Prima di ogni altro amore

di FABIO DOMENICO PALUMBO

Pasolini. Il fantasma dell’Origine di Massimo Recalcati.

Teorema, Pasolini

Teorema (1968)

A cento anni dalla nascita, il “fantasma” di Pasolini continua a interrogare le nostre coscienze, certo. Ma ciò che sembra volerci dire Massimo Recalcati in un breve saggio sulla sua figura recentemente edito da Feltrinelli è che il poeta non ha smesso di interpellare il nostro inconscio collettivo ipermoderno. A dire il vero, l’ordine del discorso contemporaneo è attraversato dalle stesse contraddizioni che hanno lacerato Pasolini in vita, e che Recalcati individua nelle antitesi tra «storia e natura, pensiero critico e pulsione» (Recalcati 2022, p. 11), generosità e voracità libidinale, introversione e divismo. Si vede bene come sia impossibile operare una sintesi, poiché a conti fatti Pasolini è stato feroce critico dello stesso godimento compulsivo cui indulgeva. Questa “antinomia” psico-politica trova le proprie radici nell’individualità di Pasolini e allo stesso tempo è indice dello spirito dialettico del suo pensiero e della sua arte. È qui che va scandagliato il retroterra filosofico e morale della nostalgia pasoliniana per l’Origine.

Recalcati ricostruisce così una genealogia che giustamente parte dal progetto russoviano di Émile ou De l’éducation: la storia come malattia capace di corrompere la “natura buona”, la ragione calcolante come dispositivo anti-vita. Questa dispersione della sacralità del vivente ad opera delle forze spoetizzanti del processo storico conduce Pasolini sulla via che porta ai Sud del mondo, sulle orme di Nietzsche, Rimbaud e Van Gogh, alla ricerca impossibile di un fantasma originario incorruttibile e intangibile.

Sembra di sentire qui anche gli echi della “vicinanza all’origine” di Hölderlin, per cui il percorso del viandante è pervaso dall’ansia del ritorno. La scissione pasoliniana si consuma dunque tra «la trascendenza di un desiderio che lo spinge incessantemente e disperatamente in avanti […] e il rimpianto struggente e melanconico nei confronti di questa perdita irreversibile dell’Origine» (ivi, pp. 13-14). Il godimento mortifero risospinge verso la Cosa, verso «l’animale che mi porto dentro». È la crepa esistenziale che Pasolini affronta nel suo contraddittorio con le dinamiche sessantottine e che trova spazio, tra l’altro, negli articoli degli Scritti corsari, originariamente apparsi sul “Corriere della Sera” e su altri quotidiani mainstream nei primi anni settanta. Pasolini individua nella stagione sessantottina il cortocircuito tra mondo dei consumi e società contadina, che porta all’«Apparizione» di una nuova forma di vita (Pasolini 1977a, p. 6). L’affrancamento dei giovani dall’articolazione tradizionale del desiderio a vantaggio di un godimento macchinico e senza freni genera in Pasolini accenti dolenti, come quelli esposti nell’articolo Contro i capelli lunghi del 7 gennaio 1973. Qui il discorso pasoliniano si fa insieme biopolitico e psicoanalitico. Il desiderio sessantottino finisce per essere assoggettato al discorso del capitalista, in quanto «si sgancia dall’Altro per farsi illimitato, compulsivo e, in ultima analisi, non umano, macchinico. La mutazione antropologica trasforma una creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio in una macchina desiderante: è il “consumismo” generalizzato» (Ronchi 2015, p. 27).

