Il soggetto decentrato

di FEDERICA CAVALETTI 

Persona. Soggettività nel linguaggio e semiotica dell’enunciazione di Claudio Paolucci.

Westworld

Westworld – Dove tutto è concesso (Nolan, Joy, 2016 – in corso)

Un vecchio spot pubblicitario assicurava che, affidandoci a un dato operatore telefonico, tutto sarebbe stato “intorno a noi”. Uno spot più recente proponeva, a illustrare un ideale di riguardo e di cura, l’immagine di un cerchio che andava ad abbracciare chi lo tracciava sulla sabbia. Spotify, Netflix e Amazon organizzano i propri contenuti intorno ai nostri interessi. Molti dei dispositivi che usiamo quotidianamente tengono a ricordarci, con frequenza, di essere proprio i “nostri”. Nella cultura popolare e nell’immaginario collettivo, appare oggi più che mai pervasivo un modello di soggettività letteralmente ego-centrico. E a scanso di levate di scudi, questo non è semplicemente il prodotto di decenni di brainwashing mediatico e pubblicitario, ma anche il portato di riflessioni filosofiche, psicologiche e semiotiche di ben più lunga data. Riflessioni, va osservato fin da subito, che non hanno mancato di influenzare il modo in cui leggiamo le forme della rappresentazione e dell’esperienza cinematografica, e audiovisiva più in generale. E tuttavia, chi sono davvero io? Davvero la mia affermazione come soggetto, come persona, si sviluppa a partire dal mio ripiegamento su me stessa, dall’espressione autocentrata della mia voce e della mia visione?

È anche a queste domande che intende fornire una risposta il nuovo volume di Claudio Paolucci Persona. Soggettività nel linguaggio e semiotica dell’enunciazione, edito da Bompiani. Un volume che riafferma, di contro a una consolidata primazia dell’io, la forza dell’egli, una figura al contempo personale e impersonale che risulta il passaggio obbligato per una fondazione autentica e piena della nostra soggettività. Fedele alla sua formazione semiotica, Paolucci affronta il tema della soggettività a partire dall’articolazione di un’originale teoria dell’enunciazione. In opposizione alla tradizione benvenistiana, questa teoria non si accontenta del perimetro del linguaggio verbale, né tantomeno di quella sua particolarissima manifestazione che è l’interlocuzione orale in presenza. Al contrario, si apre non soltanto ad altri linguaggi ma in modo più ampio allo stare al mondo dell’individuo all’interno del contesto (materiale, comunicativo, sociale) nel quale è calato, in linea con la sensibilità dell’autore per le contemporanee scienze cognitive e in particolare per l’enattivismo.

Assunta una tale prospettiva, la teoria di Paolucci può radicare la sfera del personale in quello che tradizionalmente non viene considerato tale: può proporre, cioè, che l’unico modo di arrivare a dire “io” sia preliminarmente dire “egli”. Inoltre, poiché chiamare in causa la persona è chiamare in causa il punto di vista, può presentare uno strumento originale e versatile di interrogazione delle forme audiovisive: da quelle cinematografiche, fino alle più recenti manifestazioni connesse della realtà virtuale, mista e aumentata, che Andrea Pinotti ha definito «an-icons» (Pinotti 2017). Ma andiamo per gradi. Poiché uno dei pregi del volume di Paolucci è proprio questo: saper dipanare una materia complessa e insidiosa, renderla accessibile senza semplificare, e guidare il lettore passo passo lungo l’acquisizione di una proposta teorica che richiede un’assimilazione progressiva.

La rifondazione della soggettività per come tradizionalmente costituita nell’ambito della semiotica richiede, secondo Paolucci, un depotenziamento dell’«ego che dice ego». Da Benveniste in avanti, infatti, è andata assolutizzandosi la visione secondo cui l’uomo si costituisce come soggetto affermando se stesso nel linguaggio, attraverso l’atto del dire “io”. Eppure, sostiene Paolucci, tale condizione non è affatto sufficiente. Autocosciente, e dunque soggetto a pieno titolo, è per Paolucci non chi sappia semplicemente dire “io”, ma chi sappia disporre della capacità semiotica di esternarsi, decentrarsi, nella forma di un egli che consente di porre se stessi a oggetto della propria riflessione. Come Ulisse, di contro ad Achille. La differenza tra i due eroi non consiste nell’impulsività del secondo, quanto nella possibilità del primo di prendere le distanze da se stesso, vedersi agire in diversi scenari possibili, e valutare questi ultimi al fine di intraprendere azioni efficaci. Come Dolores Abernathy, che nel mondo fantascientifico di Westworld accede gradualmente alla soggettività imparando a riconoscere che la voce di Arnold, dunque di un “egli”, non è altro in realtà che la voce di sé stessa.

