Nel cinema di Shinya Tsukamoto il corpo non è mai soltanto carne: è superficie d’iscrizione, luogo dove la violenza (subita o inflitta) si deposita prima ancora di diventare racconto, memoria, coscienza. È un principio che attraversa la sua filmografia fin da Tetsuo, e che negli ultimi anni ha trovato nella guerra il proprio terreno di verifica più radicale. Mr. Nelson, Did You Kill People?, presentato in concorso a Venezia 83, porta quella logica a una dimensione che sembra, questa volta, senza ritorno. Una dimensione dove la mutazione del corpo ha un nome, una data, un’autobiografia. Dove il cinema di Tsukamoto abbandona la metafora per farsi testimonianza.

È la storia vera di Allen Nelson, marine afroamericano che a diciotto anni si arruola per sottrarsi alla miseria e al razzismo di New York, e che nel 1966, spedito in Vietnam, ammazza «tutto quello che si muove» fino a smarrire ogni sensibilità verso l’atto di uccidere. Tornato a casa a ventitré anni, Nelson non fa ritorno a nulla: resta un corpo estraneo alla città, terrorizzato dai rumori e dalle luci, isolato dalla famiglia e dal mondo, fino alla condizione di senzatetto. A trattenerlo su questa soglia è prima Linda, che sposerà. Poi il dottor Daniels, lo psichiatra che lo accompagna in un percorso terapeutico lunghissimo. Il film si costruisce su quattro piani temporali che continuamente si contaminano: il Vietnam, il ritorno, gli anni della terapia, quelli delle testimonianze pubbliche. Come se la linearità del racconto fosse essa stessa un lutto mai davvero elaborato.

Non stupisce che Tsukamoto abbia scelto proprio questa vicenda per chiudere la propria tetralogia bellica, dopo Nobi, remake del capolavoro di Koni Ichikawa del 1959, e soprattutto dopo gli ultimi due capitoli, Zan e Okage. Se quest’ultimo si costruiva come omaggio dichiarato alla trilogia della guerra rosselliniana, e il precedente dialogava apertamente con Kurosawa e la grammatica del jidaigeki, Mr. Nelson sposta decisamente il proprio orizzonte di riferimento, misurandosi con il cinema americano, sia classico che moderno: primi piani insistiti, quasi ossessivi, che piegano un tratto distintivo del regista dentro una trasparenza narrativa hollywoodiana. Ma è proprio dentro quella grammatica apparentemente rassicurante che Tsukamoto innesta squarci che sono, più che intrusioni di modernità, dei ritorni: i sogni a occhi aperti e chiusi, i fantasmi del Vietnam che riaffiorano sulla materialità stessa delle immagini, ci riportano dritti al regista sperimentale degli anni Novanta. Come se il corpo-arma del soldato e il corpo-memoria del reduce fossero le variazioni definitive del corpo-macchina che ha attraversato tutto il suo cinema.

Il titolo è già, in questo senso, un dispositivo: la frase pronunciata da una bambina durante un incontro scolastico, «Mr. Nelson, did you kill people?», è un mantra destinato a risuonare per il resto della vita del protagonista. Fino a tornare, riformulata, nella domanda che lo psicanalista gli rivolge al termine di ogni seduta: perché hai ucciso? È in quello slittamento dal chi al perché che si gioca l’intera riflessione pacifista del film, e il suo legame più profondo con gli altri capitoli della tetralogia. Non basta più raccontare l’orrore (the horror, the horror…), bisogna avere il coraggio di rendere visibili, prima di tutto a sé stessi, le ferite di chi lo ha inflitto, per provare finalmente a tornare a casa dalla guerra.

Il tema del disturbo post-traumatico da reduce colloca Mr. Nelson in un filone che il cinema americano ha esplorato più volte: da Coppola a Cimino, ma anche, come suggerito da Bruno Roberti, Samuel Fuller. Fino al riferimento più diretto, che è forse il cronenberghiano Jacob’s Ladder di Adrian Lyne. Ma è nel modo in cui Tsukamoto se ne appropria che il film trova la propria ambivalenza più feconda. È il secondo film in lingua inglese della sua carriera, dopo il terzo capitolo di Tetsuo: The Bullet Man, che restava però ambientato a Tokyo. Qui la lingua straniera diventa una distanza produttiva, quasi metodologica: permette al regista di astrarre una riflessione sul ruolo dei soldati afroamericani in Vietnam, costretti a combattere per un paese che non riconosce loro pieni diritti.

Il Vietnam diventa così una guerra tra subalterni: vietcong contro neri americani. È la stessa distanza, però, a definire il punto di vista marcatamente postcoloniale con cui Tsukamoto osserva un trauma che il cinema americano ha sempre raccontato come proprio: non tanto un’appropriazione, quanto un tentativo di sottrarre quella riflessione alla sua origine identitaria per restituirla, attraverso una testimonianza, come qualcosa di universale, politico, di tutti.

Le scelte di regia restano coerenti con questa radicalità: un film fisicamente disturbante, non solo nelle immagini ma nel lavoro sul suono, dove gli squarci dal passato sono accompagnati da un design sonoro volutamente sgradevole. Quasi a negare allo spettatore la stessa possibilità di rimozione non concessa, per anni, al protagonista. Eppure, in un film così duro, quella riconciliazione familiare (il figlio che torna a casa dopo aver ascoltato la testimonianza pubblica del padre, e finalmente lo comprende) si concede una tenerezza quasi spielberghiana: un’unica breccia di luce in un’opera che, altrimenti, non concede quasi nulla allo sguardo consolatorio.

C’è un altro momento, nel cuore del film, in cui tutta questa materia si condensa in un’unica immagine. Durante un’imboscata in un villaggio sospettato di nascondere dei vietcong, Allen si ritrova rifugiato in una botola. Ed è lì, sottoterra, che assiste al parto di una contadina vietnamita, fino a prendere in braccio il neonato appena nato: l’unico istante di tregua concesso dall’adrenalina allucinatoria della guerra, l’unico punto in cui la macchina del corpo-soldato si inceppa davanti a un corpo-vita che nasce, invece di morire. Una vita che si apre dentro la morte, una speranza che trova spazio proprio nel posto più freddo: un sottosuolo che è insieme rifugio e utero.

Eppure, quei fantasmi non si placheranno mai del tutto. Nemmeno decenni dopo, quando Nelson comincia a girare il Giappone per raccontare la propria storia nelle scuole. Prima di ogni testimonianza compie un piccolo rituale: un passo di danza, due giri su se stesso, intonando le parole di This Little Light of Mine. Uno dei canti simbolo del movimento per i diritti civili degli afroamericani, lo stesso cantato a squarciagola nelle marce di Selma e Montgomery, emblema della resistenza non violenta degli anni Sessanta. E allora, l’unico modo per resistere alla morte, oggi come ieri, è lasciar brillare quello squarcio di luce. This little light of mine, I’m gonna let it shine…

Mr. Nelson, Did You Kill People?. Regia: Shinya Tsukamoto; sceneggiatura: Shinya Tsukamoto; montaggio: Shinya Tsukamoto; musiche: ermhoi; interpreti:Rodney Hicks, Geoffrey Rush, Tatyana Ali, Mark Merphy, Lily Franky; produzione: Kinoshita Group, Kino Films; origine: Giappone, Stati Uniti d’America, Vietnam, Thailandia; durata: 116’; anno: 2026.

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