Prima serie metonimica. 

Roma: un pubblico di 250.000 persone adunate dal nome (e dalla musica) di Ultimo occupa Tor Vergata. 
Altrove: 6 ragazzi, chiusi in uno scantinato a strimpellare sotto l’icona degli Skiantos. 
Intanto, nel centro storico di un paese, altri 6 ragazzi accerchiano e pestano un signore, le cui urla squarciano il cuore della notte; tutto mentre lo riprendono e condividono con il loro “grande Altro” digitale. 
Poco prima, o poco dopo, lo spettro del “Senatùr” si leva sul cielo di Pontida, evocato dal coro “magico” di 400 padani.

Ci sono evidentemente delle cose in comune tra queste scene. Innanzitutto dei numeri, grandi o piccoli che siano, i quali dicono cose più o meno immaginabili, descrivendo degli assembramenti di corpi e di suoni più o meno definibili mentalmente ma la cui sommatoria risulta in ogni caso nella celebrazione di icone virtuali e reali. Icone virtuali, perché non possono che essere approssimazioni ideologiche rispetto all’unità empirica del loro referente: l’Ultimo esperito dai bordi della folla non sarà lo stesso di chi ha conquistato la prima fila attendandosi sotto il palco giorni prima. Eppure, anche attraverso i maxischermi non sarà forse meno intenso. E ciò vale analogamente anche per la “community” dei masnadieri che aizzano i loro compari pestatori via whatsapp; così come per Bossi stesso, presente più che mai nell’evento della sua assenza. Nondimeno sono tutte reali, perché quelle stesse icone, oltre a essere dei precipitati storici o dei prestanomi per l’“ideologema” o la moda che veicolano, sono effettivamente degli oggetti concreti. Per esempio, il corpo del cantante è il corpo di una persona, impegnata attivamente nel proprio agire, materialmente coinvolto nel costruire la “molarità” di quello specifico pubblico – e del relativo indotto. Non che debba esserci una coercizione in atto a organizzare la “molecolarità” dei corpi. Anzi. In ciascuno degli esempi, come in molti altri possibili, sono invece un desiderio e un godimento a innescare quelle comunità di “contagiati”. È il principio base delle masse e di un certo modo di analizzarne l’erotismo basilare. Quello di un contagio emotivo o atmosferico, incanalato da un ideale dell’Io collettivo, sia esso “alto” (il leader) o “basso” (il paria). 

Ascari e Cavallari, nel loro libro tratto dall’esperienza di un corso tenuto all’.Input di Bologna nel 2023, ricostruiscono la genealogia di questo modo di intendere il fenomeno delle masse – salvo rovesciarne alcuni degli esiti che hanno spesso costituito l’onta morale associata dalla storiografia a questo termine chiave per le società novecentesche, e per ciò che di novecentesco persiste nella nostra contemporaneità. Freud, Bataille, Ortega y Gasset, Lacan, sono alcuni dei nomi chiave di una costellazione sofferta sul tema di che cosa significhi confrontarsi con «uno dei temi che costituiscono l’assillo trasversale di tutto il pensiero politico moderno: che cos’è che fa di una moltitudine frammentata e disorganizzata di individui un soggetto collettivo unitario, sia esso popolo, nazione, società, gruppo o classe?» (ivi, p. 38). 

Rielaborando il pessimismo antropologico di Hobbes, pensatore figlio delle guerre civili inglesi e «nato gemello della paura» (ivi, p. 44), Freud colse l’elemento libidico implicato dal gioco psicosociale del principio di identificazione con la figura del “capo”; essa è infatti «la prima manifestazione di un legame emotivo con un’altra persona. Essa svolge una funzione nella preistoria del complesso di Edipo» (ivi, p. 50). Risposta ideale al quesito di Rousseau sulla natura dell’atto fondativo del “contratto sociale”, questa dinamica transferale assicura per Freud una difesa sempre fragile rispetto al panico scaturito dall’attenuarsi del legame libidico (omoerotico) della socialità installata su un aspetto del leader: 

È l’allentamento del legame a generare smarrimento e timore. È l’affievolimento di quanto ci tiene reciprocamente in contatto, a sospingere la scomposizione dell’unità collettiva [...] Diremo allora [...] che la massa non è per forza l’antitesi dell’individuo (ivi, pp. 57-59, cors. mio) 

