Il colore della mediazione

di ALMA MILETO

Parigi, 13Arr. di Jacques Audiard.

L’occhio di Jacques Audiard indugia sulle imponenti facciate dei grattacieli del quartiere Olympiades – Paris, 13ème arrondissement. Il bianco e nero che sceglie per la sua pellicola (oltre a riprendere quello dei graphic novel di Adrian Tomine da cui origina) sovrappone ai nostri occhi centinaia di finestre e di balconi tutti uguali, un’enorme costruzione di lego in scala di grigi su cui sembra impossibile operare un discernimento. Lo stesso fattore quantitativo sottolineato da un colore che non c’è e che ostacola un atto di individuazione da parte di chi osserva si ripresenta qualche minuto dopo, all’interno del grande supermercato in cui Émilie fa la spesa ogni sera, prima di tornare a casa. Migliaia di confezioni e di barattoli disposti sugli scaffali che sfuggono ad un profilo singolare schermandosi in un insieme collettivo che li riduce ad ingranaggi di un’unica catena.

Fin dalle prime inquadrature l’intenzione del film sembra essere una: riprodurre una realtà schermata al cospetto di figure umane che hanno difficoltà a squarciare il velo sotto il quale essa si nasconde, giocando dolorosamente a schermarsi a loro volta per accedervi in modo non diretto – diciamolo sin da subito, mediato. Che si tratti di una fila di conserve di pomodoro o di un palazzone bucherellato da rettangoli tutti uguali la percezione è che il mondo reale si celi al nostro sguardo (e a quello dei personaggi) negandogli un potere di scelta che non può che nascere da una condizione differenziale. La cinepresa dopo qualche minuto sembra cavarci momentaneamente d’impaccio, decidendo di ritagliare nell’amalgama senza contorni delle vite altrui una cornice ristretta ad un solo piano di un palazzo, poi ad una sola finestra, irrompendo nell’intimità di una giovane nuda che canta dopo aver goduto dell’unione con un ragazzo ancora sconosciuto, Camille. Audiard compie una scelta: buca per la prima volta il reale in favore di una singola storia. Starà di qui in poi ai suoi personaggi tentare di fare altrettanto.

I protagonisti sono ragazzi sulla soglia dei trent’anni – nello specifico tre, riproponendo la triangolazione asimmetrica vincente dei grandi film della Nouvelle Vague: Émilie, una ragazza di origini cinesi ex-studentessa di Sciences Po costretta al lavoro frustrante di centralinista e poi di cameriera; Camille, l’attraente giovane africano che si presenta alla sua porta proponendosi come coloc, dottorando in corsa per l’“Aggreg” come insegnante di lingua francese e che cerca di guadagnare qualcosa improvvisandosi agente immobiliare; Nora, appena arrivata a Parigi piena di illusioni e pronta a seguire il suo Corso di Criminologia alla Sorbonne.

Ognuno di loro – in un intreccio di vite che li porta ad incontrarsi due a due o, in qualche raro momento del racconto, a coesistere su un solo piano di rappresentazione – porta su di sé i segni dell’incapacità rispetto a quella perforazione del reale richiesta al fine di rompere gli argini della propria paralisi. Émilie, abituata già solo nella vita professionale a frapporre tra sé e il mondo una cornetta – attraverso cui non si fa scrupoli ad appellarsi ai suoi interlocutori attribuendogli dei nomi inventati (come “Plick et Pluck”, i figli di una donna a cui cerca di vendere i prodotti dell’azienda), tanto per compiere un ulteriore scarto di distanziamento dalla realtà – anche nella vita quotidiana trascorre le proprie giornate con inerzia, tra incontri sessuali stabiliti per lei dai match di Tinder (non viene chiamato così nel film ma si tratta chiaramente del social ormai a tutti noto) e altri escamotage per evitare il contatto con il reale, come l’ingaggio della nuova coinquilina per andare a trovare la nonna malata di Alzheimer al suo posto (perché è troppo doloroso constatare in prima persona che la donna abbia perso la memoria anche dei suoi cari). Solo nel rapporto con Camille, con il quale ha una relazione sessuale di pochi giorni prima che lui decida di virarla verso una meno compromettente amicizia, sembra racimolare il coraggio di una scelta che buchi l’orizzonte nebuloso delle sue azioni. E tuttavia anche in questo caso indugia, alzando tra sé e il ragazzo una cortina ben tradotta simbolicamente da Audiard nella pellicola di cellofan con la quale si avvolge il ventre per dimagrire impedendo al ragazzo di arrivare immediatamente alla sua intimità.

