«Due cose riempiono l’animo di ammirazione», scriveva Immanuel Kant, «il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me» (2017, p. 341). Ma al momento il cielo stellato sopra di noi è trapunto di satelliti spia, ed è molto probabile che l’ultimo astro che avete fissato nel buio della notte stringendo per mano la vostra fidanzata o il vostro ragazzo fosse uno dei diecimila astri artificiali di Elon Musk.

Li possiede e li gestisce la sua società Starshield, che li ha lanciati in orbita negli ultimi due o tre anni nel solco del precedente progetto Starlink. Ognuno è carico di sistemi di tracciamento, di riconoscimento audio e video, di intercettazione antimissile. La difesa americana dipende largamente da quella rete satellitare, e già questo basterebbe a giustificare una domanda parecchio istruttiva. In che senso quella difesa è americana? Ma recentemente anche il Regno Unito ha manifestato l’intenzione di abbonarsi al servizio offerto dal megamiliardario sudafricano-americano. A breve, non un solo millimetro quadrato di superficie terrestre sfuggirà alla presa di quelle diecimila stelle informatizzate, il cui numero è del resto destinato a crescere di mese in mese. Nulla resterà ignoto alla grande macchina che registra e manipola quel che accade quaggiù, gesto umano o evento naturale, ronzio d’ape, goccia di pioggia, polline vagante di fiore in fiore.

Decisivo è però il fatto che quella distinzione che abbiamo appena usato tra gesto umano, azione animale, evento naturale, andrà svuotandosi di ogni significato. Non solo tutto sarà rilevato o tutto sarà rilevabile. Il punto è che tutto sarà rilevante. Che tutto sarà rilevante significa che tutto sarà correlabile con tutto, che il sistema registrerà cose che non avremmo mai potuto registrare e soprattutto che non avremmo mai pensato di registrare. E accosterà quelle cose ad altrettante cose che non avremmo mai potuto accostare e pensato di accostare loro. Il concetto stesso di cosa diventerà obsoleto, come si ama dire. Non ci saranno più quelle entità che siamo soliti chiamare oggetti, per quegli occhi che nulla riconoscono e per quelle orecchie che nulla ascoltano, ma tutto sezionano secondo minutissime linee di frattura e tutto collegano ad altre minutissime linee di frattura secondo criteri di pura concomitanza statistica.

Saremo sovrastati, insomma, da un cielo di sublime intelligenza nel senso che quell’intelligenza sarà libera da paraocchi, priva di qualsiasi griglia di lettura, ignara di corsie preferenziali, digiuna di ogni preliminare catalogazione del mondo. Il mondo diventerà una polvere di frantumi infinitesimali, e tra certe nuvole di frantumi e certe altre nuvole di frantumi si potranno istituire e trasformare in ogni istante correlazioni totalmente spregiudicate. Sogno interamente realizzato, o quasi interamente realizzato, di un’infinita plasticità dell’universo, interamente conoscibile e anzi interamente autoconoscentesi, interamente organizzabile e anzi interamente autoorganizzantesi. Dico autoconoscentesi e autoorganizzantesi, perché il sistema, almeno nel suo assetto ideale, non prevede alcun senso, non prevede alcun punto di vista superiore ad altri, non prevede alcun privilegio epistemico. La sua forza sta, anzi, nel fare di ogni frammento un possibile punto di vista su tutti gli altri, e simultaneamente un possibile punto visto da tutti gli altri.

Siamo giunti al grado definitivo del disincanto del mondo? Vale la pena ricordare che il termine tedesco da cui deriva tutto il dibattito sul disincanto significa più che disincanto smagicizzazione. Così dovrebbe suonare una traduzione letterale del termine usato da Max Weber nel suo saggio La scienza come professione, il termine Entzauberung. E infatti Zauber è la magia, Zauberer è il mago. Quella che chiamiamo solitamente La montagna incantata, il capolavoro di Thomas Mann, si intitola in tedesco Der Zauberberg, cioè La montagna magica, come suona nella recente splendida ritraduzione di Renata Colorni. E che cos’è magia? Magia non è altro che l’idea che sia possibile un’azione a distanza, un’influenza tra cose che non si toccano ma per qualche motivo si somigliano, una universale possibilità di risonanza per cui ogni cosa, tramite opportune manipolazioni, può toccare ogni cosa e al limite risolversi in ogni altra cosa.

