Nel mondo dei documentari musicali, i film di Dylan Southern e Will Lovelace si distinguono per il taglio personale e non così comune che i due registi inglesi riescono a imprimere ai loro lavori, creando racconti che tengono insieme il materiale di repertorio, le esibizioni dal vivo, con un’altissima qualità delle riprese e del sonoro, e il contesto sociale, notizie di cronaca incluse, che permettono di collocare quella specifica storia in una prospettiva più ampia. Sono abili a sintetizzare vicende e concetti, facendoli sembrare molto naturali anche quando non lo sono. In Oasis: Don’t Look Back in Anger, che ripercorre il tour che gli Oasis hanno fatto nel 2025, ad esempio, scelgono di condensare tutta la vita della band in pochissimi minuti iniziali per arrivare subito alla data cruciale che segnò indelebilmente la loro carriera, ovvero quel 28 agosto 2009 in cui i fratelli Liam e Noel Gallagher litigarono e decisero di non salire sul palco del festival Rock en Seine di Parigi, sciogliendo di fatto la band.
La sceneggiatura è di Steven Knight (già autore di Peaky Blinders e House of Guinness tra le sue serie tv più famose), e l’incontro con i due registi è stato efficace, soprattutto nel ricostruire quegli elementi più emotivi e intimi, in genere non particolarmente presenti nei documentari musicali, senza tralasciare ovviamente tutti quegli aspetti che normalmente gli appassionati di questo tipo di film si aspettano.
Oasis: Don’t Look Back in Anger risponde chiaramente a due domande che, molto probabilmente, tutti i fan degli Oasis si sono posti dopo quella pausa lunga più di quindici anni: com’era il clima dietro le quinte? I fratelli Gallagher hanno davvero fatto pace?
La prima risposta arriva quasi subito mostrando le immagini delle prove nelle settimane prima dell’inizio ufficiale del tour. Il clima era pessimo: mentre Noel teneva un atteggiamento da assoluto professionista, dando indicazioni chiare al resto della band e comunicando da subito quali sarebbero stati gli arrangiamenti, Liam al contrario si presentava alle prove solo in alcuni momenti, lasciava il palco senza dare spiegazioni, ha saltato persino l’ultima session, presentandosi al primo concerto solo 20 minuti prima dell’inizio. Ma nonostante questo, tutto è andato alla perfezione. La prima data di Cardiff è stata stupefacente. È questo il primo grande pregio del documentario: trasmettere l’emozione di questo ritorno dal vivo in modo potente e viscerale. Non solo mediante determinate scelte di regia o la potenza sonora che accompagna le immagini, ma raccontando l’attesa che aleggia intorno a un evento così importante. Lo fa attraverso le tante domande fatte ai fan per strada, facendo comprendere come quella degli Oasis non sia una semplice passione, ma un legame profondo che potrebbe avere punti in comune con la religione o i rapporti di famiglia. “Quando si sono sciolti gli Oasis è come se fosse morto un figlio” dice un fan. “Stiamo assistendo alla resurrezione di Gesù Cristo”, aggiunge un altro. E al racconto seguono le immagini dello stadio che si accende quando parte Hello, e lo spettatore non può che rivivere quella emozione come se fosse lui stesso presente in mezzo agli altri.
Quella dedicata ai fan è una parte molto lunga all’interno del film. Passando in rassegna tutti i paesi in cui hanno suonato – Regno Unito, Irlanda, Canada, Stati Uniti, Messico, Corea del Sud, Giappone, Australia, Argentina, Cile, Brasile – si assiste ad una corposa serie di interviste che raccontano come le canzoni degli Oasis siano state importanti per le vite delle persone, non solo per chi c’era negli anni novanta, quando il gruppo si era formato, ma anche per le nuove generazioni.
È un modo molto intelligente per raccontare le singole canzoni e perché queste sono diventate così famose. Di brani “spensierati” o che mettono allegria ce ne possono essere tanti, ha commentato una fan giapponese, ma canzoni che ti raccontino che si può cadere e sperare ugualmente di rialzarsi le hanno scritte solo gli Oasis. Questo tipo di empatia profonda e, al tempo stesso carica di speranza, è diventata per milioni di persone la bussola nei momenti più bui,
Le interviste, inoltre, ci raccontano come in Inghilterra gli Oasis abbiano rappresentato una componente identitaria fortissima, possiamo dire tranquillamente che fanno parte del DNA della popolazione. Tra i vari materiali utilizzati, c’è la registrazione di un prete che, nella sua omelia davanti a pochi anziani assonnati, prende ad esempio la folla di Manchester che si prepara a raggiungere il concerto per spiegare che ci può essere qualcosa di più alto e importante che unisca le persone, arrivando persino a usare i fratelli Gallagher per citare la celebre frase del Vangelo secondo Matteo, quando Gesù risponde all’apostolo Pietro dicendo che non bisogna perdonare fino a sette volte, ma fino a “settanta volte sette”.
Questo ci porta all’altra domanda che rimbalzava quando si è diffusa la notizia della reunion: i fratelli Gallagher hanno davvero fatto pace o era solo una mera questione di soldi? Il documentario ci offre uno spaccato molto intimo su cosa pensano l’uno dell’altro. Ci sono gli sfoghi e momenti di tensione, ma si capisce che qualcosa è davvero cambiato, tanto che Noel oggi definisce il fratello “incantevole”, spiegando che questa parola, con tutte le sue sfumature, riesce davvero a cogliere al meglio tutti i complicati aspetti della sua personalità.
Oasis: Don’t Look Back in Anger non vuole essere solo un documentario su questa reunion ma aspira ad essere un film sull’idea stessa del perdono e di come possano cambiare i rapporti tra le persone. Non solo: è una grande dedica d’amore alla musica tutta. Non a caso per chiudere il film viene scelto non un brano degli Oasis ma What the World Needs Now Is Love di Burt Bacharach (non certo un nome qualunque, dal momento che Noel Gallagher l’ha spesso citato come una sua fonte di ispirazione).
Sembrerebbe che l’intento di Southern, Lovelace e Knight sia allontanarsi per un attimo, astrarsi da quelle singole canzoni, concentrarsi meglio sui volti di tutte quelle persone commosse, incredule, alcune con le mani giunte come se avessero assistito a un miracolo, per spiegare come la musica può davvero cambiare la vita delle persone. Può aiutarle a superare la paura degli attentati, gli aspetti più profondi della depressione, o semplicemente creare connessioni tra madri e figli. Può insegnarci che perdonare, gli altri o prima ancora se stessi, può essere l’atto più rivoluzionario da fare oggi. “Settanta volte sette”, direbbe qualcuno. Se i Beatles si sono permessi di confrontare la loro popolarità con quella di Gesù, gli Oasis, che certo non hanno mai nascosto di avere manie di grandezza, si sono limitati a riscrivere la storia di Caino e Abele. Scambiatevi un segno di pace.
Oasis: Don’t Look Back in Anger. Regia: Dylan Southern, Will Lovelace; sceneggiatura: Steven Knight; fotografia: Haris Zambarloukos; montaggio: George Cragg, Martina Zamolo; musica: Zebedee Budworth; suono: Tarn Willers, James Mather; interpreti: Liam Gallagher, Noel Gallagher; produzione: Magna Studios; origine: Regno Unito; durata: 122’; anno: 2026.