Ogni volta, a ogni nuova raccolta, la poesia di Eugenio Mazzarella attinge un livello più alto delle precedenti.
Che cosa significa “più alto”? Tante cose. Significa anche che diventa una poesia sempre più scabra, sempre più essenziale, eppure abitata da interi mondi di materia e di psiche. Mondi che si moltiplicano convergendo però su alcune direzioni sempre più chiare, sempre più precise, sempre più fondanti. L’itinerario, il sentiero, la strada che conduce verso questi mondi sono segnati da un intenso dolore, a volte lancinante, sempre però ordinato. Quel “mondo ordinato”che dava il titolo a una silloge del 1999 (edita da Palomar) ha preso negli anni una forma antica e sempre viva, la forma di uno dei libri dell’Antico Testamento dove non compare il nome di alcun Dio, il Qohélet. E in questo modo Mazzarella compie e disegna un percorso dentro la lama del dolore umano che ne tocca il filo, si ferisce ma ogni volta guarisce e rinasce.
Esplicito è il riferimento a uno dei versi più noti del Qohélet, lo Havèl havalím che Guido Ceronetti traduce giustamente non vanità delle vanità bensì fumo di fumi e polvere di polvere. Formula quest’ultima che appare in una poesia di questa raccolta dal titolo Nel porto delle ceneri, nella quale «lasciata con calma la mia nave […] / Solo quasi un momento / Un attimo alla fine / Polvere di polvere» (Mazzarella 2026, p. 144).
La polvere che siamo, la polvere che la materia è e nella quale dunque consiste l’universo intero, dà il titolo stesso alla raccolta ed è la conclusione di una poesia che ha come titolo È tutto ingiusto; questi sono gli ultimi tre versi: «Sarà. Ma io cerco ancora. / Alzo i fogli. Sposto libri. / Almeno sposto la polvere» (ivi, p. 64).
La polvere, il fumo, il vuoto, ritornano come dimensione materica, insieme interiore e cosmica, come «nostra polvere sospesa» (ivi, p. 87), la quale «ancora non si vede» (ivi, p. 89) ma che vince alla fine e in ogni istante. Perché il tempo e l’esserci costituiscono la struttura nella quale «Tutto si fa polvere / Di ciò che è stato vivo. / Eppure, pietà vuole / Che si accudisca / Al bruciato dolore delle cose» (ivi, p. 90). La poesia di Mazzarella è questa cura verso il «pulviscolo abbuiato» (ivi, p. 127) dei viventi che abitano sul confine di un «sentirsi nulla» (ivi, p. 13) dentro «le pareti liquide del niente» (ivi, p. 68).
La domanda del Qohélet, la domanda del biblico Mazzarella (una sezione del libro porta come titolo Giobbe minore), è l’interrogativo sul senso, sul significato, sull’«anima che non regge niente / Dondola spezzata / In gesti senza senso […] / Ma perché?» (ivi, p. 9). La risposta è anche leopardiana, poiché allo stesso modo del poeta della Natura e dell’Islandese, Mazzarella può dire «questo mondo di ghiaccio so cos’è»; sa in che cosa consiste questa «terra invetriata nei suoi ghiacci» (ivi, p. 7); di tale mondo gelido conosce «la verticale chiusa del silenzio (ivi, p. 95); ha sperimentato tante volte l’amore che «è una strana cosa / Distrutta nelle lacrime / Una pietra nel cuore che si scioglie» (ivi, p. 22) e del quale sa descrivere in modo stupefacente, intimo e oggettivo l’orgasmo come esperienza totalmente sensuale e insieme profondamente interiore. Lo fa in un Dittico sull’amore (ivi, p. 101) che è tra i vertici delle sue pagine.
Alla domanda sul perché risponde l’incontro con i morti, un ripetuto appuntamento che scandisce e intrama l’intero libro – il fratello bambino Luciano, la madre e il padre, l’amato allievo Nicola – e gli dà il particolare colore di crepuscolo e di serena disperazione. Colore che si raggruma nell’«ultimo osso deposto / Nel magazzino restituito delle cose. / All’alveare dei morti» (ivi, p. 32).
È così profondo il dolore che ne scaturisce da generare persino un dubbio radicale in un poeta filosofo che ha sempre celebrato la potenza, la bellezza, la gloria della nascita: «Le vite, dicono, sono viaggi. Non se n’è mai capita la ragione perché non si potesse non partire» (ivi, p. 105).
Tutto è comunque ordinato. Non c’è contraddizione nell’opera poetica e teoretica di Eugenio Mazzarella. Tutto rimane ordinato nella distanza, nel pathos della distanza, che ci salva, che salva tra gli umani i più sensibili, come inevitabilmente deve essere ed è un poeta del suo valore. Una distanza che diventa assai chiara in un verso che non è indirizzato al lettore ma a se stesso: «Anima divisa dal mondo che fu mio» (ivi, p. 63).
Distanza cosmica e distanza storica. Cosmica «nell’in alto lontano / Il fermo freddo delle stelle / Tanto per decidere / Che non abbiamo parte / A niente» (ivi, p. 143).
Storica nella più splendente delle composizioni di Almeno sposto la polvere, una poesia che porta come epigrafe F. Nietzsche e che così scandisce la sua musica:
Amavano i Greci più di ogni altra cosa
Questa luce del giorno
La viva chiara luce agli occhi
Ma la luce cambia
Come si fa a non saperlo?
E poi loro, che tutto
Avevano visto dell’ingiusto,
Il niente privo di luce
L’abbuio che non risorge
Ma amavano la luce
Più di ogni altra cosa
Come i bambini
Che non hanno ancora capito (ivi, p. 50).
Tutto avevano visto dell’ingiusto i Greci eppure la loro gloria fu di inventare la luce, di essere loro stessi «corpo di luce che fu luce» (ivi, p. 80), una giovane cometa bambina che ancora illumina la nostra notte.
Distanza che emerge infine in alcune accennate ma esplicite dichiarazioni di poetica (parola che non piace all’autore), le quali si muovono tra la convinzione che i poeti sono «gente affezionata dopotutto» (ivi, p. 44). Mazzarella è certamente affezionato al mondo che la propria mente, il cuore, le relazioni, le passioni e la conoscenza hanno edificato nei suoi anni e per cantare i quali ha voluto «darsi una lingua. Parlare che ne senti l’amaro. / Qualche volta la poesia nasce in bocca. / Il cuore non c’entra niente» (ivi, p. 27). Soltanto perché, esattamente e giustamente, il cuore non c’entra niente è possibile compiere il gesto poetico della scrittura, è possibile dire «Disegno la mia disperazione / Uso le mie mani / Scrivo» (ivi, p. 117).
In questo libro splende tutto, splendono la pace, l’amore, il dolore. E splende anche la bellissima copertina di Cézanne: un uomo alla scrivania, circondato da libri e da quella «cartellina / sulla scrivania» che è il suo «oggi» (ivi, p. 37), è il tempo che il poeta Mazzarella ci fa il dono di condividere con noi.
Eugenio Mazzarella, Almeno sposto la polvere, Castelvecchi, Roma 2026.