In termini lacaniani, non assistiamo nei “capelloni” a una ribellione isterica al discorso del padrone, ma all’iscrizione sul corpo desiderante del discorso del Grande Altro presentato sotto forma di “moda culturale” (il tratto uniformante e omologante del “portare i capelli lunghi”). Non si tratta più, secondo Pasolini, di disubbidienza al codice simbolico – alla norma dei Padri –, ma di venire modellati dal carattere “osceno” e totalmente affermativo della cultura dominante in termini di relazione tra corpi e desideri. Il corpo non parla più la lingua del desiderio come mancanza, ma si fa parlare dal linguaggio del Potere. È lo stesso rischio cui si espone il pensiero deleuziano delle macchine desideranti, ossia quello di ricadere nella logica di produzione-consumo del capitalismo. Differentemente da altri grandi interpreti del sessantotto quali Gilles Deleuze e Jean-Paul Sartre, Pasolini legge infatti la contestazione giovanile come un gigantesco episodio di «rimozione del linguaggio del corpo […] che ha finito per oscurare le ragioni antropologicamente sovversive […] del corpo stesso» (Recalcati 2022, p. 17). Il sistema, in altre parole, ha orientato la mutazione antropologica del secondo dopoguerra nel verso della mercificazione dell’immagine corporea, del godimento “animalizzante” preconizzato da Alexandre Kojève.

Quello che disturba l’inconscio tardo-capitalistico a proposito dei padri, non è la loro supposta autorità – ormai fortunatamente evaporata –, ma l’accettazione della loro fragilità, della perdita che fa da sfondo all’orizzonte dei nostri desideri. È la lezione de La strada di Cormac McCarthy. Dicevamo del côté psicoanalitico. L’impressione finale di questo fulminante saggio, è che Recalcati tratteggi la costellazione edipica di Pier Paolo Pasolini attraverso il confronto con il fantasma delle due figure genitoriali, mettendole in relazione con le coordinate storico-politiche e antropologico-culturali in cui si muove l’opera del poeta friulano.

Ne Le ceneri di Gramsci, ad esempio, il rapporto con un padre simbolico (Gramsci, appunto) diventa emblematico dell’inconciliabilità tra natura e storia in Pasolini: della «vita proletaria», lo attrae «la sua natura, non la sua coscienza» (Pasolini 1976a, p. 71). È l’immagine di Alì dagli occhi azzurri, venuto a insegnarci la gioia di vivere e a inventare un comunismo “altro”, paradossalmente anti-dialettico. Qui l’evaporazione del simbolico conduce tra le braccia di un tempo “prelapsario”, prima della caduta tra le maglie della storia. Pasolini sembra voler oltrepassare l’avversato orizzonte patriarcale, non sfociando nella jouissance perversa, ma nel godimento originario dell’Uno materno. È l’umanità dei Comizi d’amore di metà anni sessanta, dove il Pasolini regista e antropologo racconta l’innocenza perduta dell’Italia del boom economico soggetta al processo di omologazione culturale borghese: «Il fantasma fondamentale di Pasolini è che la natura e il popolo coincidano con il Bene; che il Bene sia l’Origine incontaminata, priva di storia, della vita» (Recalcati 2022, p. 22).

Comizi d'amore, Pasolini

Comizi d’amore (1964)

Vanno qui fatte però una serie di precisazioni – di avvertenze –, onde evitare una lettura regressiva o conservatrice dell’opera e della militanza pasoliniane. Avvertenze che sono poi il cuore della lettura recalcatiana del fantasma pasoliniano. In primo luogo, Pasolini ha bene in mente come il declino del Nome del padre non possa tradursi né nel rimpianto fascistoide-paranoico dell’autorità né nel mito “matriarcale” della ricongiunzione con la Cosa originaria. Piuttosto, si tratta di pensare a una nuova filiazione, generativa e vitale. Anche perché, se fin qui abbiamo evidenziato la versione “nostalgica” del desiderio pasoliniano, è chiaro come la bulimia senza desiderio, al di là del piacere, del mondo ipermoderno sia la cifra della contraddizione che attraversa il poeta. Venire al mondo, la “gettatezza” dell’orizzonte storico, è per la psicoanalisi di matrice kleiniana una sorta di caduta all’inferno, in una casa infestata da relazioni fantasmatiche. Per Pasolini, questo distacco dal materno, dall’Origine, dalla radice atavica, assume accenti sacrali e mitologici ne La religione del mio tempo: «Il mistero contadino», calato nelle profondità pulsionali di «gola, cuore e ventre», rappresenta la misura del «più bel tempo umano», in cui dare «a Cristo tutta la mia ingenuità e il mio sangue» (Pasolini 1976b, pp 77-78).

