Questa riflessione prende le mosse dall’articolo di Felice Cimatti, È difficile liberarsi del linguaggio. Al di qua della distinzione fra saperi scientifici e umanistici, nel quale il filosofo discute criticamente la proposta avanzata da Riccardo Manzotti, nello scritto Umanismo come esistenzialismo. Risemantizzare l’umanesimo, pubblicato sempre su queste pagine, circa la necessità di ripensare il significato stesso delle discipline umanistiche nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Il dibattito nasce dalla tesi di Manzotti, secondo il quale l’avvento dei Large Language Models metterebbe in discussione una delle tesi fondamentali della tradizione occidentale: il linguaggio quale fondamento e oggetto precipuo delle discipline umanistiche, a differenza di quelle scientifiche il cui ambito sarebbe quello “dei fatti espressi quantitativamente e quindi dei numeri”. L’emergere dei Large Language Models romperebbe questa storica distinzione: gli algoritmi, attraverso architetture computazionali fondate su miliardi di parametri, si dimostrerebbero oggi capaci di produrre testi, argomentazioni, traduzioni e contenuti linguistici sempre più difficilmente distinguibili da quelli umani. Il linguaggio non costituirebbe pertanto più una prerogativa esclusiva dell’uomo; di conseguenza, secondo Manzotti, verrebbe meno anche il fondamento tradizionale dell’umanesimo, dal momento che l’essere umano, “nelle sue prerogative”, sarebbe “messo in discussione dall’IA” e che “la nozione di essere umano” non sarebbe “più così ovvia”. Da qui la proposta di una profonda “risemantizzazione”, in base alla quale l’umanesimo non dovrebbe più identificarsi con il dominio della parola, bensì con la dimensione esistenziale, intesa come ciò che precede ogni formalizzazione concettuale e ogni razionalizzazione ed espressione linguistica. È in questo senso che Manzotti giunge ad affermare che “l’IA ci costringe a ribaltare le nostre categorie” e che “l’umanismo è esistenzialismo”.
In risposta a questa argomentazione, Felice Cimatti, pur condividendone il punto di partenza, ossia il riconoscimento della portata filosofica della rivoluzione introdotta dall’intelligenza artificiale, contesta le conclusioni cui approda Manzotti. A suo giudizio – e sia concesso dire giustamente – la distinzione tra parola e numero, sulla quale si fonda la diagnosi di una crisi dell’umanesimo, è problematica. Richiamando la tradizione filosofica di Derrida, Foucault e Agamben, Cimatti sostiene che linguaggio e calcolo non appartengono a due ordini radicalmente differenti, bensì costituiscono entrambi manifestazioni di una medesima struttura simbolica. Le capacità linguistiche e quelle matematiche condividono basi comuni, mentre tanto parole quanto numeri sono sistemi di segni. L’intelligenza artificiale non avrebbe quindi sottratto il linguaggio all’uomo, ma avrebbe piuttosto reso evidente una caratteristica già propria del linguaggio stesso: il suo funzionamento come rete di relazioni tra significanti, indipendentemente da un’interiorità soggettiva.
Pur giungendo a conclusioni opposte, le due prospettive sembrano tuttavia condividere un medesimo presupposto teorico: entrambe assumono che la questione decisiva posta dagli LLM riguardi la perdita di uno statuto prettamente “umano” del linguaggio.
È proprio questo presupposto che, a mio avviso, merita di essere ulteriormente indagato. Prima ancora di domandarsi se il linguaggio costituisca una prerogativa esclusiva dell’essere umano, occorre interrogarsi sulla natura del linguaggio stesso. La proposta che qui si intende avanzare consiste precisamente nello spostare il baricentro della riflessione dal linguaggio alla facoltà che lo genera. Che cos’è, infatti, il linguaggio umano se non la manifestazione del pensiero? Se il linguaggio intrattiene un rapporto costitutivo con l’esteriorizzazione dell’attività del pensiero, e se il pensiero ne determina forme e caratteristiche, allora il problema posto dall’AI non riguarda la capacità di produrre configurazioni linguistiche o concatenazioni di significanti – competenza che gli LLM hanno ormai dimostrato di possedere a livelli straordinariamente sofisticati –, bensì la facoltà che rende possibile la produzione stessa del significante e del relativo significato. È dunque sul pensiero, inteso quale principio generativo di ogni processo di significazione, di espressione di senso e di ogni atto conoscitivo, che dovrebbe essere ricondotta la discussione. Solo interrogando la natura del pensare sarà infatti possibile comprendere che cosa renda propriamente umano il linguaggio e se tale specificità possa realmente essere condivisa dall’AI.
