Sopravvivere alla teledipendenza

di MASSIMILIANO COVIELLO

Paquita Salas di Javier Calvo e Javier Ambrossi.

Se riuscite a sopravvivere ai “Consigliati per te”, “Continua a guardare” e “Perché hai visto” con cui Netflix costruisce il suo simulacro di utente, tentando continuamente di scalzare gli spettatori dalla poltrona, allora potreste imbattervi in qualcosa di inatteso. Potrebbero essere necessarie prolungate sessioni di browsing lungo e tra le row, affaticanti letture delle schede contenuto e visioni di soli trailer – facendo attenzione al pericolo della riproduzione automatica e potenzialmente infinita. Oppure, approfittando dei consigli degli amici o delle vostre riviste di riferimento, potreste essere travolti dalla tentazione di cliccare sulla piccola icona della lente di ingrandimento per provare a esplorare il catalogo. Sappiate però che, una volta intrapresa la ricerca, l’interfaccia troverà sempre il modo di suggerirvi qualcosa al posto di qualcos’altro, creando un nuovo contenitore per liste pressoché simili di film e serie tv. Insomma se riuscite ad arrivare al termine di queste peregrinazioni nei meandri di Netflix, tutti i vostri sforzi saranno ripagati dallo sguardo sorridente di una donna paffuta dai capelli biondi che vi interpella. Finalmente vi siete imbattuti nel poster di Paquita Salas (2016-in corso). Ovviamente tutto sarebbe stato più semplice se la vostra dieta di streaming fosse ricca di contenuti prodotti in Spagna o nei paesi latinoamericani: in tal caso, la stessa interfaccia rischierebbe, attraverso gli algoritmi di profilazione, di suggerirvi questa serie tv.

Frutto dell’estro creativo di due talenti come Javier Calvo e Javier Ambrossi, capaci di districarsi con disinvoltura tra teatro, cinema e televisione, la serie tv ha un interessante sviluppo produttivo e distributivo. Il contesto primigenio del progetto dei “los Javis” – è questo il nome con cui la coppia di autori è anche nota al pubblico spagnolo – è il web, con la sua logica distributiva orizzontale e una diffusione affidata al passaparola tra i fan sui social network, mentre il formato è quello della webserie: durata breve, utilizzo di una sola camera fissa e di uno stile a tratti amatoriale, disponibilità al remix (Lino 2016).

Nata come serie di sketch satirici di dieci secondi su Instagram, nel 2016 Paquita Salas diventa una sitcom di cinque episodi da trenta minuti circa realizzati dall’emittente Antenna 3, gruppo Atresmedia, e trasmessi sulla piattaforma di streaming Flooxer. Si tratta di una scelta poco usuale nel panorama televisivo spagnolo, dove predominano fiction con episodi da settanta minuti in cui la commedia è spesso condita da elementi drammatici (Smith 2018). L’elevato numero di visualizzazioni e le critiche positive, attirano l’attenzione di Netflix che decide di acquistare la serie e di distribuirla, a un anno di distanza dall’uscita, anche al di fuori della Spagna. Paquita Salas diventa una serie originale Netflix, accompagnata dall’ormai noto bollino con la “N” rossa, ma il formato resta invariato: come la prima, anche le due stagioni successive, uscite rispettivamente nel 2018 e nel 2019, sono composte da episodi di circa mezz’ora per un totale di cinque puntate a stagione, a eccezione della terza che ne ha sei.

Per inaugurare l’ingresso della serie nel suo catalogo e annunciare la realizzazione della seconda stagione, Netflix ha rilasciato sul suo canale YouTube spagnolo una serie di brevi clip in cui la protagonista, con i suoi atteggiamenti inconfondibili, fa il suo ingresso negli uffici del colosso californiano, provando a farsi comprendere dai receptionist, fingendo di integrarsi e conversare con i dipendenti, per poi correre – si fa per dire – a visitare il Teatro Kodak, uno dei luoghi sacri dello star system hollywoodiano in cui si celebra della notte degli Oscar. Il processo di assorbimento del personaggio da parte di Netflix, la sua brandizzazione, passa dunque attraverso una strategia di storytelling crossmediale che sfrutta ed espande sia le qualità attoriali della protagonista sia lo stile narrativo e visivo della serie: Paquita vuole diventare una talent scout per conto di Netflix e curare persino l’immagine dei giovani protagonisti di Stranger Things.

Chi è Paquita Salas e perché la serie tv è insospettabilmente interessante? Paquita nasce a Navarrette, Spagna settentrionale, nel 1965. La madre, teledipendente, la soprannomina “La Paca”, ma sul suo profilo Twitter, anche se lei si ostina a chiamarlo Tweep, si legge “Superviviente”. Dopo gli studi di giornalismo a Barcellona, si trasferisce a Madrid dove, alla fine degli scintillanti anni ottanta, fonda la PS Management, la sua agenzia di spettacolo per rappresentare attori e attrici. Gli anni passano e la crisi sempre annunciata, sopraggiunge proprio nel primo episodio della prima stagione, quando l’attrice di punta Macarena García decide di abbandonare l’agenzia. Da quel momento in poi iniziano gli escamotage – in realtà si tratta di una costante strategica nella narrazione, con la quale si costruisce l’orizzonte di attese e si scava nel passato della protagonista – intentati da Paquita, con la complicità dalla sua collaboratrice e amica Magüi (Belén Cuesta), per scovare nuovi talenti (estrellas de cine y televisión) e mantenere in vita l’agenzia che nella terza stagione si trasformerà in Nuevo PS, con sede nel soggiorno della casa della protagonista.

