Un ambasciatore in pensione viene trovato morto, crivellato di colpi di pistola, nella sua abitazione parigina; con lui soltanto la fidata collaboratrice domestica, che lo ha seguito in tutto il mondo per cinquant’anni. In un’infilata di un’ora e venti di nitidi piani medi, statici e ben composti, Pascal Bonitzer riprende le conversazioni di Maigret con le persone coinvolte nel caso. Il suo Maigret, più spigoloso di quanto un lettore di Simenon si aspetti, è il grande Denis Podalydès, apprezzato in tanti film francesi di qualità, che segue le orme di giganti come Jean Gabin.

Con trentacinque interpreti fra piccolo e grande schermo, il commissario Maigret è infatti fra i personaggi letterari più adattati e incarnati, con interessanti varianti locali che vanno dall’Italia agli USA. Restando per un momento ancora sui numeri, Georges Simenon, tra il 1931 e il 1972, ha pubblicato 75 romanzi e 28 racconti con lo stesso protagonista, un commissario in servizio a Parigi ma di origini provinciali: corpulento (a differenza di Podalydés), fumatore di pipa (la prima inquadratura del film è dedicata all’oggetto-feticcio, che entra in scena prima del personaggio), amante della buona cucina (lo vedremo mangiare, parlare di ricette con la moglie e anche cucinare), vestito con cura ma strutturalmente “plebeo”, come lo definisce l’autore nel romanzo d’esordio Pietr il lettone. Maigret non reclama mai, per sé, il carattere dell’eccezionalità: si identifica con l’apparato di norme che è chiamato a tutelare e far applicare, parla di sé come di un semplice “funzionario”, eppure in questo compatto grigiore si nasconde accuratamente la mente più interessante del giallo novecentesco. Prima di tornare al film di Bonitzer, ricordiamo i punti fermi della tecnica investigativa di Maigret, e i pilastri della tecnica narrativa di Simenon. Come investigatore, Maigret tende a immergersi nel clima e nell’atmosfera in cui è avvenuto il crimine; sarà proprio da questi elementi non narrativi a emergere la concatenazione dei fatti, e non viceversa. In secondo luogo, Maigret ha una smisurata pazienza che si manifesta in una grande capacità di ascolto e di empatia, che gli consente di acquisire una grande quantità di elementi anche inessenziali, ma da cui trarre poi quelli essenziali: in genere, girando attorno ai fatti e immergendosi nella realtà in cui sono avvenuti, la verità sul caso emerge da sé.

Per quanto concerne la tecnica narrativa, i romanzi di Maigret sono scritti in terza persona con una focalizzazione interna, attraverso la modalità del discorso indiretto classico ma spesso anche del discorso indiretto libero; e offrono fin dall’incipit immagini puramente atmosferiche. Prendiamo il romanzo da cui è tratto il film di Bonitzer; citando dalla traduzione italiana di Barbara Bertoni per l’editore Adelphi (Maigret e i vecchi signori), ecco l’inizio: «Era un maggio eccezionale, come ne capitano due o tre nella vita, di quelli che hanno la luminosità, il sapore, il profumo dei ricordi d’infanzia. Maigret lo definiva un maggio «da cantico», perché gli ricordava la Prima Comunione e insieme la primavera del suo primo anno a Parigi, quando tutto per lui era nuovo e meraviglioso» (2008, p. 11). Con una mossa profondamente novecentesca, Simenon utilizza il personaggio come intercessore lavorando in quella che Roberto De Gaetano definisce la «zona di indiscernibilità» che sta tra personaggio e autore (2026, p. 20); per cui, in un romanzo pubblicato nel 1960, così come Maigret può provare nostalgia per il proprio arrivo a Parigi di tanti anni prima, anche l’autore può ripensare al proprio arrivo a Parigi da Liegi, e ai propri esordi, magari all’incontro con Colette, l’autrice che gli consigliò di “sopprimere la letteratura” per trovare il proprio stile.

Bonitzer, al contrario, decide di sopprimere la nostalgia per calare Maigret nel presente, con tutto ciò che questo comporta in termini di scienza forense; dunque, pochissimi esterni e immersione pressoché totale nel caso da risolvere. Il raffinato ottantenne regista, prima di tutto critico cinematografico (sulle pagine dei “Cahiers du cinema” a partire dal 1969) e incallito cinephile, esplora nel Maigret contemporaneo l’apparente inattualità del personaggio ma anche la propria stessa appartenenza a una generazione inattuale: questo è precisamente il tema del film, la storia di un delitto fuori tempo massimo, di passioni che hanno avuto origine in un passato remoto, di amanti platonici (e non) che hanno l’età del regista. Maigret, in tutto questo, cerca di far risolvere il caso ai protagonisti, spingendoli a parlare di sé, a togliersi il peso della memoria; agisce come un direttore d’orchestra che non suona alcuno strumento ma conduce i musicisti ad eseguire la partitura e a generare un suono d’insieme. Il metronomo corre: il Maigret di Bonitzer non è un conversatore attendista, ma rilancia con una certa impazienza, sapendo che l’indagine ha bisogno di tempo, ma non di tutto il tempo del mondo, considerata l’età dei soggetti in campo. Ne viene fuori un film svelto, magistralmente diretto e interpretato con sapienza da ogni solista: basti citare Irene Jacob nella parte della moglie di Maigret, portatrice di sensibilità e ironia, ma soprattutto capace di rinviare all’ordinarietà della vita quotidiana bilanciando l’eccezionalità del delitto. Bonitzer aggiorna le tecniche di indagine e, in generale, porta Maigret dentro il presente (tranne che per lo smartphone, a cui il commissario resiste pervicacemente) ma rispetta alla lettera la maggior parte dei dialoghi e soprattutto il regime di focalizzazione interna, talvolta mettendolo proprio a tema con grande perizia; non rispetta, invece, la profonda immedesimazione di Maigret non tanto nel caso, ma nel sentimento nostalgico provato dai protagonisti. Invece il regista e sceneggiatore aggiunge del tutto una sequenza dopo il finale, un ritorno di Maigret nella bottega antiquaria di uno dei protagonisti, per un ultimo confronto con l’ex-domestica: se ci chiediamo il perché di questo scioglimento non presente nell’opera di Simenon, ricordiamoci che Bonitzer è un critico, e dunque l’ultima sequenza non è tanto una conclusione quanto una chiosa, una postilla, una nota a margine, infatti l’ultimissima inquadratura riproduce un dipinto, un’opera d’arte da interpretare. Così Bonitzer rivela davvero cosa vede in Maigret: il critico che interroga le opere alla ricerca della verità, cioè sé stesso.

Riferimenti bibliografici
R. De Gaetano, Il sentimento della vita, Mimesis, Milano-Udine 2026.
G. Simenon, Maigret e i vecchi signori, Adelphi, Milano 2008.

Maigret – L’amore e la morte. Regia: Pascal Bonitzer; sceneggiatura: Pascal Bonitzer; soggetto: tratto da Maigret e i vecchi signori di Georges Simenon; fotografia: Pierre Milon; interpreti: Denis Podalydès, Anne Alvaro, Manuel Guillot, Irène Jacob, Dominique Reymond, Micha Lescot, Olivier Rabourdin, Laurent Poitrenaux, Julia Faure; produzione: SBS Productions; distribuzione: Lucky Red; origine: Francia; durata: 80′; anno: 2026.

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