È qui evidente come la poesia, trasmutando la dualità “natura e storia” in un orizzonte mitico, prenda atto dell’impossibilità di ridurre l’umano all’una o all’altra. La vita è già da sempre segnata dalla separazione, dal buco nella trama del Reale. E se per Pasolini la caduta non è il prologo di una rinascita in un quadro soteriologico, è comunque all’uomo paolino e alla sua versione del desiderio che veniamo richiamati dalla lettura di una lettera del poeta datata 27 dicembre e indirizzata al suo amico don Giovanni Rossi: «Sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via» (Pasolini 2021, pp. 1297-1298). Cadere e ricadere non è per Pasolini, come per Saul/Paolo, tempo di conversione, ma ripetizione del trauma ad opera della pulsione di morte. Attraverso questo tratto esistenziale, ci riallacciamo, infine, al senso della mutazione antropologica denunciata da Pasolini: l’orizzonte dell’Italia in cui scrive è quello di un Paese che, come magistralmente messo in scena da Ascanio Celestini nel suo Museo Pasolini, non si è mai lasciato alle spalle il fascismo. Non il fascismo superficiale – epidermico –, di Mussolini o dei suoi epigoni nell’Italia repubblicana e nella stagione democristiana, ma il “Nuovo fascismo” del mondo ipermoderno, che non reprime la vita attraverso l’autorità simbolica, ma mediante la perversione dei desideri.

Paradossalmente, tutto è concesso, ma l’imposizione consumistica e superegoica del godimento diventa un «fascismo dell’amore e della fantasia»: “Godi!”, al di là del principio di piacere, è un imperativo che oblitera l’Altro, lo fa scomparire nella ricerca edonistica e masturbatoria di una soddisfazione tutta chiusa nell’Io o nell’Uno. La rivoluzione sessantottina – è questa la drammatica profezia di Pasolini –, poiché priva di un’apertura sulla relazione, sull’alterità, sulla comunanza, è diventata reazione piccolo-borghese, consumeristica e individualistica. A conti fatti, Pasolini ha affrontato, mettendo in gioco il suo corpo e il suo destino, i tre spettri della Cosa. In primis, quello materno, originario, “schizofrenico” del ritorno all’utero, della Supplica a mia madre: «Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu /sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù» (Pasolini 1976c, p. 25). Dall’impossibilità di portare a termine il lavoro del tutto per la Cosa perduta, Pasolini contrae una malinconia inguaribile, ben sapendo che l’oggetto perduto non si può né ritrovare né abbandonare.

L’altro fantasma è quello “perverso”, rapace, il consumo vorace della sessualità, ripetitivo, mortifero, sganciato dal desiderio. Così scrive Pasolini in un altro componimento da Poesia in forma di rosa: «[…] Arde / in me solo la carne. […] / E mille volte questo atto è da ripetere: / perché, non ripeterlo, significa provare / la morte come un dolore frenetico […]» (ivi, pp. 33-35). È ancora possibile – anzi, indispensabile, per non morire di una “triste rinuncia” – godere, ma l’amore resta disperatamente perduto. Resta solo, come in Petrolio, la passione verso «corpi di giovani senza nome, confusi nella notte, coinvolti dal protagonista in rapporti sessuali senza amore» (Recalcati 2022, p. 43). Il non poter fare Uno di Due frantuma il desiderio in mille pezzi e lo disperde nell’erranza di una sessualità esiliata dall’amore. È qui che il fantasma di Pasolini assume fattezze simili a quelle del mondo ipermoderno contro cui pure egli si scaglia polemicamente.

