“Non uscire”. Questa breve sequenza di ideogrammi posta nello “spazio bianco” della prima delle quattro vignette dello yonkoma (striscia comica quadripartita) che Fujino ha disegnato nel momento più oscuro della propria esistenza, è il catalizzatore e al tempo stesso la chiave interpretativa delle istanze che attraversano le immagini di Look Back.

Il buio della vita (e dell’inquadratura) ha appena soppiantato la teoria di colori con cui Kore-eda ha raffigurato il rapporto simbiotico tra le due amiche-artiste sororali, eppure dal nulla, come se nella realtà fosse intervenuto un fenomeno che ne ha ricalibrato – in senso metafisico – le logiche, quello stesso foglietto svolazzante pregno del dolore luttuoso di Fujino si trasforma all’improvviso in un miracoloso gesto di salvazione: in uno di quei micro-eventi magici e inspiegabili, su cui il regista nipponico fonda l’intera impalcatura drammaturgica del racconto, e a partire dal quale prende corpo l’ennesimo grido d’amore e di speranza che ha permesso ai due personaggi-manifesto del film di salvarsi reciprocamente più volte. Anche quando la vita, come nella scena appena citata, si è dissolta prematuramente nel buio dei titoli di coda.

La sequenza in questione, che rappresenta il momento spartiacque tanto nel manga di Tatsuki Fujimoto quanto nell’omonima trasposizione live-action firmata da Kore-eda, si configura sin da subito come cassa di risonanza dei temi, dei linguaggi e degli stessi spettri emozionali che il regista giapponese vuole sublimare sullo schermo. E il motivo lo ritroviamo sia in quella necessità quasi atavica dei due personaggi di creare dei momenti di salvezza reciproca – e di cui lo yonkoma di Fujino è il manifesto artistico – sia nella volontà del cineasta di inabissare i corpi, i gesti e gli atti creativi delle protagoniste in una cornice profondamente sinestestica: dove il connubio di immagini e suoni (diegetici ed extradiegetici) fa da matrice e sfondo di un’esperienza multisensoriale e multidimensionale, in cui non esiste soluzione di continuità tra il (nostro) pensiero e i mondi che abitano gli spazi filmici di Look Back, permettendo così alle singole inquadrature di innervarsi di sapori, profumi e sensazioni deiberatamente tattili. Come se, nell’assistere ai percorsi di crescita personale e artistica di Fujino e Kyomoto, arrivassimo a svestire i panni dei meri “spettatori”, per vivere insieme a loro le esperienze su cui si basa la loro quotidianità, proprio nel momento in cui le stanno (e quindi le stiamo?) vivendo sulla pelle.

Ogni evoluzione o micro-evento che intercorre nel rapporto tra le due protagoniste è infatti seguito da una sequenza in cui i personaggi riversano le emozioni nello spazio circostante, connotandolo di una vitalità che impregna le immagini in 35mm (un formato già di per sé altamente referenziale) tale da consentire a chi lo abita di percepire un moto interiore quasi estatico che elettrizza il corpo anche nei momenti in cui l’animo di Fujino o di Kyomoto è offuscato da un grigiore che solo la presenza (fisica o meramente prefigurata) dell’altra può ridestare. E Kore-eda, da grande autore qual è, lo esplicita sin dalle prime sequenze del racconto.

In piena continuità con il manga di Fujimoto, la versione live-action di Look Back – presentata in Concorso alla 83ª edizione del Festival di Venezia – segue il percorso parallelo di due aspiranti mangaka dalle polarità emotive e personalità apparentemente opposte (e quindi complementari). Fujino, che rappresenta il lato più creativamente estroverso dell’autore che le ha dato vita sulle tavole (ne riporta infatti i primi ideogrammi, FUJI-moto) sviluppa sin da giovanissima la passione per le strisce comiche, un linguaggio che le permette di coniugare l’umorismo caustico che la contraddistingue con le straordinarie abilità illustrative che coltiverà nel corso della narrazione. Al contrario Kyomoto (che invece sintetizza il lato da hikikomori del fumettista, come certificato dagli ultimi ideogrammi del suo cognome, cioè Fuji-MOTO) è reclusa sin da bambina negli spazi antisociali della sua abitazione, all’interno della quale realizza delle meravigliose illustrazioni che pubblica periodicamente sul giornaletto della scuola a cui sono iscritte ambedue le artiste-in-divenire. Un giorno, al termine delle elementari, Fujino viene incaricata di consegnare il diploma alla futura collega, in un incontro che sarà sancito da una ciclicità che richiama la ripetitività dei gesti, delle azioni e anche – come si ricordava – delle salvazioni che entrambe metteranno in atto in ogni momento della loro quotidianità condivisa: sia quando si apprestano, insieme, a definire i codici del loro stile artistico, sia quando diventeranno delle autrici professioniste o nell’istante in cui, tragicamente, si separeranno.

