La fine del Mistico

di ALESSIO SCARLATO

Paradiso e naufragio di Massimo Cacciari.

I turbamenti del giovane Törless

I turbamenti del giovane Törless (Schlöndorff, 1966)

«La storia di questo romanzo viene a dire che la storia che in esso si dovrebbe raccontare non viene raccontata», così annotava Musil nel 1932. L’uomo senza qualità è, tra le opere-mondo del primo Novecento, da Joyce a Kafka, da Proust a Mann, quella che si segnala per un’incompiutezza costitutiva che appare inaggirabile. Come noto, Musil vi ha lavorato per un trentennio, fino alla morte improvvisa nel 1942. Ha dato alle stampe un primo volume nel 1930, incentrato sul primo grande nucleo narrativo, quello dell’Azione parallela, ossia l’organizzazione dei festeggiamenti, previsti per il dicembre 1918, dedicati al settantesimo anniversario dell’ascesa al trono di Francesco Giuseppe, in “parallelo” con quelli previsti in Germania per i 30 anni dell’insediamento al trono di Gugliemo II. Pressato da questioni economiche, Musil si decide a pubblicare nel 1933 un secondo volume, incentrato su un secondo grande nucleo narrativo, gravitante attorno alla relazione tra il protagonista Ulrich e la sorella dimenticata Agathe, contrassegnato con il titolo Verso il Regno Millenario.

Il volume si interrompe al capitolo 38, senza una vera conclusione narrativa. Dalla morte dello scrittore, sono stati pubblicati capitoli inediti, bozze, appunti, stesure precedenti, che hanno sempre più complicato la possibilità di pensare all’Uomo senza qualità come una totalità. Alcuni arbitri filologici (la prima edizione Frisé, del 1952) o scelte fortemente orientate, per quanto apparentemente neutrali (l’edizione inglese di Wilkins e Kaiser del 1962, che proponeva come ideale conclusione i 14 capitoli preparati dalla moglie di Musil per un’edizione del 1943) hanno condizionato la ricezione dell’Uomo senza qualità, indirizzando la critica nella lettura del Mistico come il problema verso cui organizzare teleologicamente il materiale magmatico del libro. A partire da una nuova edizione Frisé del 1978, sempre più le edizioni critiche si sono orientate invece nell’offrire al lettore la possibilità di ricostruire il carattere in progress dell’opera. Questo orientamento ci chiede di immaginare l’Uomo senza qualità non come opera da racchiudere in un libro cartaceo, ma come un ipertesto digitale, come un archivio di possibilità, come difatti sostiene il progetto di ricerca guidato dall’Institut Robert Musil dell’Università di Klagenfurt.

Massimo Cacciari, con Paradiso e naufragio. Saggio sull’Uomo senza qualità di Musil, rielabora uno studio apparso nel 2003 sul quinto volume dell’opera collettanea curata da Franco Moretti, Il romanzo. L’anno d’ideazione, prossimo a quello di una delle sue opere teoretiche fondamentali, Della cosa ultima, e il contesto ideativo originario, quello di una raccolta di lezioni dedicate al “piacere” che nasce dal corpo a corpo critico con alcuni grandi romanzi, dall’Asino d’oro a Cent’anni di solitudine, ne chiariscono l’orizzonte. La complessità di risonanze poetiche, filosofiche, scientifiche, musicali che anima l’impresa musiliana, pur spesso richiamata, rimane sullo sfondo di questo studio, ma era del resto già stata oggetto di indagine in Dallo Steinhof, il saggio con cui Cacciari nel 1980 aveva iniziato a declinare in chiave filosofico-teologica la propria ricerca sulla tradizione del pensiero negativo, da Nietzsche alla cultura mitteleuropea. Rispetto al problema filologico ricordato in apertura, la posizione di Cacciari è netta. Pur consapevole del dibattito intorno alla chiusura dell’opera, per Cacciari già nella prima parte del romanzo, quella sull’Azione parallela, dominata dal disincanto e dall’ironia, si possono cogliere i motivi costitutivi del naufragio dell’itinerario ascetico verso i «mondi del sentimento».

