Nelle Aggiunte alla dottrina del dolore del mondo Arthur Schopenhauer ci invita a immaginare un mondo in cui ogni desiderio viene esaudito nel momento stesso in cui si presenta all’essere umano. Non ci sarebbero nessuna lotta, nessun tormento, nessuna competizione. Le piante crescerebbero da sole e i piccioni svolazzerebbero qua e là “già arrostiti”. Gli amanti si unirebbero tra loro come magneti senza dover patire le loro proverbiali pene d’amore. Che mondo sarebbe un mondo del genere? Con tutta probabilità, sentenzia Schopenhauer, si tratterebbe del peggiore dei mondi possibili. Gli uomini «morirebbero dalla noia o si impiccherebbero», oppure «si assassinerebbero a vicenda per procurarsi in tal modo più dolore di quanto gliene imponga la natura» (Schopenhauer 1983, p. 385). 

Lo scrittore americano Michael Easter darebbe ragione a Schopenhauer. Come ha recentemente sostenuto in Mai abbastanza, gli esseri umani sembrano progettati per cedere al cosiddetto loop della scarsità: per quanto possa suonare controintuitivo, l’abbondanza, la sicurezza e le comodità non ci garantiscono una vita migliore; i beni e i comfort sono un antidoto contro la nostra inermità nei confronti del tempo e della natura, forse, ma non possono nulla contro l’inquietudine esistenziale che ci anima (Easter 2024, p. 12). Al contrario, anzi, le più recenti ricerche della psicologia sperimentale sembrano confermare che il senso di sicurezza va di pari passo con l’insofferenza; che l’accumulazione esaspera il nostro disagio, facendoci sentire ancora più miseri. In una pagina ormai dimenticata de La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno, Freud diceva qualcosa di molto simile. Il tramonto del desiderio accresce il timore per l’aperto, fa divampare «l’ansietà riguardo alla vita e la paura della morte» (Freud 1972, p. 429). Chi smette di desiderare in nome di una vita tranquilla si tramuta in una larva che non vuole uscire dal proprio bozzolo. Si tratta di un punto su cui Lacan insisterà fino allo stremo, arrivando a farne il caposaldo dell’etica della psicoanalisi: chi viene meno alla chiamata del proprio desiderio finirà per perdersi e per annegare nel senso di colpa, perché se c’è qualcosa di cui l’uomo può davvero ritenersi colpevole è di aver ceduto sul proprio desiderio. 

Lo psicologo canadese Jordan Peterson ha dedicato a questo tema il suo più recente e ambizioso saggio, Noi che lottiamo con Dio. Il libro costituisce il punto termine di una trilogia ideale, composta dai precedenti campioni d’incassi 12 regole per la vita e Oltre l’ordine. Peterson aveva già abituato i suoi lettori ai rimandi al testo biblico. Non è un mistero che per lui le Scritture costituiscano la più grande biblioteca di storie mai creata, né che gran parte delle narrazioni che compongono il nostro immaginario derivino dal corpus biblico. Qui però l’Antico Testamento è il cardine dell’intero saggio. I nove densi capitoli che lo compongono interpellano ciascuno uno scenario della Bibbia, da Adamo ed Eva sino a Giona, passando per Caino e Abele, Noè, Abramo e Mosè.

In un continuo raffronto tra le vicende antiche e le questioni della contemporaneità, Peterson dimostra quanto il nostro debito con le figure dell’Antico Testamento sia ancora in pieno corso di validità: i racconti di ieri ricalcano i dubbi, i tormenti e le insicurezze di cui siamo preda ancora oggi; le nostre menti e la nostra cultura sono ancora radicate nell’inesauribile matrice di significato iscritta nell’Antico Testamento. Siamo le creature che lottano con Dio, ma non per la pretesa folle di metterci al suo posto. Lottiamo con Dio perché questa lotta riguarda il senso e la direzione che dobbiamo imprimere alle nostre vite. Come sottolinea l’autore, questo libro non è «un’argomentazione a favore dell’esistenza di Dio […] ma una descrizione di ciò che deve essere tenuto ai massimi livelli, così da garantire la continuazione dell’uomo, della società e del mondo» (Peterson 2026, p. 220). Tutte le storie che vengono esaminate in Noi che lottiamo con Dio non mettono pertanto in scena il duello tra l’essere umano e il trascendente. Sono piuttosto il teatro dell’inesauribile lotta tra l’uomo e il proprio desiderio, perché Dio, come amava dire qualcuno, è inconscio. 

