La rivolta armata che ha travolto, in una versione distopica, la capitale francese fa da sfondo a Un peu avant minuit, film di Nicolas Pariser presentato in concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia. Il protagonista è Léo, un uomo di quarantanove anni costretto a trattenersi una settimana a Parigi in seguito al rinvio della sua partenza per l’Italia. Il viaggio ha lo scopo di sbrigare alcune pratiche ereditarie dopo la morte del padre – mai conosciuto in vita – e di cogliere l’opportunità per incontrare la sorella Giulia. L’eredità più complessa e ingombrante lasciatagli dal padre è però quella sentimentale: Léo è infatti nato da una relazione clandestina durata solo pochi mesi, che tuttavia l’uomo, negli ultimi anni di vita, ha ricordato come quella con il suo unico vero amore.

Léo non sa bene cosa pensare delle dichiarazioni del padre, visto che nel resoconto della madre questa relazione è sempre stata minimizzata. Per capirci qualcosa, l’uomo intraprende una passeggiata riflessiva insieme alla figlia diciannovenne Emma, un’attivista che, come tante donne della sua età, ha le idee molto chiare sull’amore: secondo la giovane, questa storia è un classico esempio di oggettificazione e idealizzazione della figura femminile da parte del nonno, il quale ha privato la nonna della possibilità di fornire la propria versione dei fatti. Questa è la prima di molte passeggiate che sono al centro del film di Pariser, in cui Léo ascolta la figlia e altre donne del suo passato spiegargli a lungo e nei dettagli cosa abbia sbagliato in amore: le sue colpe sono tante, tanto evidenti per le donne quanto insidiose per chi le ha vissute in prima persona.

Il periodo messo in esame risale a vent’anni prima, quando Léo era uno studente universitario e, insieme ad alcuni amici, aveva deciso di fondare una rivista culturale. Sebbene il gruppo fosse sempre circondato da ragazze più giovani, queste venivano relegate a mansioni di supporto o considerate semplici destinatarie di attenzioni sessuali. La sola eccezione era Tina, l’unica donna a scrivere per il giornale, descritta come molto bella e della quale Léo era innamorato. A sentire la prospettiva delle donne, che a distanza di anni decidono di prendere la parola per dare il proprio resoconto dell’accaduto, l’ambiente della rivista sembra corrispondere a quello che la filosofa francese Monique Wittig definisce «pensiero eterosessuale»: le donne non hanno valore come soggetti autonomi, ma acquistano significato solo in funzione della relazione con gli uomini, la quale ne condiziona la posizione all’interno della cultura patriarcale (2019). In un contesto in cui la città appare divisa tra sommosse popolari represse dallo Stato e accuse di violenza o molestie rivolte agli uomini della sua stessa generazione, la colpa di Léo sembra essere soprattutto quella della mediocrità: il non aver mai preso una posizione netta, non aver mai lottato per il suo amore verso Tina e non aver compreso quanto il sistema di cui beneficiava fosse intrinsecamente ingiusto.

“Uomini e donne si sono amati poco e male”, dice la moglie di uno degli amici di Léo, e ciò ha portato il genere femminile a disertare il desiderio. L’accusa rivolta continuamente al genere maschile assume una forma ambigua, e proprio per questo aperta, all’interno del film. Inizialmente le donne sembrano ripetere gli stessi slogan (“i tempi erano diversi e noi lo abbiamo accettato”, “eravamo carne fresca”, “non c’era nessuna cultura del consenso”), frutto di un processo di autodeterminazione che ha portato alla rivalutazione di una serie di esperienze soggettive ma sistematiche. La ripetitività di tali discorsi sembra indicare un atteggiamento distaccato rispetto al vissuto narrato, una vittimizzazione senza via d’uscita e una mancanza di conciliazione futura fra i sessi.

A questa apparente direzionalità a senso unico del discorso contribuisce l’assenza di flashback: tutto sembra indicare che non spetti allo spettatore giudicare ciò che è veramente accaduto né stabilire le reali colpe di Léo, bensì riflettere insieme al protagonista sulla validità morale e politica di quanto espresso. Degli anni della rivista, infatti, non si vede altro che una reinvenzione immaginifica da parte di uno degli amici del protagonista, François, divenuto un importante produttore di media che decide di girare una serie dedicata al loro vecchio gruppo; persino in questo contesto sarà la giovane attrice incaricata di interpretare Tina a sottolineare la nostalgia per quegli anni di impunità maschile insita nel progetto.

L’ambiguità della sceneggiatura non finisce qui. Sebbene sembri essere in atto una sorta di caccia alle streghe al contrario (con un chiaro riferimento, espresso dal regista stesso, al movimento #MeToo), tutte le donne del film sono pronte a prendere per mano il protagonista, ad accompagnarlo in un pranzo elegante e a conversare con lui fino a tardi, cancellando ogni impegno pur di dedicargli la propria totale attenzione. Che questo desiderio soppresso non trovi un’espressione concreta nel presente è quanto viene rimarcato anche nel finale. Giunto infine a Ferrara, Léo riceve dalla sorella le lettere che la madre aveva inviato in risposta alle continue sollecitazioni del padre defunto. In questi scritti la donna ammette che la sua versione dei fatti non corrispondeva alla verità dei propri sentimenti: solo in vecchiaia ha compreso di aver ricambiato con la stessa intensità l’amore del padre di Léo, pur consapevole che ammetterlo l’avrebbe resa schiava di quel legame. Non vi è dunque alcuna esclusione da parte di un femminile che ha assunto il potere, quanto piuttosto un’esasperata sottrazione a uno stato di subordinazione e la paura profonda di affidarsi all’altro. Una volta riconosciuto che l’amore è anche un rapporto di forza – l’incontro tra due soggettività modellate da un sistema di dominazione e sfruttamento –, la dimensione interpersonale si rivela forse l’unico spazio residuo in cui possa avvenire una reale negoziazione nel mondo presente. La «demoralizzante specificità» del sentimento amoroso risiede proprio nella concretezza dei fatti materiali, capaci di demolire ogni ideale romantico o astratto per metterci di fronte all’unica forma d’amore possibile: quella calata nella realtà (Long Chu 2024).

Così, sebbene durante le passeggiate parigine sembrino essere le donne a guidare Léo con passo sicuro, resta incerta la direzione verso cui stiano camminando. Mentre la città brucia, si insinua un interrogativo fondamentale: abbiamo davvero un’idea di dove andare e, soprattutto, ci va ancora di camminare insieme?

Riferimenti bibliografici
M. Wittig, Il pensiero eterosessuale, ombre corte, Bologna 2019.
A. Long Chu, A Lover’s Theory of Marxism, in “Vulture”, 20 settembre 2024.

Un peu avant minuit. Regia: Nicolas Pariser; sceneggiatura: Nicolas Pariser; fotografia: Julia Mingo; montaggio: Christel Dewynter; interpreti: Melvil Poupaud, Chiara Mastroianni, Anaïs Demoustier, Golshifteh Farahani, Léonie Simaga, Clara Pacini, Micha Lescot; produzione: Bizibi, Dimanche Soir; distribuzione: Pyramide International; origine: Francia; durata: 111′; anno: 2026.

Tags     MeToo, Venezia 83
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