I due Sirk

di ALESSANDRO CAPPABIANCA

Lo specchio della vita di Douglas Sirk e Jon Halliday.

Imitation of Life (1959).

Scrivere di Hans Detlef Sierck, regista tedesco nato da genitori danesi, Douglas Sirk per l’anagrafe hollywoodiana, ha significato per lungo tempo amare i suoi grandi film legati al genere particolare del melodramma. Tutti pensiamo a Imitation of Life (1959), ovviamente, che era stato già oggetto dell’attenzione di Godard nel famoso articolo sui Cahiers du Cinema e di un altrettanto famoso intervento di R.W. Fassbinder (in I film liberano la testa, 1971, dove si parla di molti altri film di Sirk). I due scritti sono riportati nel libro ora tradotto a cura di Andrea Inzerillo, Lo specchio della vita, scritto anni fa (prima edizione 1971, titolo originale Sirk on Sirk) da Sirk stesso assieme a Jon Halliday. Edito dal Saggiatore il volume è ora arricchito da una postfazione di Goffredo Fofi.

Cos’è il melodramma? Dramma con musica, lo definisce lo stesso Sirk, ma la musica, sempre presente nei momenti culminanti, può essere sostituita dalle grida e dai comportamenti esasperati dei protagonisti e delle protagoniste, prede d’un destino che sembra si diverta a beffarle. Così Inzerillo riassume per esempio il film più famoso di Sirk:

Un’attrice squattrinata, Lora Meredith, madre di una bambina, assume come domestica una donna nera povera, anch’essa madre di una bambina. Lora decide di provare a rilanciare la sua carriera, a spese della figlia – e del suo amante, Steve Archer, che si stanca e finisce con lo sposare un’altra donna. Sarah Jane, nell’insostenibile condizione di figlia della domestica e “amica” di Susie (la figlia di Lora), prova a farsi prendere per bianca. Quando scopre la verità, il suo fidanzato, Frankie, la riempie di botte in un vicolo. Sarah Jane non smette di contrapporsi alla madre e prova a dimostrare la sua condizione di schiava servendo cocktail a Lora Meredith e a un regista italiano di passaggio, per poi andarsene via a lavorare nei night club. Tutta la fine del film è una lunga e commovente contemplazione dei tentativi di Sarah Jane di sopravvivere nel mondo dello show-business bianco, che si conclude con il sontuoso funerale della madre (Sirk, Halliday 2022, p. 322).

Al gospel di Mahalia Jackson corrispondono dunque l’urlo della figlia nera, l’abbraccio della bara, il riconoscimento (finalmente) della propria identità: non come rassegnazione, ma in vista di più consapevoli lotte ulteriori, a viso aperto, non basate sull’inganno. In questo, come in tutti gli  altri melodrammi hollywoodiani, Sirk  non abiura dalle sue convinzioni  “di  sinistra”, e mantiene gelosamente la sua indipendenza dalle grandi produzioni. Mai viene meno la sua avversione al nazismo, che lo indusse a lasciare la Germania con la seconda moglie (ebrea), malgrado il figlio della prima moglie fosse sulla strada per diventare, come attore, una star del cinema nazista. A Hollywood lancia e valorizza attrici e attori. Intuisce per esempio le possibilità drammatiche di Lana Turner. Contribuisce a rendere star attori come George Sanders e Rock Hudson, attrici come Jane Wyman, June Allyson, Claudette Colbert, Piper Laurie e molte altre. Ne Il capitalista (1952) affida a James Dean il suo primo, piccolo ruolo.

E tuttavia, così rimarremmo sempre nell’ambito del risaputo. Il libro curato da Inzerillo è prezioso perché in esso, sollecitato da Halliday, Sirk parla della sua attività teatrale in Germania, delle messe in scena nei teatri di Amburgo, Monaco, Berlino, di opere “di sinistra”, tra cui non mancava perfino L’opera da tre soldi (1928) di Brecht. Il primo periodo di Sirk è dunque quello d’un grande regista teatrale, tanto da far sembrare che il suo passaggio al cinema fosse in parte motivato dalle crescenti difficoltà che il nazismo andava opponendo all’attività teatrale, mentre nel cinema, grazie all’UFA (di proprietà privata) esisteva ancora qualche margine d’indipendenza. Scrive Inzerillo:

La sua storia artistica è in realtà molto più antica e ha inizio almeno venti se non trenta anni prima, in un paese diverso, in un altro continente e in un mondo profondamente differente, nel quale Sirk era stato capace di ottenere da parte del pubblico e della critica un consenso non inferiore a quello degli anni successivi, anche se certo non comparabile dal punto di vista meramente quantitativo. Quella parte della sua esistenza, più di altre, sembra oggi avvolta da un oblio al quale non sono estranei neanche molti dei suoi estimatori (ivi, p. 13).

E successivamente: in Germania come a Hollywood, come ovunque si sia adattato a girare, il suo principale interesse è stato sempre, si può dire, la costruzione d’una star a cominciare da Zarah Leander:

[…] negli anni Cinquanta infine, la creazione più celebre, quella di una star come Rock Hudson, protagonista di otto dei suoi flm (da “Il capitalista” fino al “Trapezio della vita” tratto da Faulkner, passando per i celebri “Magnifica ossessione”, “Secondo amore”, “Come le foglie al vento”) (ivi, p. 15).

Sirk on Sirk. Sagra dell’intelligenza. Malgrado le differenze ideologiche, il nostro regista ama molto anche il cinema di John Ford, mentre mantiene una forte diffidenza nei confronti, per esempio, d’un De Mille. Dopo tante battaglie, l’uomo libero, allora già a riposo in Svizzera, criticava ancora il revanscismo tedesco. Non si perde la vocazione alla libertà.

Douglas Sirk, Jon Halliday, Lo specchio della vita, traduzione e cura di Andrea Inzerillo, il Saggiatore, Milano 2022.

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