Non ci soffermeremo ulteriormente sul terzo fantasma, di cui si è già detto: l’Uno fascista-paranoide, quello dell’autorità paterna evaporata, di cui Pasolini non ha mai avuto nostalgia e per cui non prova nessuna simpatia. È questo fantasma dissolto che però ci offre il destro per completare la costellazione (pre-edipica, edipica, anedipica?) pasoliniana con l’apertura desiderante verso la filiazione. È il gesto di Teorema, film uscito non a caso nel ’68, in cui la risposta all’eccesso mortifero del godimento macchinico arriva dalla possibilità dell’evento, dell’incontro con l’ospite silenzioso, vissuto come tyche che riscuote dal torpore di una vita routinaria e insensata. In Teorema, l’ospite, lo xenos, non proviene da un mondo mitico, ma dallo stesso milieu borghese della famiglia che lo accoglie: è l’alterità che ci abita, la nostra estimità, la divisione interna al soggetto, la funzione capace di liberare il desiderio, attraverso l’incontro con la verità dell’evento (in un senso non dissimile da quello inteso da Badiou). Liberare il desiderio non tanto dal retaggio patriarcale ormai rivelatosi nella sua inconsistenza, ma dalle nuove catene macchiniche, dall’imposizione di un godimento acefalo sganciato dall’amore e dalla bellezza.

È l’eccedenza che trascende l’eccesso, la routine del godimento vuoto e ordinario, per aprirci allo straordinario, a un’altra vita in cui «non si cede sul proprio desiderio». È qui che si fa più forte il nesso tra desiderio e vita, per cui «la dimensione religiosa del mondo, il miracolo continuo del suo evento» (Recalcati 2022, p. 51) sono da ritrovarsi nelle «rose che fioriscono senza perché» di Silesio o negli «uccelli del cielo» e nei «gigli del campo» del vangelo di Matteo (e qui il pensiero va ovviamente al film pasoliniano del 1964, espressione del suo “cristianesimo ateo”). È interessante come questa opzione esistenziale venga tradotta sul piano politico e comunitario secondo un afflato rivoluzionario interamente coerente con questa nuova “religione del desiderio”. Ne Il Pci ai giovani!, smascherando, in occasione della battaglia di Valle Giulia, l’affinità dei “figli della borghesia” con le logiche del tecno-fascismo e mostrandosi simpatetico verso i poliziotti “figli di poveri”, Pasolini non intende ammonire o fare la paternale ai sessantottini: essi hanno ragione, i padri sono vuoti e marci, ma perché i figli non ricadano nella versione ipermoderna della trappola fascista che ha irretito i padri, è necessario che prendano davvero in mano la situazione – che occupino le sedi del PCI, tanto per cominciare!

Così il suo urlo, «[…] Andate, andate / ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!» (Pasolini 1977b, p. 155), è un invito a “trasumanar e organizzar”, a fare un uso creativo delle istituzioni, a spogliarle del tratto burocratico e tecnocratico e restituirle alla loro funzione vivificante nei confronti della comunità. Sembra qui di sentire toni affini a quelli del Deleuze di Istinti e istituzioni, alla possibilità di tradurre “potere” non come sostantivo ma come verbo, come “poter fare”, recuperando «il carattere “commovente” e “misterioso” […] dell’istituzione» (Recalcati 2022, p. 61). Viene qui in mente l’opera di Mimmo Lucano come sindaco del Comune di Riace – anche quello un modo “altro” di essere padri. Nell’epoca in cui non cessano di tramontare le fedi e di affievolirsi le speranze, trovare una nuova alba dentro l’imbrunire richiede non solo la fede e la speranza nella rivoluzione, ma anche la paziente opera dell’amore.

Vangelo, Pasolini

Il Vangelo secondo Matteo (1964)

Riferimenti bibliografici
P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 1976a.
Id., La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1976b.
Id., Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano 1976c.
Id., Il “discorso” dei capelli, in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1977a.
Id., Empirismo eretico, Garzanti, Milano 1977b.
Id., Le lettere, a cura di A. Giordano e N. Naldini, Garzanti, Milano 2021.
R. Ronchi, Gilles Deleuze. Credere nel reale, Feltrinelli, Milano 2015.

Massimo Recalcati, Pasolini. Il fantasma dell’Origine, Feltrinelli, Milano 2022.

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