Proprio la scena del loro primo incontro è emblematica delle operazioni sinestetiche che Kore-eda desidera mettere in campo lungo il corso di tutta la narrazione, e su cui il cineasta nipponico sedimenta il DNA di questa trasposizione. Fujino, ancor prima di incrociare il volto della ragazza a a cui affiderà le chiavi del proprio universo emotivo, si interfaccia con Kyomoto nell’unico modo che le permetteva di comunicare su uno stesso livello: l’arte fumettistica. Mentre si posiziona davanti alla stanza (ermeticamente chiusa al mondo) della coetanea, schizza brevemente una striscia comica (specchio e anticamera di quella citata in partenza) in cui ironizza sulla natura di hikikomori di Kyomoto, celebrandone le eccentricità laddove chiunque altro ne avrebbe stigmatizzato il comportamento. E come per magia, lo yonkoma sfugge dalle mani della ragazza, per insinuarsi metafisicamente negli spazi vuoti della porta e dell’anima della futura amica. Ci troviamo così davanti al primo momento di salvazione: al gesto che porta una giovane reclusa (immagine di tanti adolescenti giapponesi segregati nel buio delle loro camere) ad uscire alla luce, e a cancellare i vincoli che le ingabbiavano il cuore in nome della persona-alter ego che le ha permesso di rischiarare gli angoli più bui della propria anima con il calore di emozioni che non perderanno mai la loro radiosità.

E a testimoniare questa connotazione sinestetica dei linguaggi koreediani, ecco che il cineasta nipponico fa seguire questa prima istantanea di rivelazione/rivoluzione con una sequenza travolgente, che catapulta Fujino – e gli spettatori – all’interno di spazi vivi, riflessi da immagini attraversate dai suoni e dagli odori di un’esistenza che sta per concretizzarsi nel segno di una reciprocità emotiva totalizzante. È l’incontro con l’omologa che le riaccende il fuoco della passione per il disegno, una fiamma che Kore-eda traduce in un atto di liberazione strascinante: come se il corpo-in-moto della ragazza, inquadrata mentre corre tra i rigogliosi prati del Tōhoku, annullasse qui le barriere fisiche e ontologiche che separano lo scheletro organico di un individuo con la natura esanime della terra, consentendole di riversare ogni emozione, desiderio e aspirazione che aveva incubato fino a quel momento nel cuore, e che solamente in una cornice così fisicamente libertaria aveva la possibilità di trovare uno spazio in cui librarsi.

E in questa elevazione animistica rientriamo anche noi. Seduti nel buio di una sala che mai come ora ci è apparsa così irradiata di luce. Forse perché l’odore dei campi mostrati da Kore-eda nell’atto costituitivo del rapporto tra le due protagoniste, l’incedere pesante dei passi nella neve quando Fujino richiama alla mente il ricordo dell’amata anima gemellare, sono tutte visioni che abitano la nostra immaginazione. Quasi il maestro, nel tradurre sullo schermo gli atti di salvazione delle due artiste, volesse catapultarci, per 100 minuti scarsi, negli spazi indefiniti del pensiero. Dove anche la morte può essere ribaltata da un calcio volante di una gracile ragazza, perché ora la realtà, davanti alla bellezza di un gesto creativo, si è fermata. Ha trionfato la vita. Ha vinto l’arte. E le lacrime che solcano le guance di Fujino, sono anche le nostre. “Non uscire”, recita non a caso la vignetta dello yonkoma strappato a metà: segno dell’ultima, insperata salvazione che il talento artistico di Fujino genera per Kyomoto anche dopo che il suo corpo ha tragicamente esalato il suo respiro finale. Ma il suggerimento di Fujino, se ci pensiamo, è anche un monito di salvezza per sé stessa, che dovrà continuare imperterrita a disegnare al fine di commemorare, attraverso le tavole dei manga, il ricordo salvifico di Kyomoto. Lei, come testimoniato dall’inquadratura finale, di fatti non esce e quindi non fugge dal suo destino. Ma anche noi, davanti ad un’opera che ci ha trasportato insieme alle due protagoniste in quella cornice liminale tra gli spazi immaginari del cinema e la realtà fisica del mondo, non abbiamo alcuna intenzione di uscire dalla sala.

Look Back. Regia: Hirokazu Kore-eda; sceneggiatura: Hirokazu Kore-eda; montaggio: Hirokazu Kore-eda; musiche: Yuta Bandoh; interpreti: Natsuki Deguchi, Aju Makita, Furi Nanase, Rokka Okada, Masaki Suda, Kankuro Kudo, Kayo Noro; produzione: K2 Pictures; origine: Giappone; durata: 100’; anno: 2026.

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