Il principio ontologico che regge l’Uomo senza qualità, in assonanza con il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, è riducibile a una formula: tutto è caso. Non esistono misteri, se non che qualcosa accada. Questa casualità richiede esattezza statistica, ma questo disincanto va coniugato con il senso del possibile: il dato di fatto è qualcosa che sarebbe potuto non accadere e va inteso come una sorta di esperimento provvisorio. Ulrich, l’uomo senza qualità, non è alla ricerca di nessi causali-deterministici, ma attraversa la realtà come un possibile, retta da un principio di ragion insufficiente. In assenza di un sistema-Legge che regga il mondo, l’uomo senza qualità mantiene quel senso dell’esattezza rispetto al frammento di esperienza, che non ha nessuna totalità da ricomporre, cercando la via stretta tra l’apologia di un mondo ridotto a calcolabile, a immagine tecnica, e il rifiuto di tale riduzione nichilistica, in nome di una Kultur (classicista, romantica, rivoluzionaria) che dovrebbe riconsegnarci all’utopia di un mondo-in-comune. Il saggismo sarà perciò la forma gnoseologica con la quale provare a rendere giustizia agli innumerevoli incontri che il caso concede.

Da questa premessa ontologica, si articola il quadro politico da tardo impero: una fenomenologia della vita offesa e infelice, ossia l’interminabile chiacchiera con la quale le visioni del mondo si fronteggiano e si rispondono. Cacciari distingue due tipologie: quella dei cosiddetti realisti, che disconoscono la realtà del possibile, e i fanatici che rivendicano i valori dell’anima, di contro al disincanto dell’intelletto, scivolando così nel fanatismo, in quanto il fanatismo impedisce di dar forma, di “edificare” i propri ideali. Il romanzo gioca musicalmente con le assonanze impreviste che si realizzano tra queste visioni del mondo. Su alcune di queste vite offese, Cacciari indugia: su Arnheim, il volto cattolico-romano dello spirito del capitalismo, emblema di una classe media “spiritualizzata”; su Moosbrugger, il criminale che esprime il fanatismo di una vita vissuta dionisiacamente, senza l’equilibrio rappresentato dalla tensione con la chiarezza apollinea; su Walter, l’amico di Ulrich mosso dal “risentimento”, per il quale l’apertura al possibile dell’uomo senza qualità si fa vuoto nichilistico, incapacità di ironizzare sull’entusiasmo delirante dei fanatici e sul realismo dei conservatori.

Lettera da una sconosciuta,

Lettera da una sconosciuta (Ophüls, 1948)

È possibile uscire da questa chiacchiera interminabile? Vi è una dimensione spirituale, al di là dell’orizzonte logico-psicologico dell’Azione parallela, che era giocato invece sulla capacità di sottoporre le dinamiche dell’anima all’esattezza delle scienze statistiche? Su questo si gioca la scommessa teorica di Paradiso e naufragio. Cacciari insiste più volte che il secondo grande nucleo, quello gravitante attorno ai dialoghi sacri tra Ulrich e la sorella Agathe, non va inteso né come capovolgimento né come superamento (dialettico) dell’Azione parallela. L’ironia nichilista fa segno a una meta, a un viaggio in Paradiso, come si chiamava un capitolo tra i più conosciuti, pur se appartenente a una bozza degli anni venti, quando il personaggio di Ulrich ancora si chiamava Anders. Il Mistico non è perciò conclusione teleologica, ma un possibile che si annida tra le maglie di quel mondo, sottoposto al disincanto del saggismo. Il momento estatico dell’unione mistica di distinti, dell’altro stato, come era raccontato in quel viaggio in Paradiso, è subito inghiottita dalla trama del dicibile, dal continuum temporale. Nessun idioma può corrispondere alla chiarezza illuminante che, per un istante, ha collassato quel continuum; può soltanto alludervi analogicamente. Che cosa sia l’analogia, Musil lo spiega nel suo Discorso in onore di Rilke del 1927 (Musil 1995). Lì dove nella metafora le proprietà di una cosa servono a designarne un’altra, a rimandare all’altro da sé, nell’analogia le proprietà di una cosa permettono di riconoscere l’implicazione di tutto in tutto.

Se il saggismo fa propria l’inquietudine della metafora, esprimendo così il tragicomico che caratterizza la forma-romanzo, l’analogia allude a quell’intuizione mistica per cui l’Altro non è soltanto detto, ma il soggetto si fa uno con la cosa, pur rimanendo sé stesso, pur rimanendo distinto. Quello di cui va in cerca Ulrich sarebbe non un’estasi delirante, del tipo del suo doppio-Moosbrugger, né di un’estasi inaridente, finalizzata a “svuotare” l’Io, ma di una forma di lucida attenzione, di una concentrazione che consenta di riguardare la “cosa dal suo interno”, senza pretendere di oltrepassare la realtà. Se il saggismo arriva ai limiti del linguaggio, ossia a riconoscere la differenza tra l’io logico-matematico e l’io mistico, il Regno millenario verso cui sono in viaggio i due gemelli-amanti però non può essere progettato-previsto, sia pure al culmine di un’ascesi iniziatica. Quel Regno è evento, è puro dono. Ma in questo modo, l’ironia simpatetica dei dialoghi sacri tra Ulrich e Agathe appare ricondotta all’ironia critico-saggistica che animava nell’Azione parallela la decostruzione di qualsiasi visione del mondo.