Guardiamo il problema anche a rovescio. Magia è l’idea che sia possibile un’azione tra cose che sembrano trovarsi a distanza, per il semplice motivo che quelle cose che sembrano trovarsi a distanza non si trovano davvero a distanza. Chi vede le cose in verità, cioè il mago, è un mago nel senso che sa ritagliare il mondo secondo tutt’altre linee e tutt’altre categorie, sa disporre gli oggetti entro un altro sistema di rapporti, sa vedere un altro genere di spazio nel quale le vecchie cose sono come smembrate, decompattate, frammentate, e ricompattate secondo altre linee di affinità, riassemblate secondo la geometria di nuovi oggetti. È questa la magia di cui è detentore il mago. Fa sì che quel che risultava lontano risulti vicino, quel che sembrava dissimile diventi somigliante, quel che appariva estraneo si riveli identico.

Il contrario del mago, cioè il tecnico, chiamiamolo così, è qualcuno che si muove senza mai sgarrare nello spazio già istituito. È un diligente amministratore del sistema di rapporti vigente, un fedele custode delle cose ricevute e dei saperi che Thomas Kuhn chiamava normali, opponendoli a quelle che introducono nuovi paradigmi, e che chiamava rivoluzionari. Per il tecnico il mondo è già stato catalogato, e anzi è stato catalogato da così tanto tempo che la catalogazione non gli appare più come una catalogazione, ma come l’ordine della natura o la volontà di dio. È per questo, per inciso, che non c’è essere così naturalista e così teologico come il tecnico. Ed è per questo che il tecnico non avverte in alcun modo quella sensazione che per il mago è invece l’evidenza di ogni evidenza e lo strumento di ogni strumento. Cioè il mana, su cui Lévi-Strauss ha scritto cose definitive nel suo geniale saggio su Lo stregone e la sua magia. Ciò che il mago avverte è che al fondo di ogni catalogazione del mondo insiste un mondo scatalogato, uno strato caotico passibile di infiniti ordinamenti.

Uno dei grandi pensatori del secolo scorso, forse il più grande di tutti, Henri Bergson, aveva dismesso abbastanza rapidamente l’abitudine di pagare l’omaggio rituale della filosofia ai luoghi comuni del suo tempo, che opponevano i successi di un’impresa scientifica in rapidissima espansione all’incanto del mondo di ieri e al meraviglioso misticismo degli antichi. Il testamento filosofico di Bergson si intitola Le due fonti della morale e della religione e nelle ultime pagine contiene una sentenza che non è ancora stata meditata a sufficienza. Bergson dice che la mistica del nostro tempo non è da cercare altrove che nell’impresa scientifica, che proprio le scienze e le tecnologie sono il modo in cui la nostra cultura ha realizzato quella possibilità di mettere in risonanza ogni cosa con ogni cosa, che la mistica aveva da sempre immaginato e con i mezzi di volta in volta disponibili aveva tentato di produrre. 

Mistica significa infatti che tutto è in tutto, non però in una confusione pantagruelica, ma anzi in un continuo riordinarsi di relazioni che germogliano incessantemente e incessantemente si trasformano transitando le une nelle altre. La mistica non è infatti un contemplare cose eterne ma un partecipare all’eterno generarsi delle cose insieme alle loro relazioni e agli spazi che le concretizzano. Sarebbe difficile spiegare in poche righe perché Bergson pensi che proprio quelle che oggi chiamiamo le tecnoscienze realizzino il progetto antichissimo della mistica, ma possiamo arrivarci passando per quella strana scorciatoia che ci è offerta da Starshield. Che cosa c’è, infatti, di mistico nell’idea di Starshield se non la promessa che ogni cosa potrà essere messa in rapporto con ogni cosa, che ogni oggetto potrà essere segmentato in infiniti modi e che ogni nuvola di frammenti risultanti potrà trovare una qualche correlazione con altre nuvole di frammenti?

