Il ritorno del cinema post-coloniale

di LORENZO MARI

Lo schermo e lo spettro. Sguardi postcoloniali su Africa e afrodiscendenti di Leonardo De Franceschi.

Schermi africa

Bamako (Sissako, 2006).

Non è certamente prassi l’operazione di ricondurre la lettura critica di una pubblicazione accademica alle contingenze socio-politiche e culturali nelle quali si inseriscono tanto la pubblicazione quanto la lettura. Nel caso de Lo schermo e lo spettro di Leonardo De Franceschi, tuttavia, vi è almeno un fatto del quale tener conto, ovvero il recente affossamento della proposta di legge italiana relativa allo ius soli, per la durata della presente legislatura.

È una vicenda, questa, che tocca personalmente l’autore del volume e la sua militanza culturale e politica, com’è De Franceschi stesso a ricordare in più di un’occasione. Avendo combattuto una battaglia che non si è limitata all’ultimo periodo, ma affonda nella storia delle ultime decadi, l’interesse di De Franceschi per la rappresentazione cinematografica, la politica attoriale, lo stile registico e, più in generale, il cinema degli “afrodiscendenti” (italiani, ma non solo) non è politicamente neutrale, o meglio non pretende (ideologicamente) di esserlo. L’autore va invece a posizionarsi direttamente all’interno di un agone che è spesso insidioso, afflitto com’è dall’aggressività di diverse retoriche politiche e partitiche, ma di vitale importanza.

Su questo piano, infatti, si gioca l’orientamento politico più generale del volume, portando anche a netti distanziamenti entro lo stesso dibattito accademico. Da un lato, l’impostazione teorico-metodologica di De Franceschi è quella di una «analisi sintomatica d’ispirazione postcoloniale» (De Franceschi 2017, p. 42) che non si limita al piano della politica della rappresentazione – campo d’analisi prediletto degli studi postcoloniali – per concentrarsi su un dato che è parte dello specifico disciplinare e, al tempo stesso, garanzia di una riflessione unitaria a livello socio-simbolico e materiale, quale quello della politica attoriale. D’altra parte, è con la stessa scelta del termine “afrodiscendente” in luogo del più comune “diasporico” che l’autore – sulla scorta di studi ritenuti fondamentali come The Skin of the Film (2000) di Laura U. Marks e An Accented Cinema (2001) di Hamid Naficy – esprime la propria «incompatibilità con le logiche essenzialiste di una ragione razzializzata, discontinuista e nazionalista» (ivi, p. 84).

Nazionalismo che è anche uno dei nuclei fondamentali del libro in materia di cinema africano: De Franceschi sottolinea ripetutamente l’importanza della svolta “post-nazionale” degli ultimi decenni, resa iconicamente nel passaggio, nel cinema dell’Africa occidentale, dalla concezione engagée di Ousmane Sembène a quella, più disincantata e polifonica, di Abderrahmane Sissako – con La vie sur terre (1998), nonché i più recenti Bamako (2006) e Timbuktu (2014) – passando necessariamente, in termini politico-culturali (e non strettamente genealogici), per la mediazione dell’opera dürrenmattiana di Djibril Diop Mambéty, Hyènes (1992).

Schermi africa

Timbuktu (Sissako, 2014).

Per Youssef Chahine e Abderrahmane Sissako – al centro del secondo saggio inserito nel volume – così come per molti altri cineasti africani si è effettivamente resa necessaria una svolta rispetto al “fardello della rappresentazione” – termine desunto dall’importante saggio di Kobena Mercer, Black Art and the Burden of Representation (1990) – risalente alla matrice ideologica anti-coloniale e persistente anche oltre i processi formali di decolonizzazione, per recuperare, invece, tracce di quell’«Io dei registi postcoloniali» che è stato variamente «esorcizzato, rimosso, sacrificato a istanze collettive» (ivi, p. 22). Si tratta di una svolta importante, che De Franceschi attraversa in tutta la sua complessità (non riducibile, ancora una volta, a mera politica della rappresentazione), e che si apre tuttavia ad elaborazioni future, riguardo a possibili ritorni e nuove elaborazioni di un portato politico-culturale come quello postcoloniale che innesca, de facto, temporalità molteplici, uscendo dalla prospettiva, ineludibilmente teleologica, che è propria della storiografia euro-americana (anche, e forse soprattutto, in epoca postmoderna).

Per quanto riguarda invece il cinema italiano, De Franceschi analizza nel dettaglio alcuni film, tra i quali spiccano La scuola più bella del mondo (2014) di Luca Miniero e Il ricco, il povero e il maggiordomo (2014) di Aldo, Giovanni e Giacomo e Morgan Bertacca. Particolarmente interessante è il ricorso, in entrambe le commedie, all’uso del blackface, tecnica attoriale razzializzata e portatrice di una lunghissima storia che De Franceschi raccoglie e sintetizza puntualmente. A proposito di film che inscenano una serie di contraddizioni – riassumibili nel tentativo di demandare le sfide dell’integrazione «a una piccola ronde di maschere» (ivi, p. 231) – De Franceschi esprime in modo netto e lucido il proprio posizionamento:

Da osservatore interessato – nella mia posizione privilegiata di studioso bianco, maschio ed eterosessuale – assisto con una certa preoccupazione all’escalation in atto di gesti performativi e simbolici di razzializzazione, sempre più diffusi nello spazio pubblico e in quello dell’intrattenimento e dei media e raramente sanzionati dal ceto politico come da quello intellettuale – in presenza per giunta di una platea di soggetti aspiranti a diritti sociali, civili e di rappresentazione, estremamente disgregata e incerta, tutt’altro che vincente o in grado di vantare conquiste significative (ibidem).

 

Oltre all’esercizio militante dell’analisi, si può osservare la pregnanza di quell’accenno ai «gesti performativi e simbolici di razzializzazione» che sono «raramente sanzionati» dal ceto politico come da quello intellettuale. A tal proposito, la direzione intrapresa da De Franceschi – già pioniere del suo campo di studi con numerose pubblicazioni, con l’avvio, dieci anni orsono, dell’insegnamento di Teorie e pratiche postcoloniali del cinema e dei media presso l’Università di Roma Tre, e con diverse attività culturali extra-accademiche – è chiara e non ammette sconti, traducendosi in un’antologia di saggi che ha chiaro pregio scientifico ma anche un occhio puntato sulla contemporaneità, in un momento in cui il cinema africano e degli afrodiscendenti è tornato.

Anzi, c’è sempre stato.

Schermo africa

La scuola più bella del mondo (Miniero, 2014).

Riferimenti bibliografici
L. De Franceschi, Lo schermo e lo spettro. Sguardi postcoloniali su Africa e afrodiscendenti, Mimesis, Milano 2017.
L.U. Marks, The Skin of the Film. Intercultural Cinema, Embodiment, and the Senses, Duke University Press, Durham 2000.
K. Mercer, Black Art and the Burden of Representation, in “Third Text”, n. 4 (1990), pp. 61-78.
H. Naficy, An Accented Cinema. Exilic and Diasporic Filmmaking, Princeton University Press, Princeton 2001.

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