Questa l’aporia che chiude, attraverso continue variazioni, l’Uomo senza qualità: non lo scacco di non poter rappresentare il contatto con la cosa, di non poter dire il Silenzio, ma il tentativo ininterrotto da parte dei due amanti di ricordare quell’esperienza estatica, quel dono, che li aveva sorpresi. Questa l’aporia che ci permette di leggere l’Uomo senza qualità come un grandioso tentativo che, secondo i modi del neoplatonismo, prova a ribaltare dall’interno il nichilismo contemporaneo. E lì dove il neoplatonismo ci dà gli strumenti per decostruire l’inautenticità di ogni “visione del mondo”, di ogni riduzione sostanzialistica delle ideologie, al contempo esibisce la nostalgia per un’Unità superna, libera dal condizionamento e dagli equivoci di ogni mondo-in-comune. L’Io è destituito delle sue pretese logocentriche, tramite le quali il Noi della comunità si fa riflesso speculare della sua volontà di potenza: non vi è società nella quale rientrare, al termine di un processo di formazione, come era invece nella tradizione del grande romanzo ottocentesco: non vi è integrazione tra individuo e mondo-in-comune. Permane però nel saggismo musiliano lo sforzo di farsi padrone dei linguaggi della tecnica, di subordinarli al processo di edificazione dell’individuo, come mostra in modo esemplare proprio l’apertura del romanzo, dove la descrizione tecno-scientifica del contesto spazio-temporale è alla fine compresa tramite il filtro del linguaggio ordinario: «Era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913» (Moretti 1994, pp. 190-199). Ma in nome di questo sforzo, pur avendo svuotato di senso la sfera pubblica (la chiacchiera dell’Azione parallela), si continua a provarne nostalgia, pur nella forma indiretta della dimensione del Mistico. L’Io, pur ricondotto alla dimensione originaria di un universo prospettico, fatto di infinite possibilità, si fa appunto senza qualità. Voce senza corpo.

Quanto mai comprensibile, soprattutto nell’epoca del collasso delle grandi narrazioni e delle ideologie che le sostenevano, il fascino che può aver esercitato l’Uomo senza qualità. L’opera di Musil permette di immaginare, anche dopo il collasso novecentesco dell’Europa e della sua cultura, una qualche forma di esperienza di cui si possa far portatore l’erede attuale dell’intellettuale illuminista, pensato ancora come “padrone” dei discorsi che si articolano nello spazio pubblico. Ma, almeno per chi scrive, più convincente appare la strada percorsa dall’opera-mondo che più di tutte si pone agli antipodi: l’Ulisse di Joyce. Nessuna nostalgia in Joyce per la perduta sfera pubblica, nella quale la razionalità dovrebbe permettere di ricondurre a unità i vari linguaggi della tecnica. Ad attraversarli una voce e un corpo, Bloom, che non dovrà imparare l’attenzione paralizzante dell’intellettuale Ulrich, ma quella capacità di vedere e non vedere, quella capacità di distrarsi, con la quale l’uomo della metropoli si apre al mondo.

I 400 colpi

I 400 colpi (Truffaut, 1959)

Riferimenti bibliografici
M. Cacciari, Dallo Steinhof. Prospettive viennesi del primo Novecento, Adelphi, Milano 1980.
Id., Della cosa ultima, Adelphi, Milano 2004.
F. Moretti, Opere Mondo. Saggio sulla forma epica dal Faust a Cent’anni di solitudine, Torino 1994.
F. Moretti, P.V. Mengaldo, E. Franco, a cura di, Il romanzo. Lezioni, Einaudi, Torino 2003.
R. Musil, Saggi e lettere, Einaudi, Torino 1995.
Id., L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino 1996.

Massimo Cacciari, Paradiso e naufragio. Saggio sull’Uomo senza qualità di Musil, Einaudi, Torino 2022.

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