È la «struttura delocutiva della terza persona», il “ciò di cui si parla” che è proprio della terza persona, a fondare la prima. Ripercorrendo e rivalorizzando il pensiero di autori come Louis Hjelmslev e Gustave Guillaume, Paolucci smantella l’opposizione privativa tra un io personale e un egli come non-persona, mostrando come – al contrario – il secondo abbracci il primo e ne garantisca le condizioni di possibilità. La mossa teorica di Paolucci non si limita a trasferire il predominio, la iper-personalità dell’io al nuovo recipiente dell’egli. L’egli cui l’autore fa riferimento, infatti, è personale e impersonale al tempo stesso. Più che soggetto è evento, «illeità» che apre posizioni di soggetto. È allora, esemplarmente, l’«il est malheureux» di Maurice Blanchot: un “si è infelici”, una infelicità che nel suo verificarsi nello spazio impersonale inaugura la possibilità di una infelicità individuale autocosciente. A livello semiotico, si tratta di una deviazione da un modello proposizionale fondato sulla centralità del soggetto a uno schema alternativo imperniato invece sull’evento espresso dal verbo, che ha trovato esponenti di rilievo – come opportunamente tracciato nel volume – in autori come Charles Peirce e Lucien Tesnière. Si comprende dunque come la teoria dell’enunciazione di Paolucci si presenti come una teoria non soltanto «impersonale», ma anche «evenemenziale».

Eternal sunshine of the spotless mind

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Gondry, 2004)

Ciò che appare segnatamente prolifico nell’articolato impianto concettuale allestito dall’autore sono le sue implicazioni per l’analisi dei prodotti audiovisivi. In particolare, il lavoro di Paolucci consente di aprire piste di ricerca innovative in relazione al problema del punto di vista nella rappresentazione audiovisiva. Un problema che si dimostra oggi quanto mai urgente, a fronte dell’ascesa di forme come quelle proposte dalla realtà virtuale, mista e aumentata, che – secondo gli schemi enunciativi tradizionali – sembrerebbero contraddistinte da una sorta di “condanna” alla visione in prima persona. Seguendo il Christian Metz di L’enunciazione impersonale, Paolucci rifiuta l’applicazione delle strutture del linguaggio verbale a quello audiovisivo. Non esistono forme del linguaggio cinematografico che corrispondano univocamente a un io, oppure a un tu. Tuttavia, a differenza del suo predecessore, Paolucci non rinuncia a un tentativo di definizione di un apparato formale dell’enunciazione audiovisiva. Per farlo, privilegia quelle situazioni in cui la messa in immagine manifesta un carattere ibrido, di mobilità e compresenza, che metta al riparo dall’assertività ingombrante di chi pretende in modo esclusivo e autoreferenziale di dire “io”.

Paolucci affronta dunque in primo luogo il caso della semi-soggettiva, che, accogliendo la lettura di Pier Paolo Pasolini, egli accosta al discorso indiretto libero. Nel discorso indiretto libero, osserva Paolucci, si registra sempre una co-abitazione tra due punti di vista, dei quali uno viene modulato attraverso l’altro. Un meccanismo che ricorda da vicino la formazione della soggettività, che richiede proprio il temporaneo decentramento dell’io, la sua concatenazione con ciò che è impersonale e altro da sé. Un caso di studio più specifico è offerto dal film Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Michel Gondry, 2004). Come ricordato nel volume, il film gioca sullo scollamento e sulla continua compenetrazione tra una narrazione prima e una narrazione seconda, frutto di una rielaborazione mnestica degli eventi che hanno composto la prima. Qual è, laddove un piano si accavalla con l’altro, il meccanismo che regola l’enunciazione? Quando Joel si ritrova a guardarsi da fuori, o a manipolare in diretta più o meno deliberatamente lo svolgimento dei propri ricordi? Secondo Paolucci, non è certo un’impostazione privativa, dove “io” non può che escludere “non-io”, a consentire di leggere la situazione in modo appropriato. Piuttosto, bisognerà ricorrere a uno schema partecipativo, che accolga la duttilità e la produttiva complessità di un “io” che è al contempo “non-io”.

