Sull’invisibile nella pornografia

di  MIRKO LINO

Pleasure di Ninja Thyberg.

In Il figlio grosso e rosso, David Foster Wallace descrive con il suo stile dirompente la cerimonia degli Adult Video Awards (i cosiddetti Oscar della pornografia), simbolo dell’autocelebrazione dell’industria del porno come intrattenimento capitalistico. Con gli strumenti della sua acuta ironia lo scrittore esaspera la componente grottesca della celebrazione e lascia depositare una patina di malinconia sulla scintillante vetrina dell’hard-core. Si ha l’impressione che in seno all’eccesso visivo del discorso pornografico emerga in filigrana qualcosa di sfuggente, rintracciabile nella dialettica tra sessualizzazione della vita reale e fantasmaticità del desiderio sessuale. Nella materialità grezza che caratterizza il visivo dell’hard-core, nella ostinazione a calcare e rilanciare i confini dell’estremo sessuale, prenderebbe forma uno scarto fantasmatico: il richiamo a una tensione nascosta che scivola via dalla sovraesposizione dei corpi frammentati e scomposti che nutrono i territori della rappresentazione pornografica.  Ed è forse proprio questo scarto spettrale uno degli elementi pulsanti che porta il cinema a una ricorsiva esplorazione dei territori dell’osceno pornografico, sia come argomento sociale sia come strumento per anatomizzare il desiderio.

Il cinema, infatti, appare fortemente attratto dalla possibilità di stilizzare la dimensione scandalosa dell’osceno, di inquadrare le interferenze tra racconto filmico e forma pornografica, isolando segmenti, figure, ambienti di un mondo molto più vasto e frastagliato (si pensi, a titolo esemplificativo, a Boogie Night di Paul Thomas Anderson e Shame di Steve McQueen). Ed è nella cornice di una incisiva drammatizzazione dell’hard-core che si inserisce Pleasure: primo lungometraggio della regista svedese Ninja Thyberg, che prosegue la linea di “indagine” sull’industria del porno e le sue controversie interne già avviata dall’omonimo cortometraggio di pochi anni precedente.

Il film segue gli schemi di un racconto di formazione, sviluppando l’intreccio in maniera lineare: Linnéa, una giovane ragazza svedese, si trasferisce a Los Angeles per realizzare il sogno di diventare una famosa pornostar sotto lo pseudonimo di Bella Cherry. Da qui prende avvio il percorso iniziatico di Linnéa/Bella nei sentieri più estremi dell’hard-core: dal provino iniziale che termina con un facial, immortalato immediatamente con un selfie, a una chirurgica sessione di bondage; dal trauma di scene violente di umiliazione con gagging, sputi e schiaffi,  al “rito di passaggio” della doppia penetrazione anale. Una serie di tappe (tra cui la presenza agli Adult Video Awards già citati da Wallace) che portano Linnéa/Bella a scalare le vette del porn system sperimentando le forme estreme dell’hard, fino ad entrare nella scuderia di Mark Springer, uno dei produttori più acclamati del settore. Appare evidente come il racconto di formazione della protagonista all’hard-core estremo isoli alcuni meccanismi interni dell’industria pornografica, per denunciare in misura generale (e generica) le controversie del capitalismo dei corpi.

Tale prospettiva si serve di uno sguardo doppiamente esterno al sistema: quello di una “outsider” che proviene da un paese lontano, la Svezia (non a caso, una delle culture più attive nel contribuire tanto allo sviluppo quanto alla definizione del feminist porn e patria di Thyberg); quello di una donna che inscrive il proprio corpo in un sistema percepito come l’ingranaggio più oleato di una cultura misogina, ricalcando idealmente alcune posizioni del primo femminismo antiporno. Il progetto di rivedere i quadri dell’industria pornografica attraverso il punto di vista dell’outsider culturale e di genere scivola però in un ingenuo didascalismo: l’argomentazione critica, infatti, viene circoscritta ad alcuni dialoghi a tratti forzati sugli stereotipi razziali riprodotti nel genere dell’interracial, o sul mancato controllo del proprio corpo all’interno del porno. In questo modo, Thyberg semplifica la questione invece di ampliare e approfondire la complessità dei meccanismi dell’industria pornografica contemporanea. L’obiettivo, esplicitato programmaticamente più volte dalla regista in diverse dichiarazioni, di rileggere le economie del piacere dal punto di vista femminile, si trova tradotto in maniera ancora acerba nel film, e non riesce a delineare una sistematica decostruzione dei meccanismi di potere sui corpi alla base di una concezione materialistica del porno. Piuttosto, il film predilige epicizzare l’individualità di Linnéa/Bella, arrivando paradossalmente a confermare, invece di demistificare, la logica del(la) self made (wo)man alla radice del cosiddetto sogno americano.