Dal canto suo anche Camille, orfano di madre a causa di una malattia improvvisa che ancora lo traumatizza e fratello di una ragazza timida e balbuziente che tenta di difendere dal mondo – vale a dire da una qualsiasi scelta, come quella della ragazza di volersi cimentare nella stand up comedy –, fugge qualsiasi gestione arbitraria della propria esistenza: vaga nel “bianco e nero” del quartiere parigino senza curarsi del fatto che nessun colore in particolare sembra emergere; si chiude in un’agenzia immobiliare sfuggendo al suo vero scopo di vita; rimanda l’amore con Émilie perché ne ha paura e preferisce sobbarcarsi di una responsabilità sentimentale nei confronti di Nora, la cui costante fuga da lui gli permette di fatto di rimanere al di qua dello schermo che si è costruito.

È Nora, tuttavia, il personaggio chiave del racconto di Audiard. La ragazza cerca di fare conoscenza con le colleghe universitarie che sembrano non vederla, ed ecco che decide allora di farsi vedere altrimenti, per come non è. Lo schermo, il medium che le permette di avvicinare la realtà senza incappare nelle sue verità, è in questo caso una parrucca bionda con la quale si presenta ad una festa e fa sì che venga scambiata per una pornostar famosa sul web, Amber Sweet. Lo scambio è naturalmente involontario, ma le procura uno scherno tale da parte dei compagni da spingerla a lasciare l’università e a cominciare a lavorare nell’agenzia di Camille. Il ragazzo cerca anche con lei, come aveva fatto con Émilie, quella “fase attrazionale” destinata ad essere bruciata in poco tempo in modo da non mettere alcuna radice. Nora però si sottrae alle sue avances e, anche quando cede, si preclude l’orgasmo e si proietta al di fuori del rapporto fisico, verso qualcosa d’altro.

Questo altro non è che uno schermo, quello attraverso cui comincia ad incontrare la pornostar a cui le dicono di assomigliare e che vuole cominciare a conoscere, pagando le sedute solo per chiacchierare qualche minuto, confrontarsi, confessarsi le proprie paure. Il servizio erotico – che d’altra parte rimane tale nelle movenze della prostituta, che non abbandona le posizioni discinte e la semi-nudità nel dialogo con l’altra donna – diventa per Nora l’unica possibilità di abbandonarsi alla conoscenza di qualcuno lontano dal suo corpo e dunque tutto sommato innocuo, con il quale può addormentarsi lasciando acceso uno schermo che inesorabilmente la separa e la protegge dal pericolo.

Non è un caso che la prima volta che Amber Sweet compare nel film Audiard scelga di mostrarcela (unico momento in tutta la pellicola) a colori. Come a dire: l’unica scelta che operiamo in questo mondo schermato può essere quella del medium. L’unico colore che affiora dal bianco e nero viene veicolato da un dispositivo in grado di togliere l’oggetto che desideriamo dall’indistinto per restituircelo tuttavia attutito da una mediazione. Sopportiamo i colori soltanto se qualcuno li media per noi. E difatti quando Nora incontra finalmente la pornostar dal vivo e le dà un nome, Louise, sviene, non reggendo a primo impatto la portata della realtà.

Nello scioglimento dei due rapporti, quello sopracitato così come quello tra Émilie e Camille, che infine si ritrovano, la vitalità che sembra finalmente riuscire ad essere sprigionata dai personaggi rimane avvinghiata ad un’imprescindibile mediatezza. La visione di Audiard ha anzi forse in primo luogo il pregio di acquietarsi all’idea che queste due dimensioni non possano in età contemporanea che essere congiunte. Così, anche quel “je t’aime” che faticava ad arrivare non può che essere sussurrato attraverso un citofono, senza arrischiarsi ad aspettare qualche piano di scale per guardare in faccia la realtà.

Parigi, 13Arr. Regia: Jacques Audiard; sceneggiatura: Céline Sciamma, Léa Mysius, Jacques Audiard; fotografia: Paul Guilhaume; montaggio: Juliette Welfling; musiche: Rone; interpreti: Lucie Zhang, Makita Samba, Noémie Merlant, Jehnny Beth, Camille Léon-Fucien, Océane Cairaty; produzione: Page 114, France 2 Cinéma; distribuzione: Europictures, Virtuose Pictures; origine: Francia; durata: 106′; anno: 2021.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.