Ciò che conta rilevare è che, secondo Paolucci, il ricorso a tale schema non costituisce un caso singolare, un espediente laterale reso necessario dalla peculiare articolazione del film preso in esame. A un livello profondo, Eternal Sunshine of the Spotless Mind non ha nulla di eccezionale: al contrario, si limita a portare all’attenzione in modo particolarmente prominente meccanismi che sono propri, a un minor grado di evidenza, dell’audiovisivo come forma comunicativa e rappresentazionale. Astenersi da calchi dell’apparato enunciazionale del linguaggio verbale risulta particolarmente rilevante nel momento in cui dall’ambito cinematografico ci si sposta a quello delle emergenti manifestazioni legate alla realtà virtuale, ma anche mista e aumentata: immagini (o il loro contrario, come suggerisce la denominazione di an-icons) che, eliminando idealmente la propria cornice, proiettano lo spettatore o utente direttamente all’interno della rappresentazione, trasmettendo una marcata impressione di presenza o «being there» (Slater 2009). Che cosa succede quando indossiamo un visore? L’impressione è quella di essere catapultati all’interno di una sorta di iper-soggettiva: una prospettiva in prima persona che è “iper” non soltanto perché apparentemente non più mediata, ma anche in quanto sostanzialmente inaggirabile e forzata. Ma a quale “persona” stiamo aderendo nel momento in cui facciamo esperienza di questa presunta iper-soggettiva? E soprattutto, è in questo che sta la ricchezza dell’esperienza an-iconica, oppure il suo fallimento?

Secondo Paolucci, come anticipato, se la presa a modello del linguaggio verbale si rivela disfunzionale nel caso dell’audiovisivo cinematografico, ancor meno essa contribuisce alla comprensione delle manifestazioni an-iconiche. La sua proposta, infatti, è che la persona (linguistica) alla quale ci appoggiamo nell’esperienza an-iconica, e che dovrebbe costituire il perno di una ipotetica iper-soggettiva, semplicemente non ci sia. Piuttosto, sostiene Paolucci, quello che si dà è un assemblaggio di diverse istanze enuncianti, plurali e non necessariamente personali, spesso anzi macchiniche, il cui effetto principale è quello di dotare lo spettatore o utente di protesi che offrono inediti «punti di prensione percettiva, cognitiva e narrativa». In questo senso, le an-icons dischiudono in modo emblematico quello che – abbandonata una logica rigidamente mutuata dal linguaggio verbale – può essere riscoperto in realtà nell’audiovisivo tout court: una «soggettività estesa di tipo macchinico», che non incanala ma anzi espande le nostre possibilità di esplorazione del sensibile. All’interno di un visore, così come di fronte a uno schermo, quello che l’audiovisivo sollecita è una forma di soggettività accrescitiva, che prolunga l’individuo e lo invita a misurarsi con le immagini in modo attivo e collaborativo. In un processo che mette alla prova e rinsalda la nostra qualità di persona, proprio tramite l’incontro con ciò che persona non è (o non è ancora).

La camera astratta (Studio azzurro, 1987)

Riferimenti bibliografici
A. Pinotti, Self-negating images: towards an-iconology, in “Proceedings”, n. 856, novembre 2017.
M. Slater, Place illusion and plausibility can lead to realistic behaviour in immersive virtual environments, in “Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences”, n. 364, dicembre 2009.

Claudio Paolucci, Persona. Soggettività nel linguaggio e semiotica dell’enunciazione, Bompiani, Milano 2020.

*Questo progetto ha ricevuto il finanziamento dell’EuropeanResearchCouncil (ERC) all’interno delprogramma di ricerca e innovazione dell’Unione EuropeaHorizon 2020 (grant agreement No. 834033 AN-ICON), ospitato dal Dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti” dell’Università degli Studi di Milano nell’ambito del progetto “Dipartimenti di Eccellenza 2018-2022” attribuito dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR).

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