Le immagini della cerimonia inaugurale della Coppa del Mondo 2026 in Messico, Stati Uniti e Canada (paesi firmatari, è bene ricordarlo, del North American Free Trade Agreement, il trattato di libero scambio che ha dato il là al levamento zapatista della notte del 1° gennaio 1994) raccontano, attraverso corpi danzanti e richiami alle civiltà precolombiane, della trasformazione del patrimonio storico-culturale e politico in materia visuale atta al consumo globale neutralizzato, depoliticizzato e commercialmente spendibile.

Tuttavia, mentre la FIFA inaugurava il proprio racconto globale allo stadio Atzeca, nelle strade di Città del Messico emergeva un’altra narrazione: scioperi di docenti, proteste popolari di indigeni e Madres Buscadoras, murales antagonisti, collettivi artistici e contro-discorsi politici hanno trasformato il mega-evento calcistico in terreno di conflitto simbolico e sociale. Dietro la proposta del torneo come festa universale delle nazioni riemergono le contraddizioni strutturali del capitalismo contemporaneo: gentrificazione, militarizzazione degli spazi pubblici, turistificazione aggressiva, aumento dei costi abitativi, precarizzazione del lavoro e cancellazione delle marginalità sociali dalle geografie ufficiali della città-vetrina. Il tutto aggravato, nel contesto messicano, dalle aggressioni continue ai popoli originari e all’ambiente, nonché dalle violenze dei cartelli e dello Stato che hanno portato alla cifra mostruosa di oltre centotrentaquattromila desaparecidos.

È precisamente in questo scarto tra immagine ufficiale e realtà materiale che si collocano le mobilitazioni esplose negli ultimi mesi in Messico: manifestazioni di lavoratori, proteste contro gli sfratti, movimenti urbani e collettivi artistici hanno denunciato come l’evento mediatico-sportivo sia acceleratore di processi già radicati nella profondità delle relazioni neoliberali tra centro e periferia, come, ad esempio, l’espulsione delle classi popolari dai quartieri centrali, la privatizzazione dello spazio urbano e della natura, la trasformazione della città in dispositivo spettacolare destinato al consumo turistico-mediatico globale.

Non si tratta soltanto di mere proteste contro il calcio, dato che lo sport è qui il punto di condensazione simbolica di dinamiche molto più ampie. In questo senso, il mega-evento appare come una gigantesca macchina di produzione immaginaria, un dispositivo capace di riscrivere simbolicamente la città e il continente latino-americano secondo le esigenze dello spettacolo globale, dei capitalismi locali e internazionali e dello Stato, sulla scorta di quanto accaduto con i Mondiali di Videla del 1978 in Argentina o, per andare ancora più indietro nel tempo, con le Olimpiadi di Berlino del 1936. La contraddizione è evidente: mentre il patrimonio simbolico mesoamericano viene incorporato dentro il marketing sportivo planetario, gli eredi concreti di quelle civiltà continuano a subire espropriazioni territoriali, violenza economica e marginalizzazione politica. La cultura indigena viene, sì, inclusa nella narrazione, ma solo come immagine svuotata, dato che le viene impedita la trasformazione in soggetto storico.

È proprio contro questa estetizzazione – in fin dei conti “coloniale”, nel senso di Fanon – che si muovono molte pratiche performative emerse negli spazi urbani messicani negli ultimi mesi e che hanno il sapore del détournement. Murales, stencil, poster e interventi visivi hanno trasformato le pareti della città in archivi di contro-memoria in cui simboli ufficiali del torneo vengono sabotati, deformati o risignificati: palloni che diventano manganelli, stadi trasformati in dispositivi di sorveglianza, loghi FIFA associati alla speculazione immobiliare e alla violenza poliziesca, trofei che diventano immagini di morte. Particolarmente significativo è il lavoro sugli immaginari di Vlocke Negro, artista visuale che, con le sue operazioni di brandalismo, sabota simbolicamente gli immaginari commerciali e pubblicitari (si pensi ai lavori comparsi contro le politiche della Coca-Cola lesive di ambiente e indigeni, ma si pensi anche alla trasformazione dei calciatori della nazionale messicana da divi sportivi in eroici militanti dell’Ezln). Se il marketing ufficiale riduce le culture originarie e antagoniste a folklore turistico, l’arte di strada restituisce, invece, centralità politica ai corpi “spossessati”, collegando le lotte territoriali delle periferie e le mobilitazioni urbane alle nuove forme di precarizzazione neoliberale.

