Oltre Trent’anni dopo Lamerica, Gianni Amelio presenta fuori concorso all’83 edizione del festival di Venezia Nessun dolore, un film che ritorna sul racconto delle migrazioni e che forse deve essere letto a partire da quel lungometraggio del 1994 che ha segnato l’immaginario cinematografico italiano legato al tema, e che coglieva con grande lungimiranza l’imporsi di un’emergenza su cui si sarebbe giocata la possibilità stessa di costruire un discorso politico e sociale condiviso. Come recita il testo in apertura, Nessun dolore racconta una storia non ancora accaduta, ma che chiaramente contiene in sé il detto ma soprattutto il non detto che la cronaca politica ci restituisce, come se nel film condensasse tutto il dolore ammutolito che si accumula ad ogni notizia di morte che accompagna il racconto delle vite di chi cerca di raggiungere l’America. Un indistinto flusso di orrore che talvolta precipita in immagini, come quella delle croci sulla spiaggia della strage di Cutro, che fanno molto discutere, per poi ristagnare nel dimenticatoio e nell’indifferenza. Cosa resta a noi di questa agghiacciante incapacità di metterci nei panni di chi fugge dalla miseria, dalla violenza, dall’orrore e semplicemente vorrebbe poter vivere? Solo un grandissimo senso di colpa.
Quello della colpa, dunque, è il sentimento che domina il film, che ribalta completamente lo sguardo che aveva animato Lamerica. Se nel film del 1994 è il viaggio tra identità continuamente negoziabili – (tra Luigi, il tuttofare imbroglione, e Michele, l’uomo che non aveva niente e nessuno, che non era nessuno) – che magistralmente mette in dialogo gli albanesi degli anni ’90 con gli Italiani del Secondo dopoguerra – nel nuovo film di Amelio invece non c’è viaggio, non c’è scambio, non c’è possibilità di riconoscersi nell’altro, c’è solo il peso schiacciante della colpa di chi è marmoreamente radicato nell’agognata terra ferma. Tutto ciò viene incarnato dal protagonista, Davide, interpretato da Alessando Borghi, a cui capita appunto qualcosa di incredibile: un uomo incontrato per strada spinge il proprio figlio a inseguire Davide e a farsi accogliere da lui.. Questa ipotesi non è contemplabile, Davide gli offre il pranzo, gli dà i soldi, ma il bambino, che non proferisce mai parola, continua ad andargli dietro. E quando Davide lo spinge via, materialmente, il bambino verrà investito da una moto.
Chi è Davide? Un brav’uomo, che ha un piccolo chiosco di libri, frequentato quasi esclusivamente da una donna, Elsa, (Valeria Golino) una professoressa universitaria, che fa lezione su Primo Levi ad annoiatissimi studenti. Un uomo che vive in un mondo che non esiste più, fatto di mura di carta (quelli della sua casa, come del chiosco) completamente impenetrabili dalla vita. Eloquente è la scena in cui si trova nel chiosco insieme ad Elsa, comincia a piovere e i due hanno un momento di vicinanza, che però Amelio sceglie di non mostrarci se non attraverso un campo lungo del chiosco con le tende abbassate, completamente ermetico rispetto al fuori. A fronte di questa totale immobilità, il senso di colpa diventa il motore dell’azione di Davide e del film stesso: segue il bambino in ospedale e quando muore comincia una ricerca forsennata del padre per avere la possibilità di seppellirlo. Qui incontra un altro brav’uomo, interpretato da Valerio Mastandrea, che lavora all’obitorio dell’ospedale e che alla fine gli permetterà, anche senza autorizzazione di prelevare la salma del bambino per poterlo seppellire. Nel frattempo animato da questo senso di colpa comincia ad accogliere migranti in casa sua, fino ad abbandonare la sua stessa casa per far posto alle persone che in quello spazio atrofizzato portano corpi, voci, musica, odori, rumore, caos, vita.
C’è qualcosa nel film che chiaramente non funziona, ed è il fatto che questo movimento segnato dalla colpa non ha né la persuasività della verosimiglianza, né la forza e la potenza dell’allucinazione, come quella di Michele che credeva su una nave piena di migranti albanesi che la guerra fosse appena finita e che lui si stava dirigendo in America, Voglio essere sveglio, diceva, quando arrivo a Nuova York. Qui Amelio ci prova, nella scena finale, in cui vediamo Davide e il bambino, finalmente vivo, che viaggiano insieme in macchina, ma ciò non basta a sollevare un film completamente schiacciato, come il suo protagonista, dal peso della colpa. Eppure, allo stesso tempo, forse il suo enorme merito sta proprio lì: nel mostrarci che a parte la colpa, non abbiamo saputo condividere o inventare altro, che in nessuno modo siamo stati in grado, noi della terra ferma, in questi trent’anni, di negoziare e scambiarci di posto con chi arrivava sulle nostre coste semplicemente per cercare fortuna, serenità, felicità. Che non abbiamo saputo immaginare altro che l’invasione di casa nostra, la fuga per lasciare il posto, l’espiazione come annullamento e non l’incontro come qualcosa di trasformativo e creativo (come del resto era stato quello di Luigi e Michele). In questo senso la scena più forte, nella sua totale incomprensibilità, se non letta in questa chiave, è quella in cui Davide, che aveva cercato il padre del bambino per tutta Roma – una Roma grigia, asfittica, deprimente – lo incontra per caso all’uscita della metro e non lo riconosce. Ecco, ancora una volta il riconoscimento dell’altro non è avvenuto e l’incontro tra il padre biologico e il padre adottivo che si era sottratto alla responsabilità, che poteva essere il momento di condivisione di un dolore, viene invece anch’esso sepolto.
Lamerica si concludeva con una carrellata di primi piani che ci resituivano gli sguardi interpellanti dei migranti, partendo proprio dai bambini; sguardi che ci interrogavano. Trent’anni dopo Amelio credo ci stia dicendo che non siamo stati all’altezza di quegli sguardi, e forse, anche, che il solo sentimento della colpa produce come unico desiderio quello della sepoltura, impedendoci di incontrare ciò che è vivo.
Nessun dolore. Regia: Gianni Amelio; sceneggiatura: Gianni Amelio, Davide Serino con Andrea Quetti; fotografia: Luan Amelio Ujkaj; montaggio: Stefano Mariotti; interpreti: Alessandro Borghi, Valeria Golino, Valerio Mastandrea, Beidja Yahiaoui, Ramzi Lafrindi, Gabriel Bovino; produzione: Kavac Film, Our Films, Be Water Film con Rai Cinema; origine: Italia; durata: 96; anno: 2026.