Nel saggio La lingua di Trump, Bérengère Viennot, docente e traduttrice professionista per la stampa internazionale, dedica un capitolo all’individuazione di alcune analogie strutturali tra la retorica trumpiana e la propaganda nazista. Riprendendo le osservazioni di Olivier Mannoni, traduttore per Fayard del Mein Kampf, e richiamando alcuni passaggi di LTI. La lingua del Terzo Reich del filologo Victor Klemperer, l’autrice rintraccia i tratti ricorrenti del discorso autoritario senza incappare in facili omologazioni. La polarizzazione elementare a danno del pensiero complesso, la costruzione ossessiva del nemico accompagnata dalla ripetizione martellante, l’incoerenza semantica e la frammentazione sintattica appaiono strumenti discorsivi che rendono l’odio dicibile e condivisibile, contribuendo a normalizzare la violenza e ad addestrare la percezione collettiva alla disumanizzazione dell’altro.
Viennot propone diversi esempi dal corpus linguistico di Trump, tra cui la dicotomia tra bad e good – un’eco del binarismo tra schlecht e gut di Himmler – adoperata per distinguere detrattori e sostenitori, cittadini legittimi e corpi estranei. È il caso di un tweet del 6 agosto 2018 contro la volontà dei Democratici di aprire le frontiere: gli agenti dell’ICE vi vengono descritti come «the brave men and women that are protecting our Country», mentre i migranti messicani e altri esiliati latinoamericani sono definiti «some of the most vicious and dangerous people on earth». In questo caso, l’odio discorsivo funziona per condensazione, non argomenta né dimostra, ma separa gli individui in due blocchi contrapposti: da un lato il corpo sano della nazione, dall’altro una massa minacciosa e anonima, predisposta a essere neutralizzata e respinta. Nella stessa grammatica del dominio rientrano la fissazione per il nazionalismo, la fabbricazione della verità a proprio vantaggio e l’ammirazione più volte ostentata per figure autoritarie come il leader nordcoreano Kim Jong-un.
In tempi più recenti, la lingua di Trump ha raggiunto un’ulteriore soglia di performatività retorica, passando dalla costruzione del nemico alla formulazione del suo annientamento come possibilità politica. Ne è esempio il post pubblicato su Truth il 7 aprile di quest’anno contro l’Iran, in cui Trump minaccia esplicitamente la fine di un’intera civiltà per ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz: «A whole civilization will die tonight, never to be brought back again».
Se l’ostilità nei confronti dell’altro è tornata a imporsi come principio identitario – fino a diventare elemento costitutivo delle nuove retoriche nazionaliste – occorre interrogarsi sulle ragioni del suo ritorno ciclico e chiedersi da quale archivio concettuale sia possibile attingere per comprenderne la persistenza. È da queste urgenze che muove Pensare l’odio. L’umano di fronte all’estremo di Orlando Paris. L’autore inscrive la propria riflessione in una cronaca mondiale della distruzione: dall’invasione russa dell’Ucraina al genocidio nella Striscia di Gaza, dalle politiche di esclusione dei migranti alle immagini dei corpi senza nome lungo il Mediterraneo, fino alla violenza amministrativa esercitata dall’ICE. Allo stesso tempo, Paris lascia sullo sfondo i costrutti discorsivi attraverso cui le tragedie e i conflitti contemporanei vengono legittimati e la violenza normalizzata, per concentrarsi invece sulle loro radici storiche e teoriche. Pensare l’odio significa allora tentare di comprenderlo, ossia «riconoscerne le metamorfosi, decifrarne i linguaggi, le pratiche e le strutture soggiacenti che ne consentono la riproduzione e la legittimazione» (p. 22).
Il lavoro metodologico proposto dal saggio di Paris consiste dunque nel rendere leggibili le logiche profonde della disumanizzazione dell’altro. Ne deriva una genealogia dell’odio nel suo intreccio con l’esercizio del potere e con le forme della coesione sociale, che attraversa filosofia, letteratura, sociologia, psicologia sociale, teoria critica e scienze del linguaggio. Questa genealogia prende avvio dalla metà del Novecento e si dispiega lungo due grandi traiettorie storiche, che il volume organizza attraverso l’analisi di specifici nuclei teorici.