Il nostro tempo si reputa ateo, guidato dai fatti e dal materialismo. Eppure non siamo mai stati così credenti come oggi. La fede della nostra epoca disincantata è rivolta verso l’io. Quando ci sentiamo calpestati, violati, messi da parte, tendiamo a vivere queste esperienze come un atto di blasfemia nei nostri confronti. E quando l’orizzonte di questa fede distorta vacilla o si espone al tradimento (subìto o autoinflitto), ecco profilarsi davanti a noi la “catastrofe” (ivi, p. 42). La differenza da tenere a mente, però, è che l’io a cui ci prostriamo oggi non è più quello ipertrofico e pieno di sé di qualche decennio fa. Non è l’io al centro del cosmo, sopraffattore e aggressivo. È piuttosto un io minimo, che si barcamena come può per vivere al riparo dalle turbolenze. Un io che predilige la sicurezza alle correnti del mondo aperto; che non è più interessato a strafare, allargarsi e invadere le esistenze altrui, ma si accontenta di mantenere un proprio precario equilibrio. Un io perennemente a dieta anziché predatore, preoccupato più dalle ore di sonno che da quelle della veglia, del fitness regolato invece della competizione. Un io della gratificazione centellinata anziché della potenza smisurata. 

Non a caso, e curiosamente, il nostro è anche il tempo del ridimensionamento dell’essere umano. Siamo orgogliosi, avidi, egoisti, ma ci convinciamo anche di dover essere al di sotto della natura, creature infime surclassate dalle “erbacce” e dai “ratti”. Un simile atteggiamento, nota Peterson, non ci rende affatto più responsabili per le sorti del pianeta. All’opposto, svalutando noi stessi acconsentiamo alla distruzione della natura e allo sfruttamento dei più deboli, ci tiriamo indietro per non affrontare la realtà. È un egoismo non egocentrico, nutrito dall’abitudine di non prendere parte a ciò che accade là fuori; un egoismo che si nutre dell’isolamento e del costante bisogno di sentirti sazi.

Le parole di Peterson potrebbero sembrare quelle di un reazionario: per non perderci, abbiamo bisogno di un ordine, dev’esserci una gerarchia da conservare, un sistema di priorità che organizzi la nostra presenza nel mondo. Ma questo ordine, e da qui le argomentazioni dello psicologo canadese attingono tutta la loro profondità, non deve esistere per comandare. L’ordine da proteggere e preservare non è l’ordine dell’univoco, non è un dogma, un apparato di potere e nemmeno una credenza cieca. È piuttosto l’ordine del desiderio che fa «scorrere l’acqua della vita affinché anche il deserto possa fiorire» (ivi, p. 44). 

Per quanto il mondo si trasformi o venga da noi trasformato, occorre conservare qualcosa che organizzi “tutto il resto”: un’idea forte, un principio, una responsabilità ultima, finanche Dio stesso. Molto spesso siamo portati a fraintendere la funzione di questo centro organizzatore vivendo allucinati dal fascino della trasgressione o lasciandoci sedurre dall’incombere della novità. Ma queste condotte unilaterali sono la negazione della nostra responsabilità di soggetti. Non alternative, bensì alibi, modi di sottrarsi a essa. All’atto pratico, nota Peterson, la trasvalutazione dei valori incentivata da Nietzsche non ci eleva quasi mai verso l’alto. Il mondo che abitiamo ci ha anzi insegnato che voler cambiare tutto a tutti i costi significa lasciare le cose esattamente come stanno. Se agiamo privi di una direzione, di un ordine, di una vocazione, il proposito di ottenere di più, di cambiare o di sovvertire la nostra natura sfocia nella distruzione fine a se stessa. Certo, la permanenza nell’ordine produce disagio, a volte persino dolore e malattia. Freud aveva previsto anche questo: se la responsabilità va di pari passo con la consapevolezza, allora la consapevolezza porta con sé anche il dolore. Chi abbandona il proprio giaciglio per intraprendere una nuova avventura ha molto da perdere, forse tutto. Quando Abramo si mette in marcia per acconsentire alla chiamata divina rinuncia al proprio orgoglio, alla prospettiva del guadagno e della sicurezza per farsi carico di un fardello improbabile. Per essere all’altezza della propria vocazione – ecco l’aspetto chiave – egli deve farsi ancora più umile di quanto non fosse. 

La tesi cruciale del libro di Peterson, difatti, è che l’ordine da preservare non passa per la resistenza. Non è un ordine intransigente, che pretende di piegare a sé chi entra nella sua orbita. È piuttosto un ordine che necessita del sacrificio incondizionato di chi vi si dedica. Diciamolo ancora una volta: chi combatte per l’ordine non impone i sacrifici agli altri (come ci hanno insegnato i tristi totalitarismi del Novecento), ma è prima di tutto qualcuno che si sacrifica. Per cosa dovremmo sacrificarci, dunque? In nome di quale obiettivo dovremmo rinunciare a una vita tranquilla, alla nostra tenda e al nostro pane? Per cosa vale la pena lottare? Su questo, Peterson è lapidario: la sola battaglia che vale davvero la pena di essere combattuta sino in fondo è la battaglia per il nostro desiderio

«Possiamo rispondere alla chiamata dell’opportunità, dell’avventura, oppure rifiutarla (…) se facciamo di questo rifiuto una pratica (…) l’opportunità e l’avventura scompaiono, lasciandosi dietro la normalità che il nostro rifiuto rende noiosa e priva di senso» (ivi, p. 139).  

