C’era una volta l’università incentrata sull’intreccio di ricerca e insegnamento, entro un notevole spazio di libertà nell’organizzazione e nell’atteggiamento di chi partecipava alla produzione-trasmissione del sapere. Si capisce cosa fosse quello spazio se lo immaginiamo privo delle regole di management che governano l’università attuale. Regole di controllo della qualità, della competitività e della produttività; in questo spazio compulsivamente ottimizzato per l’efficienza, la formazione equivale ad assimilare alcuni pacchetti di informazione e ad acquisire alcune abilità programmate.

È inevitabile partire da questo paragone per inquadrare il testo che, pazientemente curato dall’allieva Enza Silvestrini, riproduce l’ultimo corso universitario di Aldo Masullo tenuto alla “Federico II” di Napoli, anno 1993-1994. Oggi sarebbe difficile tenere un corso così dilatato nel tempo (circa sei mesi), così libero di articolare una riflessione, con tanti riferimenti, chiose, digressioni. La minore efficienza organizzativa della vecchia università veniva compensata dalla maestria del docente che incarnava una tradizione e la rielaborava mostrando tecniche e segreti di una disciplina. Certo non tutti erano maestri, ma quei pochi facevano da modello diretto e indiretto. E così è stato con Masullo.

Una prosa densa ma sempre chiara avvolge il lettore-uditore in una serrata sequenza discorsiva. Il professore spiega e commenta (didattica), fa degli affondi speculativi anche irrisolti (ricerca). Le linee guida sono date dalle filosofie del soggetto, da Cartesio all’esistenzialismo. Anche quando non è esplicito, si avverte il poderoso sottofondo della filosofia classica tedesca che riformula la tradizione metafisica. Un sottofondo assimilato alla luce della fenomenologia e dei tanti umori antiaccademici della cultura novecentesca.

Rendere emozionante la speculazione e speculativamente rilevante un’emozione è forse il tratto che unisce contenuto e stile di Masullo. Anche questo corso universitario mostra che il suo pensiero si è via via concentrato sul versante emozionale della vita, versante irriducibile alla presa conoscitiva e che proprio perciò va assegnato alla filosofia, forma affatto peculiare di conoscenza che cerca di comprendere anche l’alogico, ciò che sfugge al regime dei significati. I patemi della ragione sono appunto il lato non epistemico del conoscere. Patema è dolore, angoscia, amore, desiderio, sensazione sublime; nessun atto razionale ci libera, né è indipendente da essi. I patemi sono il contenuto del discorso masulliano, mentre lo stile è quello di portarli ad evidenza con precisi ragionamenti e con l’esercizio di attenzione fenomenologico.  

Perché ci sono tali patemi e perché parlarne se sono ineffabili? Bisogna parlarne perché ci agitano senza posa; essi formano una sincope dentro il ritmo incessante della vita, che così non è più un dramma cosmico-storico che ogni volta si ricompone, ma esistenza avvitata in assillanti contrasti, i quali precipitano spesso in aperte contraddizioni. Parlare dei patemi vuol dire esaminare il rapporto bios-logos, «il grande e tormentoso problema della filosofia» (Masullo 2026, p. 70) che rinvia ai fondamentali temi metafisici di essere e nulla, identità e differenza, tempo ed eterno … I temi vengono letti però secondo il moderno principio di soggettività. Il principio chiede di mostrare la genesi dei termini metafisici, senza assumerli come contrassegni di un piano ideale autonomo (regno dell’essere, delle idee, del vero). L’esplorazione della soggettività serve a questo, usando il filo conduttore dell’esperienza cognitiva e del vissuto individuale; tuttavia, come mostra lo sviluppo della filosofia trascendentale sino alle propaggini del primo Heidegger, l’esplorazione è confluita in una teoria che ricade nel “vizio metafisico” di stabilizzare in significati oggettivi e griglie astratte la dinamica della soggettività, e poi della vita stessa. I patemi aiutano a evitare quel vizio, tenendo aperta la tensione tra soggettività e oggettività, senso vissuto e significati ideali. I patemi sono irriducibili alla ragione, ma non ne sono separabili, altrimenti si rilegittima un autonomo regno delle idee. Il nodo speculativo è qui; solo dove c’è logica c’è patema, ma il patema è alogico. L’alogico non va relegato in un regno animale dello spirito, né eretto a partner dialettico (o intenzionale) di una progressione logica infinita. E allora come trattarlo?

