I Large Language Models sono solo una delle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale, sebbene abbiano monopolizzato la discussione sulle trasformazioni che le tecnologie digitali produrranno sulla nostra società. Per comprendere cosa minacci il sapere umanistico è utile accedere alle fonti primarie dell’invenzione dell’IA. Tale progetto ha attraversato molte fasi, ma deve la sua origine a due pionieri, ancora prima dell’invenzione del termine avvenuta nel 1956: Norbert Wiener e Alan Turing.
Nel 1948 Wiener pubblicò un testo sulla Cibernetica, quella disciplina transdisciplinare, il cui interesse principale consisteva nel modellare la relazione tra agenti e ambiente, indipendentemente da se si trattasse di soggettività organiche o inorganiche. La tesi, trasversale a scienze umane e dure, sosteneva l’impossibilità di una netta distinzione tra organico e inorganico. Le relazioni tra agenti, e tra agenti e ambiente era modellata nella forma della comunicazione e del controllo, un tipo particolare di comunicazione che richiedeva il feedback sull’esecuzione della richiesta.
A cavallo tra mimesis e relazione potremmo anche collocare il contributo di Alan Turing che, tra la seconda metà degli anni Trenta e i primi anni Cinquanta fornisce due strumenti fondamentali per lo sviluppo del computer e poi dell’intelligenza delle macchine. Il primo contributo consiste nell’invenzione di un dispositivo mimetico: la Macchina di Turing, un agente artificiale e astratto che simula ogni processo di calcolo, inteso come una qualsiasi manipolazione simbolica, e costituisce così una nozione più generale del concetto di algoritmo, priva della componente incorporata e contingente. Il secondo contributo di Turing è l’invenzione di un metodo, ancora una volta mimetico, che sostituisce l’attribuzione di pensiero. Immagina che la nozione di intelligenza sia epistemicamente relazionale e che si possa riconoscere solo proiettando sull’agente artificiale alcune capacità umane, in particolare la reattività in una conversazione. Mi riferisco al gioco dell’imitazione, pubblicato in un articolo del 1950 Computing machinery and intelligence.
Turing e Wiener offrono due anime dell’intelligenza artificiale, tutte e due profondamente relazionali e capaci di produrre in tutti gli attori implicati delle metamorfosi. A partire da queste due fonti vorrei sostenere una tesi nella quale è impossibile distinguere e separare organico e inorganico, oppure umanistico e scientifico e si propone invece discutere della politica delle metamorfosi in corso e di come orientarle verso un progresso collettivo e non oligarchico.
Identificare l’umanesimo come prodotto dell’umano senza il contributo di una tecnologia artificiale sembra inadeguato. La scrittura che riteniamo parte integrante dell’umano e il linguaggio che ne costituisce una specie di seconda natura, si possono interpretare come tecniche di soggettivazione. Seguendo le posizioni di Bernard Stiegler, a sua volta inseguitore delle tracce di un paloantropologo come André Leroi-Gourhan e della linea che passa da Jacques Derrida attraverso Gilbert Simondon e poi attraversa altri studiosi della grammatizzazione, come Sylvain Auroux, dubitiamo della possibilità di una definizione ontologica della soggettività umana.
Il Sapiens è l’insieme delle sue tecniche per entrare in relazione con il mondo esterno, dilazionando la sua fine il più possibile, garantendo la sopravvivenza della specie attraverso alcune tecniche di trasmissione ed esternalizzazione della conoscenza che permettono a chi succederà di non ricominciare sempre tutto da capo. Come suggerisce Joseph Weizenbaum, tutte le tecniche sono anche degli strumenti didattici perché contengono non solo l’innovazione, ma anche la possibilità di trasmetterla alle generazioni successiva.
Se non esiste una stabile soggettività ontologica umana, allora le tecnologie dovrebbero essere considerate contributi ai processi di soggettivazione. L’uso di strumenti e sistemi tecnologici ci rende più forti e più in grado di sopraffare gli eventuali nemici, ma può farci perdere di vista alcune esternalità importanti. Macchina a vapore, rivoluzione industriale, produzione di massa, potrebbe produrre il riscaldamento globale e rendere più faticoso sopravvivere sulla terra, e aldilà delle narrazioni sullo spazio da conquistare non abbiamo un pianeta B. Alcune di queste tecniche, cioè, generano contraddizioni tutte politiche, sia relativamente alle relazioni umane che all’uso delle conoscenze sull’atomo.
Abbattere la barriera tra organico e inorganico può avvenire in tanti modi diversi: immaginando che gli esseri viventi non siano altro che macchine di cui ancora non conosciamo nei dettagli il programma, immaginando che le macchine possano essere guidate da un processo teleologico, proprio come i viventi e questo le renderebbe imprevedibili, o consolidando l’idea di una progressiva ibridazione tra viventi e macchine come nei cyborg della fantascienza. Siamo tutti un po’ cyborg, considerando tutti i dispositivi di cui ci serviamo per vivere, dagli occhiali al botox, dai telefonini, ai dispositivi wearable, ai pacemaker, o ai lettori di glucosio incorporati.
