Al termine della prima proiezione di The Voice of Hind Rajab dello scorso anno a Venezia, l’investimento emotivo era stato talmente forte che, per un attimo, le corse per passare da una proiezione all’altra si erano fermate e molti avevano sentito il bisogno di restare in sala ad applaudire fino alla conclusione dei titoli di coda. L’impressione era che si dovesse far sentire la propria presenza, gridare la libertà per Gaza e per la Palestina, affermare che quella “voce” poteva ancora risuonare in altri corpi. Insomma, mostrare una compattezza che andasse oltre la reazione del momento. Sebbene continui a essere un oggetto divisivo – soprattutto per scelte estetiche che vanno valutate separatamente dal suo valore politico – il film di Kaouther Ben Hania mantiene ancora oggi una certa efficacia nel creare un senso comunitario, quello stesso stato di pienezza che si avverte quando ci si sente coinvolti in un racconto capace di rivolgersi, con potenza, a me e ad altri nello stesso momento. In simili occasioni, è come se il senso di impotenza e il dolore riuscissero a trovare una loro forma di traduzione in qualcosa di comune, dando un po’ di sollievo (per certi versi, anche egoistico) a chi guarda e ascolta. Quello che è successo nel 2025 è tutto quello che non è accaduto, un anno dopo, al termine della visione di NAZA, il film a sorpresa in concorso per il Leone d’Oro.

Diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor (anche registi, insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal, del documentario vincitore dell’Oscar No Other Land) e girato negli ultimi tre anni, NAZA raccoglie le dichiarazioni di ventiquattro ufficiali e soldati dei servizi segreti militari israeliani, mentre descrivono alcune delle tecnologie e dei meccanismi studiati dal governo per realizzare la distruzione di Gaza e il genocidio della sua popolazione. Nel buio delle notti di Tel Aviv, vediamo alternarsi i profili, alterati digitalmente, come alterate sono le loro voci, per preservare l’anonimato di chi ha materialmente contribuito al monitoraggio, al controllo, al contenimento e all’uccisione a distanza di migliaia di civili palestinesi dall’ottobre 2023. Come affermano i registi, il documentario nasce nei termini di una vera e propria esigenza maturata a pochissima distanza di tempo dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, in risposta al quale la politica governativa israeliana – con il sostegno di televisioni, giornali e dell’opinione pubblica – ha presentato lo sterminio di massa come unica soluzione possibile, sostenendo che Gaza fosse popolata soltanto da “animali umani” che non avevano alcuna ragione di vivere. In linea con una politica documentaria che anima anche i lavori di Laura Poitras (tra i consulenti in fase di realizzazione), ciò che il film mostra è che il massacro dei civili a Gaza non è stato un effetto collaterale del conflitto, come spesso è stato presentato a livello mediatico, ma un’azione premeditata, calcolata e intenzionale, conseguenza diretta di decisioni politiche che precedono di molto il 2023.  

Da registi e giornalisti israeliani, Abraham e Szor hanno avvertito la necessità di compiere un gesto di traduzione e montaggio riprendendo i contenuti di alcune delle inchieste che il primo aveva condotto a partire dalla fine del 2023, già pubblicate su testate come Local Call, +972 Magazine (realtà indipendente israelo-palestinese), spesso in collaborazione con The Guardian (anche tra i produttori di NAZA), e riprese in seguito da New York Times e Washington Post. Quelle inchieste basterebbero da sole a indicare chiaramente il ruolo dell’intelligenza artificiale nelle tattiche militari israeliane e offrire delucidazioni in merito all’uso delle tecnologie informatiche studiate appositamente per forzare il trasferimento o provocare l’annientamento della popolazione di Gaza. Nondimeno è proprio il loro inserimento all’interno della cornice cinematografica a renderne insostituibile il valore documentale: la posizione della macchina da presa, la struttura e il montaggio riguardano ciò che è dentro il campo e ciò che è fuori: vediamo Tel Aviv mentre ascoltiamo la storia di Gaza e vediamo Tel Aviv mentre sparisce insieme a Gaza. La città israeliana ci viene mostrata sempre attraverso una superficie – finestre, vetrine, specchi, schermi – in un rovesciamento del dispositivo foucaultiano della sorveglianza.