Già l’ermeneutica classica aveva individuato nella interrelazione fra pensiero e parola il nucleo della conoscenza. Nella Allgemeine Hermeneutik, Schleiermacher sostiene che il linguaggio costituisce “il modo in cui il pensiero s’invera”: non esiste pensiero senza parola, così come non esiste parola che non rinvii a un’attività del pensiero. Il pensiero stesso viene definito da Schleiermacher come un “parlare interiore” (inneres Sprechen), nel quale linguaggio e pensiero si co-costituiscono reciprocamente. Ogni nuova configurazione del pensiero modifica il linguaggio, così come ogni trasformazione del linguaggio rende possibile la nascita di nuovi pensieri. Comprendere un testo, per esempio, non significa limitarsi a decifrarne le strutture linguistiche, bensì ricostruire il processo di pensiero che ha trovato nelle specifiche forme e strutture del linguaggio adoperato la propria espressione. L’atto ermeneutico è un atto eminentemente conoscitivo: comprendere equivale a ripercorrere il movimento del pensiero che si è oggettivato nel linguaggio.
È proprio questo nesso fra linguaggio, pensiero e cognizione che le scienze cognitive contemporanee consentono oggi di approfondire ulteriormente. Se per l’ermeneutica il linguaggio costituisce l’espressione del pensiero, diviene allora necessario interrogarsi sulla natura del pensiero. La svolta inaugurata, negli anni ottanta del secolo scorso, dai lavori di Francisco Varela, Evan Thompson ed Eleanor Rosch, ha modificato radicalmente la concezione tradizionale della cognizione, superando l’idea del pensiero come manipolazione di rappresentazioni simboliche astratte. La cognizione viene oggi concepita come un processo incarnato (embodied), situato (embedded), enattivo (enactive), esteso (extended) ed emozionalmente saturo (emotional), secondo quella prospettiva oggi nota come 5E Cognition. Il pensiero non coincide più con una successione di operazioni logico-simboliche, ma emerge dall’interazione dinamica fra organismo e ambiente. La percezione, lungi dall’essere ricezione passiva di informazioni, è l’esito di attività senso-motorie di relazione con l’ambiente e gli animali non umani, parte di un processo cognitivo che si esplica nella enaction. Come affermano Varela e Maturana, “il vivere stesso coincide con un continuo processo di produzione del significato”. Ne consegue che anche il linguaggio umano non può più essere interpretato come un sistema autonomo di segni, ma come una delle modalità attraverso cui il pensiero embodied si organizza e trasforma l’esperienza, condensando una complessa rete di processi percettivi, corporei, emotivi, memoriali e immaginativi che costituiscono la trama stessa della cognizione umana.
Se il pensiero è un’attività incarnata di costruzione del significato, anche il linguaggio deve essere reinterpretato alla luce di questa prospettiva. Esso non può più essere concepito come un sistema autonomo di segni, né come una struttura puramente simbolica separata dall’esperienza corporea. Il linguaggio costituisce piuttosto una delle modalità attraverso cui il corpo-mente articola il pensiero, organizza, comunica e trasforma l’esperienza. Ogni parola rinvia pertanto non soltanto ad altri significanti, ma a un processo cognitivo, percettivo, emotivo e corporeo che continuamente produce significato.
È proprio da questo paradigma che prendono avvio le riflessioni di Mark Turner sulla Literary Mind. Turner sostiene che la mente umana è originariamente narrativa. La narrazione che trova forma nel linguaggio non costituisce un’attività successiva rispetto al pensiero logico, né un prodotto meramente letterario, ma rappresenta la forma fondamentale attraverso cui l’essere umano organizza l’esperienza, costruisce inferenze, interpreta le azioni altrui, anticipa scenari possibili e attribuisce significato agli eventi. È la letteratura a rendere manifesta una facoltà che appartiene al funzionamento ordinario della mente e che si avvale del linguaggio. Le storie precedono la letteratura, nel senso che costituiscono l’architettura ordinaria del pensiero quotidiano e il principale dispositivo cognitivo attraverso cui l’essere umano comprende il mondo e se stesso.