L’identità – garantita dalla compartecipazione transferale alla collettività secondo il contagio emotivo e atmosferico, che nimbano la figura di quello che Hegel avrebbe chiamato forse “individuo cosmico-storico” –, ciò che caratterizza ogni persona-particella del corpo sociale, è allora da intendersi come il risultato di un particolare “arco riflesso”, di un dispositivo di potere in grado di organizzare inconsciamente i corpi secondo il proprio principio operativo. Secondo Bataille, tale principio base sotto il capitalismo sarebbe appunto quello della produzione, cioè dell’efficienza e dell’organizzazione, coadiuvato dall’adorazione del lusso come forma socialmente accettata di trasgressione e dépense (spreco). Tanto per le merci, quanto per gli individui di una data comunità che hanno pertanto bisogno di un soggetto sovrano e di uno abietto. Tutto ciò che sta nel mezzo, “l’omogeneo”, è esattamente la massa. Riprendendo Ortega: 

Massa è l’uomo medio [...] è la qualità comune, è il campione sociale, è l’uomo in quanto non si differenzia dagli altri uomini, ma ripete in se stesso un tipo generico. Nella massa non si riflette dunque soltanto il sentimento passivo di accettazione acritica della propria circostanza, ma il porre fatalisticamente quest’ultima come parametro di riferimento immodificabile di un modo d’essere collettivo (ivi, p. 87)

L’individuo, nella rassicurazione del conformismo e dell’inerzia, si identifica acriticamente in questo ideale dell’Io collettivo: questa è una forma di risposta alla domanda del grande Altro, di quel non si sa chi che richiede incessamente di adeguarsi alla sua ingiunzione di essere non si sa cosa, ma pur sempre di esserlo. Soggettivazione nevrotica e castrante, per il Lacan di Ascari e Cavallari l’uomo-massa è colui che continua a vedere il proprio desiderio come una mancanza da colmare, e non come un eccesso in grado di aprirlo alla propria soggettivazione. Un eccesso di desiderio fatto di sintomi-sinthomi. «Per dirla con Bataille, il sintomo, questa formazione di cui ci vergogniamo, può essere affermato come una forma di dépense improduttiva, una dissipazione imponderata di energia che non ha referenti nel campo dell’Altro, ma che semplicemente c’è» (ivi, p. 121). Sintomi da condividere: lezione sovversiva e rivoluzionaria delle isteriche della Salpêtrière, ma anche del cancan di Jane Avril (ivi, p. 23), e forse anche del concerto di Ultimo. Ecco dunque perché “riabilitare” la massa come modalità di un «noi» collettivo, oggi, può essere una risposta alla sfida della «dominazione del paradigma neoliberale e dell’atomizzazione sociale promossa dall’individualismo proprietario» (ivi, p. 5). 

A partire dalle riflessioni di Ascari e Cavallari, resta però da chiedersi che cosa fare della «massa»-pestatori, della «massa»-“magica” secessionista, e di tutte quelle «masse» critiche altrettanto disindivualizzanti e disidentificanti, anche loro, a modo proprio, sul bordo di un anarchismo libidico, sintomatico e molto più “mobile” di quanto ci si immagina

Ciò che ci preme puntualizzare, sulla scorta di tali riflessioni aperte dal riferimento a Lacan, non è l’indifferenza e la piena sostituibilità tra le diverse forme di identificazione. Quanto va risolutamente messo a critica è l’impianto strutturale stesso di questo dispositivo di cattura, cosa che, svincolandoci dalla tentazione di distinguere tra identificazioni buone e cattive, ci chiede di scoprire che la partita decisiva deve potersi giocare altrove (ivi, p. 108, cors. mio)

Siamo ancora sull’uscio degli spettri novecenteschi. E dunque forse il modo in cui «il divenire-massa deve farsi metodo della nostra resistenza» (ivi, p. 129) deve ancora passare necessariamente per delle identificazioni: identità incarnate, singolari, responsabili eticamente e politicamente di discernere tra identificazioni buone e cattive. Tra sintomi e sinthomi. Un divenire-massa che passi attraverso la soggettivazione capitalista come sua propria necessità storica, che si localizzi su delle scale di praticabilità comunitarie ristrette. In cui il godimento condiviso si scontra corpo a corpo, virtualmente e realmente con il campo d’azione dei propri esiti più immediati. Questo è anche divenire massa. Godere di certi eventi.

P. Ascari, C. Cavallari, Analitica della massa. Nell’infanzia di un presente collettivo, DeriveApprodi, Bologna 2026

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