La struttura del film restituisce bene questa dinamica alternando le riprese delle interviste sui tetti a quelle di vari scorci della città secondo diverse tecniche (dalle inquadrature fisse a piani sequenza in movimento) fino a includere materiali d’archivio (estratti da telegiornali recenti ma anche un video del 1986 in cui Benjamin Netanyahu, al tempo ambasciatore di Israele all’ONU, afferma che il “terrorismo è il deliberato e sistematico attacco su persone innocenti e civili per motivi politici”, intervistato da Giovanni Minoli in una puntata di Mixer). Tel Aviv, in queste sequenze, è letteralmente lo sfondo: sta alle spalle degli ufficiali e di Abraham, ne ritaglia i profili, fornisce alle loro parole un paesaggio. Ma dietro quello sfondo ce n’è un secondo, che nessuna inquadratura raggiunge e che pure organizza l’intero campo visivo: Gaza è lo sfondo dello sfondo, e la forza del film sta tutta nel non risolvere mai questo rapporto nella sovrapposizione di un’immagine bensì nel lasciarla libera di muoversi in tutta contraddizione del conflitto. Un precedente, in questo, c’è: La zona d’interesse (e Jonathan Glazer, tra l’altro, è tra i produttori esecutivi). L’idea che le vittime restino fuori campo senza uscire dalla mente dello spettatore è la stessa che governa il linguaggio visivo di NAZA, con la differenza che in questo caso l’orrore, più che premere sui bordi dell’immagine, emerge direttamente dalle parole di chi lo ha prodotto.

In questo senso, il film funziona come dispositivo confessionale, e questo funzionamento viene testimoniato anche dal modo in cui è costruita la scena dell’intervista: la posizione di ascolto di Abraham, che di volta in volta si siede di fronte ai suoi interlocutori, è assecondata da un bilanciamento di luci che tiene gli ufficiali israeliani nella penombra e riserva a lui una luce crepuscolare, mai piena. Ma nessuno di loro, in questo rituale notturno, è davvero illuminato, e non lo è perché una luce piena lascerebbe credere che capire quel meccanismo significhi in qualche misura poterlo accettare. Significherebbe avere l’illusione di trovarsi di fronte a una spiegazione, che non si può avere, perché i sistemi descritti hanno un margine d’errore noto, tra il 15% e il 25%, e quel margine è una soglia autorizzata in anticipo, una percentuale di persone che si è deciso di uccidere per raggiungere l’obiettivo. Il titolo del film dice già questo: NAZA è un acronimo dell’ebraico militare utilizzato per indicare il numero delle persone che si prevede di uccidere in un attacco, calcolato prima che l’attacco avvenga. NAZA, Nezek Agavi, cioè “danno collaterale”.

I civili palestinesi nelle testimonianze dei militari israeliani non sono persone. Sono danni, obiettivi, imprevisti. Sono i telefoni cellulari che li individuano nel loro essere in relazione con gli altri (sappiamo che viene attribuito un punteggio di gravità in base ad alcuni parametri che includono il contatto, anche involontario, con membri di Hamas), ma anche nello spazio e nel tempo (sappiamo che vengono utilizzati per localizzarli nel momento della morte). Gli stessi ufficiali israeliani affermano che per loro è come se giocassero a un videogame, dettaglio che toglie ogni dubbio sulle modalità operative che insistono dietro a queste dinamiche. La semplificazione del corpo umano in obiettivo emerge anche dal modo in cui gli ufficiali descrivono le strumentazioni informatiche (tra cui Lavender e Homeland), schematizzando i palazzi e i quartieri di Gaza in figure che vengono tracciate a mano e cancellate con una terribile facilità dallo stesso tratto. Ma quelli non sono disegni: sono strade, case, giardini, donne, bambine, bambini, uomini, ospedali, scuole. Quando tutto questo rimosso appare nella scena, anche tutta la tensione accumulata nel corpo durante l’ascolto entra a far parte del campo visivo: in un filmato di repertorio, un padre si aiuta con un martello per scavare tra le macerie di una casa in cui si trovano i suoi due figli. Chiama prima la bambina e poi il figlio più grande. Lo chiama ancora e lo rimprovera perché gli aveva detto che avrebbe dovuto proteggere sua sorella.

NAZA. Regia: Yuval Abraham, Rachel Szor; fotografia: Rachel Szor; montaggio: Rachel Szor; musica: Mica Levi; produzione: The Guardian, JW Films, Placeholder Films, Unseen Hand; distribuzione: I Wonder Pictures; origine: Regno Unito; durata: 80′; anno: 2026.

Tags     Gaza, Palestina, Rachel Szor
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