Di fronte a questo monito, ciascuno di noi è posto a un bivio: rifiutare la chiamata e, lacanianamente, macchiarsi della “forma di peccato [più] grave” di tutte, quella di aver ceduto sul proprio desiderio; oppure, d’altro canto, accoglierla senza fare il bilancio delle opportunità che essa ci profila. Rispondere al monito del desiderio, in altre parole, è un atto di fede che non prevede assicurazioni di sorta. La sola garanzia che ci è concessa incamminandoci in questo sentiero buio è che, per chi risponde a una simile chiamata, ci sarà sempre un’alternativa, una possibilità diversa, un’occasione in più per sfuggire alla rassegnazione e al risentimento. Il Dio biblico, del resto, reputa il “sacrificio totale” di sé quanto vi sia di più elevato, ma a patto che un simile sacrificio non implichi mai un impoverimento etico. L’uomo che rinuncia ai suoi beni per spendersi nella propria vocazione non è misero, anche qualora fosse chiamato a offrire non meno di tutto ciò che ha. Da questo punto di vista, credenti oppure no, il divino quale altro nome del desiderio «è reale», perché «il suo perseguimento rende sopportabile il dolore, tiene a bada l’ansia e infonde la speranza che scaturisce eterna nel petto dell’uomo» (ivi, p. 568). Chi si sottrae alla chiamata non disonora solo se stesso, ma anche il mondo che lo circonda, le persone che hanno creduto e si sono battute per lui e quelle che attendono di essere salvate: rifiutando la nostra responsabilità personale plasmeremo una realtà a immagine della nostra inadeguatezza. E di questa inadeguatezza saremo doppiamente colpevoli. 

La vita ci esporrà comunque all’ingiustizia e alle asperità. Nutrirà il nostro cinismo e farà fermentare in noi la brama di vendetta. E anche una volta intrapreso il sentiero del desiderio, la nostra fede sarà messa a dura prova. La chiamata del desiderio, del resto, ci coglie alla sprovvista. E lo fa in ciò che ci preme maggiormente. Lì per lì, la sua richiesta suonerà scandalosa. Ci chiederà di separarci da ciò che non vorremmo mai lasciarci alle spalle, di sacrificare l’insacrificabile. In modo quasi sadico, ci esorterà a fare ciò che mai vorremmo fare. Lungo il cammino, si prospetteranno soluzioni rapide per lenire il nostro disagio, tentazioni che prometteranno di restituirci la nostra vecchia vita confortevole. Ma nessuna di queste opzioni sarà davvero utile, perché riporterà con sé tutti gli ingredienti che esasperano il nostro dolore: la rabbia, l’invidia e la difficile convivenza con noi stessi. Peterson distingue questi due modi di affrontare la vita attraverso due immagini puntuali, quelle della tragedia e dell’inferno. La prima è inevitabile e ci mette a dura prova, a volte ci scaraventa sul fondo e ci fa sentire i bersagli di un destino sinistro. La seconda, invece, è senza fondo. Vivere all’inferno significa che le cose possono sempre peggiorare, che «c’è sempre qualcosa che si può ancora fare per aggravare una situazione già terribile» (ivi, p. 189). 

Piuttosto che un «vecchio con la barba», per citare una nota battuta di Lacan, Dio è allora «l’essere che ci mette eternamente in guardia», che ci esorta a non confondere il dovere con l’orgoglio e con il potere. Oppure, meglio ancora, «Dio è ciò che ci costringe a uscire». È una visione laica della divinità che si oppone alla sua controparte atea, e in particolare alla figura dello scettico che, ripetendosi che nulla ha senso e niente conta, si scrolla di dosso qualunque obbligo morale. Lo scetticismo odierno, in sostanza, non è il ritratto della libertà ma dell’egoismo impotente che divora se stesso. Riconoscere che le cose ci riguardano, che quanto ci circonda ha un proprio «peso esistenziale» è un baluardo di speranza. E solo a chi soggiorna negli inferi non è dato sperare (ivi, pp. 267, 299).

Riferimenti bibliografici:
M. Easter, Mai abbastanza. Sfuggire al loop della scarsità e sviluppare abitudini sane per apprezzare ciò che abbiamo, trad. it. di M. Simone e R. Voi, ROI, Milano 2024.
S. Freud, La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno, in OSF5 (1905-1908). Il motto di spirito e altri scritti, ed. it. a cura di C.L. Musatti, Boringhieri, Torino 1972.
A. Schopenhauer, Aggiunte alla dottrina del dolore del mondo, in Parerga e paralipomena. Tomo secondo, ed. it. a cura di M. Carpitella, Adelphi, Milano 1983.

Jordan Peterson, Noi che lottiamo con Dio, MyLife, Rimini 2026.