Le tecnologie sono un prodotto degli esseri umani, senza persone che li progettano li realizzano ci lavorano per ottimizzarli non avremo nessun Large language model. Paradosso vuole che se le persone smettessero di scrivere e di produrre testi oggetto dell’addestramento dei sistemi generativi i sistemi peggiorerebbero le loro capacità fino ad implodere. Distinguere tra macchinico (che è il prodotto di un esercito di persone a livello basso e alto) e umano (che è intensamente intessuto di dispositivi artificiali) sembra essere difficile e forse senza senso.
La soggettività umana e le sue prerogative sono costantemente in divenire. Come ricercatori dovremmo concentrarci non tanto sull’umanesimo in sé, ma su quali siano le caratteristiche e le capacità cognitive psichiche ed emotive da conservare per comprendere, proteggere e democratizzare il nostro spazio. Una delle caratteristiche più preziose delle discipline umanistiche è proprio ciò che le rende inadeguate a una trattazione computazionale coerente: la mancanza di una risposta universale ai problemi, l’essere situati, e il pluralismo delle prospettive e delle soluzioni, la ricerca di dare voce agli esclusi, agli espulsi, ai marginalizzati.
La delega di operazioni, decisioni e produzioni alle macchine potrebbe condurre a una perdita di potere sul mondo da parte di coloro che non sono in controllo delle macchine, inoltre si può dimostrare che se le macchine assorbono la nostra instabilità attraverso i meccanismi probabilistici, sono piene di falle, di incertezze e falsità, proprio come gli esseri umani che mimano. Abbiamo bisogno di strategie per contrastare la proletarizzazione causata da un affidamento progressivo alle capacità di sistemi, controllati da un gruppo ristretto di persone, che si vantano di essere senza regole e di non rispondere a nessuna istituzione pubblica. Quando i grandi potentati della Silicon Valley investono nelle ricerche sulla longevità, o peggio in quelle eugenetiche su come produrre “best babies”, stanno esercitando un’attività fin troppo umana: costruire spazi dove separare pregiudizialmente dominanti e dominati. Lo fanno attraverso l’invenzione di sistemi tecnici, ma i loro obiettivi sono politici, umani e irricevibili.
Sarebbe liberatorio separarsi da quella parte dell’umanesimo che si vuole separare dal resto del mondo. Non vedo un conflitto tra umanesimo e tecnologia, vedo piuttosto uno scontro su quale umanesimo stiamo conservando attraverso quali tecnologie. Yuk Hui, filosofo di Hong Kong, formato in Europa, suggerisce la necessità di una diplomazia epistemica che analizzi le macchine come strumenti, protesi e non come sostituti degli esseri umani.
Non abbiamo bisogno di difendere l’umano e l’umanesimo come qualcosa di dato che stiamo perdendo, ma immaginare il ruolo politico delle macchine rispetto ai processi di individuazione psichica e collettiva e a come reinternalizzare le caratteristiche che ci servono per vivere bene in un mondo senza barriere tra organico e inorganico, evitando che le persone molto potenti che si vantano di poter esercitare la violenza, attraverso le macchine siano in controllo della società. Come difendere il mondo organico dalla violenza di alcuni sistemi inorganici, ibridazioni di persone prepotenti? Come riuscire nella tempestiva destituzione della divisione tra le due culture, già stantia nel 1959, quando fu messa a tema da Charles Percy Snow e ormai del tutto irricevibile?
Quali metamorfosi possiamo attraversare per conservare quelle caratteristiche umane che vogliamo traghettare attraverso le mutazioni delle tecniche di esternalizzazione della nostra capacità di memoria? Alcune delle qualità da salvare sono solo il prodotto di altre tecnologie, come la lettura a bassa voce, che ha contribuito a costruire l’interiorità. Sarebbe utile avere tecnologie per tutelare le nostre fragilità e non per usarle come una clava contro di esse. La domanda di ricerca non dovrebbe essere se le macchine abbiano coscienza, come fa un articolo del centro di ricerca di Anthropic dal titolo Verbalizable representations form a global workspace in language models, ma come facciamo a proteggere la nostra capacità di pensare, di immaginare come convivere, condividere e cooperare, per allontanare la fine delle nostre relazioni sociali e di quelle con le risorse materiali del pianeta.
Riferimenti bibliografici
W. Gurnee, N. Sofroniew, A. Pearce, et al. Verbalizable Representations Form a Global Workspace in Language Models, in “Transformer Circuits Thread”, 2026.
Y. Hui, Machine and sovereignty. For a planetary thinking, University of Minnesota Press, Minneapolis 2024.
C. P. Snow, Le due culture, Feltrinelli, Milano 1964.
B. Stiegler, Platone Digitale, Mimesis, Milano 2015
A. M. Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, a cura di D. Marconi, Einaudi, Torino 2025.
J. Weizenbaum, Il potere del computer e la ragione umana, Edizioni Gruppo Abele, Milano 1987.
N. Wiener, La Cibernetica, Bollati Boringhieri, Torino 1968.
*Immagine in copertina: Neil Harbisson, ottobre 2012. Fotografia di Dan Wilton/The Red Bulletin, via Wikimedia Commons, licenza CC BY 2.0. Immagine ritagliata e sottoposta ad aumento digitale della risoluzione.