Si passa così da La actriz 360 (episodio 2, prima stagione), versatile e indifferente alle mode come alla perdita di peso, capace di interpretare sia i classici del teatro sia la fiction crime, all’autoproduzione di un cortometraggio sulla vita di Edwin (episodio 2, terza stagione), un autista di bus transessuale di origini cilene. Il progetto fallisce miseramente molto prima dell’inizio delle riprese, per colpa delle accuse di transfobia, frutto di “trulls” e haters, rivolti all’attrice principale. L’apice è raggiunto con La actriz viral (episodio 4, terza stagione) che, grazie a un videoclip da milioni di visualizzazioni su YouTube, si prende gioco dei tabloid che l’avevano criticata per i suoi comportamenti sessuali.

Radiosa e gordita, irascibile e comprensiva con le sue attrici, egocentrica e sensibile, analfabeta digitale (si vedano le innumerevoli storpiature del vocabolario legato ai nuovi media), poco avvezza alla complessità terminologica dell’universo LGBT (cisessuale diventa un insulto all’attrice del suo corto, per giunta bisessuale) e al contempo capace di assorbire e reinterpretare le tendenze culturali: nella convivenza di queste contraddizioni risiede la comicità del personaggio, il suo potenziale ironico e sovversivo. Dentro la cinquantenne Paquita Salas c’è il corpo e la voce del trentenne Brays Efe, vincitore del premio Feroz per la sua interpretazione (vi suggerisco anche la visione del suo monologo, sempre nei panni di Paquita, ai Goya del 2018). La scelta di un attore gay per interpretare un ruolo femminile, al pari delle scenografie, dei costumi e del trattamento drammaturgico delle tematiche di attualità, mostrano la capacità degli autori di utilizzare gli stilemi della sitcom per costruire una rappresentazione dall’“attitudine queer”, in cui i criteri normativi sulla sessualità e il genere sono continuamente presi alla berlina e passati al setaccio attraverso il filtro del grottesco.

Paquita Salas è una serie tv sullo spettacolo, dalla televisione alla moda, fino al cinema, spagnolo e non solo. Il punto di vista del racconto coinvolge, in modo simile allo sguardo parodico e meta-testuale adoperato in Boris (2007-2010) sulla fiction italiana (Barra 2020), sia i mondi illuminati dalle luci del set sia quelli che cercano di sopravvivere sotto le loro ombre. Nel terzo episodio della seconda stagione compare il set della telenovela Il segreto (2011-2020). Attrici e attori fanno il loro cammeo per interpretare se stessi in diversi episodi: da Macarena García a Ana Obregón fino a Úrsula Corberó, alias Tokyo ne La casa di carta (2017-in produzione), braccata da una Magüi ubriaca durante un party. Mentre Paquita si rimpinza e si integra con difficoltà all’interno del mondo dello spettacolo, la narrazione lo deforma con ironia e istrionismo. Fino all’ultimo episodio della terza stagione, in cui la vita della protagonista diventa il soggetto di un biopic di successo, dove sembrano non mancare i richiami al cinema di Almodóvar. E ovviamente non poteva che essere un attore, Juan Echanove, ad interpretarla.

Una serie e dei personaggi che si riflettono negli schermi, in primo luogo quello televisivo, e ne lasciano trasparire le impurità. La dimensione metariflessiva è continuamente richiamata dal montaggio già a partire dalle sigle delle prime due stagioni, in cui l’utilizzo del formato betacam lega senza soluzioni di continuità le immagini originali della serie ai filmati d’archivio, conditi da paiette, quiz e talent show, e richiama le imperfezioni e i cromatismi tipici della televisione degli anni ottanta. All’interno degli episodi, le sequenze sono interrotte da ripetuti intermezzi: finte interviste agli attori in scena e monologhi in cui Brays Efe si adopera in performance da stand-up comedian, ammiccando verso lo spettatore ed esacerbando i vizi alimentari, le esternazioni e le deformazioni linguistiche di Paquita.

Paquita Salas è assolutamente da recuperare: disponibile su Netflix, andrebbe vista in lingua originale con la concessione dei sottotitoli. Data la brevità degli episodi, è permesso anche il binge watching.

Riferimenti bibliografici
J. Ambrossi, J. Calvo, Paquita Salas. Superviviente: Mismemorias, Ediciones B, Barcelona 2020.
L. Barra, La sitcom. Genere, evoluzione, prospettive, Carocci, Roma 2020.
L. Mirko, Webseries, Original Series e Digital Series. Le forme delle narrazioni seriali nel web, in “Between”, vol. 6, n. 11 (2016).
J. Smith, La Llamada, Paquita Salas, and the Javis, inFilm Quartely”, vol. 71, n. 4 (2018), pp. 41-45.

Paquita Salas. Ideazione: Javier Calvo, Javier Ambrossi; interpreti: Brays Efe, Belén Cuesta, Lidia San José, Álex de Lucas, Mariona Terés; produzione:Apache Films; Suma Latina; Distribuzione: Netflix; origine: Spagna; anno: 2016 – in corso.

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