Il mondo viene continuamente organizzato attraverso micro-narrazioni, simulazioni mentali, scenari controfattuali e proiezioni analogiche che permettono di integrare percezione, memoria, emozione e immaginazione in una configurazione coerente di senso. Il pensiero narrativo contribuisce attivamente a configurare mondi possibili nei quali l’esperienza viene continuamente reinterpretata e trasformata. Anche la teoria della metafora concettuale elaborata da George Lakoff e Mark Johnson scardina la sua esclusività di strumento retorico, per rivelare in essa un principio fondamentale dell’attività cognitiva. Pensare significa costantemente proiettare strutture derivate dall’esperienza corporea e senso-motoria verso domini concettuali più astratti; le categorie attraverso cui comprendiamo il tempo, lo spazio, le relazioni, l’identità o la moralità derivano da processi metaforici profondamente radicati nell’esperienza incarnata ed espressi linguisticamente.
Alla luce di queste brevi considerazioni, la questione posta dall’AI assume una configurazione diversa da quella delineata tanto da Manzotti quanto da Cimatti. Il focus non è costituito dalla capacità di generare sequenze linguistiche formalmente corrette o reti di significanti statisticamente plausibili, in cui l’AI eccelle, bensì dalle dinamiche peculiari di quel processo cognitivo incarnato attraverso il quale il pensiero produce significato. Ciò che distingue l’essere umano dalla macchina risiede infatti nel processo cognitivo incarnato attraverso cui il pensiero istituisce relazioni di senso, costruisce linguisticamente narrazioni, genera metafore, configura mondi possibili e attribuisce significato all’esperienza. È in questa facoltà generativa che risiede la specificità dell’umano, che, al momento attuale, nessuna macchina può emulare. Da tale facoltà generativa, nel linguaggio e con il linguaggio umano, si schiude quell’orizzonte dell’estetico, che, secondo Ugo Morelli, rappresenta la dimensione costitutiva dell’esperienza umana, nella quale percezione, immaginazione e partecipazione al mondo interagiscono e si co-determinano: in questo orizzonte dell’estetico l’essere umano è in grado di eccedere continuamente il dato immediato, di immaginare possibilità inesplorate e di conferire nuove configurazioni di senso all’esperienza.
L’esperienza estetica scaturisce dalla natura stessa dell’essere umano che, come creatura «naturalculturale» (Morelli 2010b, p. 7), costruisce il proprio rapporto con il mondo trasformando il reale attraverso la cognizione, l’immaginazione, le emozioni e la produzione di significato, inverando la propria creatività. La creatività costituisce così la più alta espressione dell’umano, nella quale il pensiero, attraverso il linguaggio, la narrazione e la metafora, produce mondi nuovi. La ricerca della bellezza si inscrive precisamente in questo processo di continua creazione di significato. Essa costituisce una modalità privilegiata attraverso cui l’essere umano esplora possibilità ancora inesplorate del reale, costruendo forme sempre nuove di comprensione e di relazione con il mondo. In tale prospettiva, le discipline umanistiche non hanno perduto il proprio oggetto di studio; al contrario, sono in grado di fecondare un dialogo transdisciplinare con le discipline scientifiche, come diversi centri di ricerca in Italia e all’estero hanno portato avanti (si veda in calce), consentendo un’indagine, sempre più complessa, sulla natura dell’umano e su quello che lo contraddistingue dalla macchina: la creatività come peculiare forma di ricerca e, a volte, di raggiungimento, della Bellezza. E noi umanisti non facciamo altro che ricercare, disperatamente, la Bellezza, che l’uomo condivide con gli animali non umani, ma che solo lui esprime nella parola.
Riferimenti bibliografici
F. Varela, E. Thompson, E. Rosch, The Embodied Mind. Cognitive Science and Human Experience, MIT Press, Cambridge 1991.
A. Newen, L. De Bruin, S. Gallagher, The Oxford Handbook of 4E Cognition, Oxford University Press, Oxford and New York 2018.
H. Maturana, F. Varela, Autopoiesis and Cognition: The Realization of the Living, Reidel Publishing, Dordrecht 1980.
M. Turner, The Literary Mind, Oxford University Press, New York 1996.
G. Lakoff, M. Johnson, Metaphors We Live By, University of Chicago Press, Chicago 1980.
U. Morelli, Mente e Bellezza. Arte, creatività e innovazione, Allemandi, Torino 2010a.
Id., Mente e esperienza estetica. Per una neurofenomenologia della creatività e dell’innovazione, TSM, Trento 2010b.
Id. Cosa significa essere umani?, Cortina Editore Milano 2024.