Starshield, che ovviamente non è pensabile senza intelligenza artificiale, e che anzi ne è l’ovvia premessa e insieme l’ovvio compimento, è un’enorme macchina che alimenta l’immenso  deposito dei cosiddetti big data, e trattare i cosiddetti big data significa rinunciare a chiedersi se tra una prima cosa e una seconda cosa ci sia un rapporto di causa e di effetto, se cioè quella prima cosa e quella seconda cosa stiano dentro uno stesso spazio-tempo, se quella prima cosa e quella seconda cosa continuino a essere ciò che sono per più di un nanosecondo. Significa rilevare la pura concomitanza tra quella prima cosa e quella seconda cosa, anzi la pura concomitanza tra un qualche tratto della prima cosa e un qualche tratto della seconda cosa, posto che quei tratti si possono indefinitamente individuare, moltiplicare, liberare dalle cose convenute, estrarre dalle oggettivazioni abituali, aggregare secondo nuovi punti di addensamento, far migrare nuovamente verso nuove condensazioni. Forza della stupidità di quelle stelle sensibilissime, creatività del loro sublime non capir nulla ma rilevare tutto, efficacia della loro abissale ignoranza e della loro conseguente onniscienza.

Il fatto che tutto questo ci sembri agghiacciante non deve suonare come un’obiezione all’ipotesi bergsoniana secondo cui tutto questo sarebbe la magia che oggi ci è dato sperimentare, la mistica che il nostro mondo è sul punto di realizzare. Non dimentichiamo infatti che quando il mondo era magico, era mistico, era incantato, era anche un posto parecchio disumano. E lo era se non altro perché, in quel mondo, l’umano, comunque lo si voglia definire, non poteva aspirare a essere molto più che un oggetto tra gli altri, un essere qualsiasi tra infiniti esseri qualsiasi, consegnato come ogni altro all’implacabile funzionamento della macchina cosmologica. È per questo che il disincanto poteva suonare un secolo fa come un grande problema ma anche come una soluzione, e che oggi il reincanto del mondo può suonare come una soluzione ma anche come un grande problema.

Il punto è un altro. Se c’è un’obiezione all’ipotesi bergsoniana, se c’è da qualche parte un potere che frena il nostro firmamento informatizzato dal portare fino in fondo l’equazione macchina cosmologica=intelligenza autoorganizzativa, non è affatto il suo essere inumano, ma semmai il suo essere ancora umano troppo umano. Quel cielo integralmente privatizzato ha un proprietario con nome e cognome, la spontanea proliferazione della sua intelligenza è in ogni istante coartata entro i binari che gli fanno più comodo, e i suoi algoritmi disegnano sempre lo stesso universo arcinoto anziché gli infiniti mondi che potrebbero verosimilmente tratteggiare. I soliti pifferai, prezzolati o spontanei che siano, ci inducono ogni giorno a discutere se la grande macchina sia intelligente o meno, e noi a bearci della nostra risposta negativa e del nostro imbelle umanismo. Dovremmo piuttosto chiederci: di chi è oggi l’intelligenza, chi ha brevettato nell’indifferenza generale il mana dei mondi?

Riferimenti bibliografici
H. Bergson, Le due fonti della morale e della religione, Laterza, Bari-Roma 2020.
I. Kant, La critica della ragion pratica, trad. it. di V. Mathieu, Bompiani, Milano 2017.
C. Lévi-Strauss, Lo stregone e la sua magia, in Antropologia strutturale, Il Saggiatore, Milano 2015.
M. Weber, La scienza come professione. La politica come professione, Einaudi, Torino 2004.

Share