Se lo sviluppo del punto di vista femminile sul porno contemporaneo viene solo sfiorato nella sua costruzione concettuale e critica, sul piano visivo il film sperimenta la corrispondenza tra forma e realtà produttiva (avvalendosi anche della presenza di figure interne all’industria pornografica: produttori, registi, attrici, ecc.), e sintonizza alcuni stilemi e artifici sui codici estetici della spettralità, evocando l’intrinseca ambiguità che attraversa lo sdoppiamento tra la persona e l’attrice, e la relazione tra dolore e piacere nelle performance estreme.

Il corpo di Linnéa/Bella, figurato sin dall’inizio come quello di una vergine da violare ed educare al piacere, viene esibito all’interno della medesima inquadratura in una costante oscillazione: messo vividamente a fuoco, scontornato dall’uso di colori accessi e sgargianti del vestiario e del trucco esagerato; fortemente sfocato in un impasto di colori, diluito nello spazio per ricomporsi lucidamente dietro la lente della videocamera che la riprende, o nello schermo dello smartphone usato per le clip da inserire sui social. La presenza simultanea di un visivo definito e sfocato nello stesso spazio di rappresentazione innesca una ambiguità tutta interna al personaggio pornografico, setacciata soprattutto nella relazione tra Linnéa/Bella e Ava, star di punta di Springer, algida quanto profondamente seducente, e doppio rovesciato della protagonista.

Il confronto definitivo tra le due star viene allestito nella scena finale del film, che corrisponde al set in cui Bella domina ferocemente Ava indossando uno strap-on. Qui, i quadri conflittuali disseminati lungo il film vengono ribaltati. La scena, infatti, non solo indica il compimento della formazione di Linnéa/Bella, capace di sottomettere la propria nemesi tramite un’appropriazione performativa del pene, ma commuta il trauma dello stupro, subito precedentemente nel set di una difficile sessione di umiliazione sessuale violenta, in un catalogo di immagini dalla debordante carica erotica. Gli stigmi dell’umiliazione sessuale subita poche scene prima (mano in bocca, gagging, soffocamento, sputi, schiaffi e dirty talking) ritornano come elementi ora ammantati di un’esplosiva sensualità: il dolore fisico e psicologico provato in precedenza da Linnéa/Bella trovano il loro riverbero catartico nel piacere provocato ad Ava.

Effettivamente, il film lavora su una generale limatura dell’osceno pornografico: i dettagli corporei vengono restituiti tramite l’uso di stilizzazioni che aggirano l’iperrealismo delle performance e imprimono una forte sensualità ai corpi. Appare paradigmatico, in tale direzione, lo straniamento con cui si apre il film: un campo nero, deprivato di corpi, da cui emerge il tipico dirty talking condito da gemiti di piacere feroce e i suoni di schiaffi, sculacciate e sputi, interrotti dall’esplosione di una musica sacra. Pertanto, Pleasure non sembra voler ricalcare i contorni della materialità dell’immagine pornografica (argomento indagato da diversi studiosi, come Steven Shaviro e più recentemente da Patricia McCormack); piuttosto si rivolge a intercettarne ed esibirne tutta la carica spettrale, a sottolineare la presenza di una latenza sotto la pelle.

Riferimenti bibliografici
P. MacCormack, Tortured Spectators: Massacred and Mucosal, in M. de Valk (a cura di), Screening the Tortured Body The Cinema as Scaffold, Palgrave Macmillan, London 2016.
S. Shaviro, The Cinematic Body, University of Minnesota, Minneapolis-London 1993.
D.F. Wallace, Il figlio grosso e rosso, in ID, Considera l’aragosta, Einaudi, Torino 2005. 

Pleasure. Regia: Ninja Thyberg; sceneggiatura: Ninja Thyberg; montaggio: Amalie Westerlin Tjellesen Olivia Neergaard-Holm; fotografia: Sophie Winqvist Loggins; interpreti: Sofia Kappel, Revika Anne Reustle, Evelyn Claire, Chris Cock, Dana DeArmon; produzione: Plattform Produktion, Film i Väst Sveriges Television, Lemming Film, Grand Slam Film, Logical Pictures; distribuzione: SF Studios, The Jokers, Gusto Entertainment; origine: Francia, Svezia, Olanda; durata: 136’; anno: 2021.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.