In questo quadro assume un’importanza decisiva il recente comunicato del Capitano Insurgente Marcos, “El amor y el desamor según el fútbol”. Il testo interviene nel dibattito mondiale sul calcio non per rifiutare il gioco in sé, del resto amato dai messicani e dagli zapatisti, ma per sottrarlo alla sua riduzione a mero momento commerciale. Marcos utilizza il linguaggio calcistico come grammatica politica ed emotiva, trasformando il fútbol in una metafora delle relazioni sociali, dell’appartenenza collettiva e persino del tradimento politico. La forza del comunicato sta proprio nel suo spostamento prospettico: mentre il sistema mediatico globale concentra lo sguardo sugli stadi, sulle celebrità e sulla macchina spettacolare, Marcos suggerisce che ciò che conta davvero accade altrove, al di fuori delle gradinate dello stadio, nei territori marginalizzati, nelle comunità indigene, nelle periferie urbane, negli spazi attraversati dalla violenza economica e dalla resistenza collettiva, negli altrove che sono attraversati da venti di protesta che, però, vengono elisi dall’occhio e dal racconto dei media tradizionali.

Il problema non è semplicemente che il capitalismo si appropri di determinati simboli culturali, ma che questi vengano separati dalle condizioni materiali e politiche dei soggetti che li hanno prodotti. Le culture indigene diventano, allora, repertorio estetico globale, mentre i popoli originari reali vengono resi invisibili. Da questo punto di vista, il Mondiale 2026 rappresenta una perfetta incarnazione della “società dello spettacolo” di Debord. Lo spettacolo non è soltanto accumulazione di immagini, ma organizzazione politica della percezione: attraverso il mega-evento calcistico il capitalismo globale costruisce una rappresentazione armonizzata del mondo, neutralizzando temporaneamente il conflitto sociale dentro la coreografia seduttiva della festa globale.

Quanto accaduto a Città del Messico durante la cerimonia di apertura mette in evidente crisi parte dell’impianto teorico dei “media events” formulato da Dayan e Katz. Il Mondiale in corso di svolgimento, a dispetto di quanto scritto dai due, non sembra aver prodotto alcuna sospensione rituale delle tensioni politiche attraverso la sincronizzazione di milioni di telespettatori attorno a un’esperienza emotiva condivisa. Ciò che, fatalmente, è stato sottovalutato è la possibilità che si manifestassero contro-eventi, contro-narrazioni e pratiche di resistenza dai margini della macchina spettacolare. Il capitalismo digitale contemporaneo non riesce più a eliminare il conflitto attraverso la sincronizzazione spettacolare, ma moltiplica gli spazi di frattura ed è precisamente lì che si collocano le proteste messicane e tutte le pratiche di disturbo simbolico che interrompono la continuità narrativa del mega-evento globale per riportare dentro lo spazio pubblico ciò che lo spettacolo tende a elidere (povertà, colonialismo, sfruttamento, razzializzazione e conflitto territoriale).

In questa prospettiva, il Mondiale è molto più di un evento mediatico-sportivo: esso diventa spazio di lotta per il controllo dell’immaginario collettivo che vede contrapposti, da una parte, le istituzioni sportive, mediatiche e commerciali che tentano di costruire una immagine pacificata, folklorizzata e pienamente integrata del mondo dentro il capitalismo globale e, dall’altra, movimenti sociali, collettivi artistici e soggetti antagonisti che rivendicano il diritto di raccontare una storia alternativa, fatta nei territori sfruttati, nelle periferie urbane, nelle comunità indigene e nelle resistenze popolari.

Riferimenti bibliografici
G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini e Castoldi, Milano 2013.
D. Dayan; E. Katz, Le grandi cerimonie dei media. La storia in diretta, Baskerville, Bologna 1993.
F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 2007.
F. De Parrez Gómez, Poéticas de resistencia: Arte zapatista, estética y decolonialidad, CIESAS – Cátedra Jorge Alonso Universidad de Guadalajara, Guadalajara 2022.

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