La prima traiettoria si colloca nel Secondo dopoguerra europeo e nasce dalla necessità di pensare i fenomeni estremi che hanno segnato il secolo: le guerre mondiali, i totalitarismi, i campi di sterminio. Entro questo orizzonte storico, il saggio individua una serie di nuclei concettuali di matrice prevalentemente filosofico-critica. Il primo riguarda il nesso tra l’odio e il paradigma biopolitico: Arendt analizza il razzismo e l’antisemitismo come principi regolativi del sistema totalitario, mentre Foucault formalizza il razzismo di Stato come tecnologia di governo necessaria a gestire la vita e la morte della popolazione. Agamben radicalizza questo approccio, assumendo Auschwitz come paradigma biopolitico del moderno. Il secondo nucleo è quello della critica della razionalità strumentale: per Adorno e Horkheimer, l’odio antisemita e, più in generale, la violenza novecentesca non sono un’eccezione alla modernità, ma l’esito estremo di una razionalità orientata al dominio sulla natura e sull’uomo. Il terzo nucleo prende in considerazione la sociologia dell’obbedienza e del conformismo. Hilberg, Browning e Bauman mostrano come la macchina genocidaria sia stata alimentata da individui ordinari, inseriti in strutture burocratiche che neutralizzano il giudizio morale e trasformano la violenza in prassi amministrativa. Su questo stesso terreno si collocano gli esperimenti di psicologia sociale di Milgram e Zimbardo, nei quali l’obbedienza all’autorità, la pressione del contesto e la conformazione ai ruoli prestabiliti rivelano come la responsabilità individuale possa dissolversi quando viene incorporata in un dispositivo collettivo. Infine, il quarto nucleo ruota attorno all’“etnografia dell’odio” di Primo Levi, elaborata attraverso la sua produzione letteraria e testimoniale. Ne I sommersi e i salvati il lager è lo spazio in cui si incrinano le opposizioni tra vittime e persecutori, innocenza e colpa, bene e male. La nozione di zona grigia consente di interrogare la complessità dei comportamenti prodotti dal potere concentrazionario e le forme ambigue di collaborazione, sopravvivenza e assoggettamento che esso rende possibili.
La seconda traiettoria si sviluppa negli Stati Uniti degli anni Sessanta, nel contesto dei movimenti per i diritti civili e delle lotte contro la segregazione razziale. Il suo nucleo teorico, fondato su un approccio empirico, prende forma dagli studi sul razzismo sistemico per poi allargarsi all’analisi dell’odio nelle sue molteplici manifestazioni. Nata in ambito giuridico, nell’alveo dei diritti civili, la Critical Race Theory scardina l’idea che il razzismo contro la comunità afroamericana sia una semplice eccezione del sistema democratico: ne individua, al contrario, le radici strutturali nel tessuto sociale, a livello istituzionale, normativo e linguistico. L’approccio intersezionale, tuttora centrale nelle scienze sociali, si afferma proprio nell’alveo di questi studi, promuovendo una lettura multidimensionale delle discriminazioni attraverso l’incrocio di categorie quali razza, genere e classe. Rispetto alla Critical Race Theory, il campo interdisciplinare degli Hate Studies estende l’indagine alle molteplici declinazioni dell’odio: dai crimini violenti alle strategie di silenziamento, fino alle microaggressioni quotidiane. A questo quadro si aggiunge l’apporto dei Genocide Studies, che interpretano il genocidio come il punto estremo di un continuum dell’odio: un processo che muove dalla denigrazione dell’altro e giunge, attraverso forme progressive di esclusione e disumanizzazione, all’annientamento fisico organizzato.
L’ultimo nucleo teorico esplora le manifestazioni linguistiche dell’odio: una dimensione discorsiva che classifica, inferiorizza e disumanizza il bersaglio, preparando così il terreno simbolico in cui anche le forme più estreme di violenza diventano concepibili e, di conseguenza, praticabili. Uno dei lavori pionieristici resta il già menzionato studio di Klemperer sulla lingua del nazismo. Sul versante della filosofia del linguaggio, numerosi contributi hanno preso le mosse dalla teoria degli atti linguistici di Austin, in particolare dalla nozione di atto illocutorio, per interrogare la forza performativa del linguaggio d’odio come strumento di subordinazione. Anche Butler riprende la teoria di Austin per considerare il discorso d’odio come un atto reiterativo, la cui efficacia deriva da una storia di usi linguistici e pratiche sociali che lo precedono, ma che, proprio per questo, possono essere anche risignificati e sovvertiti.
Nella celebre fotografia di Douglas Martin, scattata nel 1957, la violenza verbale e gestuale scagliata contro la quindicenne Dorothy Counts emerge con sconvolgente nitidezza. È il suo primo giorno di scuola in Carolina del Nord, tre anni dopo la storica sentenza con cui la Corte Suprema aveva dichiarato incostituzionale la segregazione negli istituti pubblici. A questa aggressione collettiva, la giovane protagonista di quella stagione di lotte per i diritti civili oppone una resistenza fiera e composta: la testa alta, lo sguardo saldo rivolto verso l’obiettivo, la postura ferma. Accanto a lei, l’accompagnatore condivide il suo atteggiamento, procedendo con la stessa fermezza e determinazione. I loro corpi, insieme, sfidano la folla e ci interrogano sulle ragioni profonde di quella violenza.
L’odio ci appartiene, ci assedia, riemerge ciclicamente. Pensare l’odio risponde all’urgenza di una precisa scelta metodologica: coniugare il rigore scientifico con l’impegno etico, portando il discorso accademico a misurarsi con le tensioni del presente e assumendosi la responsabilità di una mediazione critica capace di nominarne le forme della violenza sull’altro, di renderne visibili i dispositivi e di contrastarne la normalizzazione.
Riferimenti bibliografici
V. Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich, a cura di E. Fröhlich, Giuntina, Firenze 2011.
B. Viennot, La lingua di Trump, Einaudi, Torino 2019.
Orlando Paris, Pensare l’odio. L’umano di fronte all’estremo, Luca Sossella, Roma 2026.