Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio (Filasṭīn 36) presentato in anteprima al Toronto International Film Festival, rappresenta per Anne-Marie Jasir uno spostamento decisivo rispetto ai lungometraggi precedenti, poiché interroga un momento genealogico ancora poco affrontato dal cinema, la Grande Rivolta del 1936 contro il Mandato britannico e le dinamiche coloniali che hanno attraversato la Palestina pre-Nakba. Il film si configura così come un’operazione insieme storica e politica, che non mira soltanto a ricostruire un evento del passato, ma anche a ridefinire le condizioni stesse della sua rappresentabilità. Uno degli elementi centrali del film è la rappresentazione della Palestina degli anni Trenta come spazio vitale e stratificato, lontano tanto dall’immaginario della Palestina come territorio scarsamente abitato o privo di una significativa presenza araba, sintetizzata nella formula “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, quanto da una visione puramente nostalgica. Jasir insiste sulla densità sociale e materiale dei luoghi: città, villaggi, porti e campagne non sono semplici sfondi, ma spazi già pienamente politicizzati, attraversati da flussi coloniali, economici e migratori. In questo senso, il film interviene direttamente sul piano della memoria storica, opponendosi alle narrazioni che riducono il 1936 a un antecedente marginale della Nakba. Questa attenzione si manifesta fin dalle sequenze iniziali, costruite attraverso ampie inquadrature di montagne, colline, campi coltivati e villaggi, che collocano i personaggi all’interno di un paesaggio storicamente determinato. L’ambiente non funge da semplice cornice dell’azione, ma diviene elemento costitutivo della soggettività collettiva palestinese, suggerendo un rapporto organico tra territorio, memoria e appartenenza.

Un aspetto centrale del film è la rappresentazione del potere coloniale britannico e delle prime forme di strutturazione del conflitto moderno in Palestina. Il film mostra come la violenza coloniale non si eserciti soltanto attraverso la repressione militare, ma anche tramite dispositivi amministrativi, legali e spaziali che ridefiniscono mobilità, proprietà e identità. La rivolta del 1936 appare così non come un’esplosione improvvisa, ma come la risposta a una lunga sedimentazione di disuguaglianze strutturali. In questa prospettiva, Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio può essere letto come un’estensione retrospettiva dei temi già presenti nei film precedenti della regista. Se The Salt of This Sea mette in scena il ritorno impossibile e la frattura dell’esilio come condizione strutturale dell’esperienza palestinese contemporanea, e When I Saw You ne esplora la sospensione utopica subito dopo il 1967, mentre Wajib mostra la negoziazione quotidiana dell’identità palestinese nel presente, qui il problema si sposta alle condizioni storiche di formazione di quella stessa identità, non più soltanto come “rimanere palestinesi” nella vita quotidiana, ma come tale condizione sia stata prodotta all’interno di un ordine coloniale. Come chiarisce la stessa Anne-Marie Jasir, la scelta di tornare alla rivolta del 1936 risponde all’esigenza di ridefinire le genealogie della narrazione palestinese, spesso ricondotta esclusivamente alla Nakba del 1948. La regista sottolinea infatti come la grande rivolta del 1936 sia un momento cruciale della storia palestinese, un precedente decisivo per comprendere il 1948. Tale sollevazione, infatti, ha coinvolto l’intera popolazione palestinese e segnato la prima mobilitazione collettiva su larga scala contro il colonialismo britannico, articolandosi non solo come evento conflittuale ma anche come forma di organizzazione politica diffusa, attraverso scioperi generali, coordinamento territoriale e pratiche di resistenza. In questa prospettiva, Jasir insiste sul carattere corale dell’evento, che il film traduce in una struttura narrativa plurale e non centrata su un unico protagonista. La molteplicità dei punti di vista restituisce la composizione sociale eterogenea della rivolta, che coinvolge donne, contadini, giornalisti, élite urbane, adolescenti come Afra e Karim, evitando ogni forma di eroicizzazione individuale e consentendo di osservare gli eventi della rivolta da una prospettiva quotidiana e non esclusivamente militare.

All’interno di questa operazione di riscrittura storica, un ruolo decisivo è assunto inoltre dalle immagini d’archivio, che non funzionano come semplice supporto illustrativo ma come luogo problematico della memoria coloniale. Le sequenze provenienti dagli archivi britannici sono integrate nel tessuto narrativo non come testimonianze neutre, bensì come tracce di uno sguardo situato e attraversato dal potere imperiale. Si tratta di immagini che documentano la Palestina degli anni Trenta prima della sua trasformazione irreversibile, ma che al contempo la “colonizzano” attraverso il proprio regime di visibilità, rendendo evidente la natura ambivalente dell’archivio come strumento di conoscenza e controllo. Il materiale visivo dell’epoca è infatti in larga parte prodotto dall’amministrazione britannica che, attraverso i propri dispositivi di registrazione e documentazione, colonizzava ciò che stava accadendo. Nel film di Jacir le immagini coloniali non costituiscono soltanto documenti storici, ma partecipano a un regime di visibilità imperiale che ha contribuito a definire ciò che poteva essere visto, registrato e dunque storicizzato. L’inserimento di tali materiali nella diegesi filmica non implica un accesso innocente al passato, ma una sua riattivazione critica tramite immagini già attraversate dal potere. In questa prospettiva, l’archivio non è soltanto un dispositivo di memoria, ma anche uno spazio di riemersione e conflitto, in cui ciò che era stato registrato dal potere coloniale viene trasformato in esperienza condivisa e contestata. Rivedere la Palestina pre-1948 significa confrontarsi con una geografia scomparsa ma non cancellata, capace di riattivare un senso di appartenenza collettiva e genealogica. L’archivio si configura così come una forma di contro-narrazione che restituisce ai soggetti palestinesi la possibilità di riconoscersi in immagini originariamente prodotte dall’apparato imperiale. In questo percorso, la memoria non è mai semplice recupero del passato, ma campo conflittuale in cui si intrecciano eredità, immaginazione politica e tensioni del presente.

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio. Regia: Anne-Marie Jasir; sceneggiatura: Anne-Marie Jasir; fotografia: Hélène Louvart, Sarah Blum, Tim Fleming; montaggio: Tania Reddin; musiche: Ben Frost; interpreti: Hiam Abbass, Kamil al-Basha, Yasmin al-Masri, Jalal al-Tawil, Robert Aramayo, Salih Bakri; produzione: Philistine Films, Autonomous Productions, Corniche Media, MK Productions, Waternmelon Pictures, Snowglobe, Stær Film; origine: Palestina, Regno Unito, Francia, Stati Uniti d’America, Danimarca, Norvegia; durata: 120′; anno: 2025.

Tags     Palestina
Share