’etichetta ottima per far scappare la voglia di leggere (Foster Wallace 2006, p. 291, nota 10) –, e non è nemmeno un libro perfetto, qualsiasi cosa ciò possa significare. Il libro di Jameson è semplicemente l’immagine della propria questione, il riflesso di uno specchio ricurvo su se stesso (forse una nuova idea per un’opera d’arte?); è la nostra epoca che cerca di far problema del suo essere diventata mero problema, e che lo fa attraverso l’unico stilema di cui è capace: il frammento – in questo caso, un libro. Postmodernismo è postmodernista in tutti i sensi possibili, con una sincerità d’intenti forse aliena allo stesso autore. È un libro che ha il pregio infinito di trovare tutti i propri limiti nei confini del suo stesso oggetto, e giacché questo oggetto è la nostra epoca (perché questo libro parla ancora di noi), a Jameson non si può rimproverare nulla che, in qualche, non possiamo rimproverare anche a noi stessi e noi stesse. Se tutto ciò sia abbastanza per sobbarcarsi questa immensa lettura, decidetelo voi.

Riferimenti bibliografici
G. Deleuze, Pourparler. 1972-1990, tr. it. di S. Verdicchio, Quodlibet, Macerata, 2000.
D. DeLillo, Americana, tr. it. di M. Pensante, Einaudi, Torino, 2014.
D. Foster Wallace, Considera l’aragosta, tr. it. di A. Cioni, Einaudi, Torino, 2006.
F. Jameson, Postmodernismo ovvero La logica culturale del tardo capitalismom, tr. it. di M. Manganelli, Einaudi, Torino, 2026.
F. Nietzsche, La nascita della tragedia, tr. it. di S. Giametta, Adelphi, Milano, 2014.

Fredric Jameson, Postmodernismo ovvero La logica culturale del tardo capitalismo, tr. it. di Massimiliano Manganelli, Torino, Einaudi 2026.

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