Il nodo resta, Masullo sembra mantenerlo nella sua insolubilità. Però vuole indagarlo e così lo allenta con un diverso stile o “atteggiamento teoretico”. Egli porta dentro la vita quotidiana i concetti metafisici, diluendo abilmente fenomenologia ed esistenzialismo, argomentazione, esibizione ed evocazione. La vita è quella tua personale, anche se è parte di un meccanismo logico universale. Scienza e sistemi metafisici restano catturati da tale meccanismo predominante; assorbono la parte nel tutto, la vita nel logos. La filosofia del vissuto esamina i motivi di questo assorbimento e lotta per impedirlo, riportando le persone alla loro irrisolta esperienza quotidiana.

Gran parte del successo pubblico e didattico di Masullo stava appunto nel rendere seducente il labirinto filosofico, dando a esso il volto familiare del quotidiano. Capisco finalmente astrusi concetti e acrobatiche aporie, li vedo operare dentro e fuori di me, imparo a elaborare i miei patemi e affronto le cose “con filosofia”. Quando si tratta di rovelli esistenziali, ce n’è per tutti; minore abbondanza c’è nella voglia e nei mezzi per farci i conti. Masullo lo sa e sprona. Il taglio socratico è evidente: «La filosofia è la vita stessa» (ivi, p. 195); la ragione «è semplicemente il modo corrente di essere dell’uomo» (ivi, p. 208). Ma al taglio socratico si aggiunge l’inquietudine moderna. Interno alla ragione, il patema assale d’improvviso e mostra la nudità pulsante di una mente ohne warum. Tale assalto non è una deviazione dal logos enylos aristotelico, la ragione universale che percorre la materia e rende la vita intelligibile. Pur accogliendo la formulazione aristotelica (ivi, p. 70), Masullo precisa che il patema non è un accidente ma la sostanza stessa della ragione umana. Il patema della ragione umana è un genitivo possessivo; la ragione soffre, gioisce, si ferisce, si cicatrizza, nei patemi estremi muore impietosamente.

Quindi non si fraintenda. La ragione patisce perché è radicata nel corpo, ma resta ragione, non corpo. Se coincidesse col corpo, sarebbe fisiologia, e i patemi sarebbero perfettamente spiegabili, come il piacere e dolore animale. Il corpo è condizione necessaria ma non sufficiente della ragione umana, la quale «è patica nella sua più profonda funzione che è il ragionare» (ivi, p. 257). È in quanto siamo razionali, in quanto cerchiamo e costruiamo ragioni, che abbiamo emozioni e non puro patire biologico: «La ragione […] anziché porci al riparo dell’emozionalità, produce il rischio di un’emozionalità più sconvolgente di quella quotidiana» (ivi, p. 209).

Masullo respinge la linea nicciana di esuberanza vitalistica; respinge pure la linea spinoziano-hegeliana di identità pensiero-essere. Piuttosto, lavora a suo modo entro il perimetro trascendentale che ha al centro la dialettica della soggettività – non dello spirito, né della vita. «La ragione non è senza le condizioni biologiche, ma non è generata da esse; la ragione è generata dalla propria intersoggettività», dice il filosofo (ivi, p. 260). L’intersoggettività è qui l’indizio di un’alterità della ragione umana rispetto alla natura; possiamo chiamare storia tale alterità. Ma sotto alla storia c’è la coscienza, la soglia logico-percettiva che media continuamente interno ed esterno, presente e passato. Mediazione vuol dire relazione, apertura intenzionale che coordina l’esperienza in un flusso continuo. Ma vuol dire anche potenziale luogo di collasso, di indistinzione tra i termini della relazione.  

Quando il patema – nelle forme estreme esemplificate dalla nausea, dalla depressione, dal dolore lancinante – irrompe, la mediazione si blocca, l’intenzionalità si contrae, la successione temporale si sospende; ogni cosa appare slogata e senza più ragione. La coscienza-passaggio diventa taglio dolente, si manifesta come malessere generalizzato: senso senza significato.

Siamo al punto estremo della solitudine del singolo. Ma l’estrema solitudine è contemporaneamente il massimo della genericità; salta ogni determinazione logica, inclusa quella che distingue-collega il singolo agli altri. Logica e vita non comunicano più; se questo accade, vuol dire che non sono il medesimo. Tale non-identità posso patirla, ma non spiegarla, cioè oggettivarla in nessi logici. E così, l’esposizione filosofica non spiega, ma addita, affinché il patema non sparisca nel silenzio o nella rete dei significati logici. È come se l’esposizione ammonisse: ricorda quella sensazione perturbante; in qualche modo, fai coraggiosamente agire quel ricordo quando torni nella rete dei significati. Lì c’è il tuo segreto biografico e il senso della ricerca filosofica più rilevante.

Probabilmente per questo la penultima giornata di corso viene dedicata al male radicale in Kant. Il male viene presentato come un patema, però è un po’ fuori contesto, una sorta di parentesi. Masullo la apre comunque, credo per sottolineare la trama morale della sua teoria. La ragione si arresta nel patema, ma magari l’azione no. Non ti posso spiegare la libertà, né come si vince il male (l’egoismo, la menzogna, l’autoinganno), ma ti posso dimostrare che la spiegazione razionale è un calcolo, deve far tornare i conti, quindi è sempre moralmente malvagia. Infatti giustifica un po’ tutto, esattamente come accade nella vita naturale. Se invece riesci a sospendere il calcolo, riesci anche a guardare il male e a impostare un diverso modo di pensare, secondo la logica del dovere e non dell’essere. L’azione buona proviene da un altro mondo, quello della ragione libera; perciò irrompe in questo mondo come qualcosa di inaudito, di doloroso per la nostra sensibilità e amor proprio. Le ultime parole del corso sembrano fare enigmaticamente eco: «La saggezza suprema sarà affidarsi alla terribilità del sublime, a un’infelicità che non è più intesa nel senso comune della parola» (ivi, p. 263).

Cosa si ricava da questa patosofia? Che in fondo Masullo ripropone una raffinata versione del pathei mathos dell’antica sapienza greca. Si deve imparare dal patire, quello dei rari momenti di piacere sublime, e quello invece ricorrente della sofferenza fisica e psichica. Intanto, la sofferenza insegna qualcosa se viene accolta e non rifuggita; accoglierla vuol dire scoprire la propria singolarità, e scoprirla vuol dire affrontare tutte le domande che sorgono dall’esistenza. Affrontare quelle domande porta a filosofare e dunque a dare ragione delle cose che faccio e della connessione necessaria che unisce il mio fare a quello altrui, sino all’orizzonte globale del mondo, ovvero dei concetti metafisico-trascendentali che cercano di articolare tale orizzonte.

Detto in forma più diretta, si tratta di tradurre in antropologia la filosofia, facendo in modo che ciascuno risvegli il filosofo che è in lui. La cattiva notizia è che il risveglio si ottiene solo accogliendo la sofferenza e lo scacco di una spiegazione razionale della vita. La buona è che si impara, si vive più consapevolmente, meno storditamente. Con operosa fede razionale si può perfino inventare una comunità di simili, di ragionanti che cercano risposte, supporto, progetti per fronteggiare insieme la sofferenza.

Aldo Masullo, I patemi della ragione. Corso di Filosofia Morale, Cronopio, Napoli 2026.

Tags     logos, patosofia
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