L’umano è in primo luogo la sua espressione. Ralph W. Emerson in The Poet lo dice chiaramente: «The man is only half himself, the other half is his expression» (2018, p. 10). Dunque, l’umano non è tanto nelle sue esteriorizzazioni tecnologiche e istituzionali – di cui quella sovrana è il linguaggio verbale – quanto nei modi di espressione.

Tali modi di espressione non possono essere del tutto distinti dalle suddette esteriorizzazioni tecnologiche, ne definiscono un possibile uso. Se restiamo al linguaggio verbale, vediamo che da un lato è l’impersonale che parla attraverso l’uomo, nel senso che noi siamo parlati dal linguaggio, così come siamo agiti dall’inconscio; dall’altro tale linguaggio può essere usato nelle sue forme più espressive e creative, come nella poesia. Se è vero – come dice Barthes – che esiste un carattere “fascista” della lingua che ci obbliga a dire, allo stesso tempo possiamo dire che la lingua e la scrittura possono dar luogo a forme estetiche incredibilmente creative ed espressive, come per esempio la Divina Commedia.

L’uso espressivo di una esteriorizzazione tecnica lo chiamiamo arte. Quando invece tale tecnica si impone e modella il soggetto, attenuando le sue capacità espressive, lo chiamiamo dispositivo. Agamben descrive così i dispositivi: «Qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi» (2006, p. 21-22). Quindi molto di quello con cui abbiamo a che fare è un dispositivo e anche l’arte può diventarlo (i grandi blockbuster americani, per esempio, lo sono). In ogni caso, tra dispositivi ed arte c’è una differenza di “grado” e non di “natura”, per riprendere un lessico bergsoniano. In natura abbiamo solo la presenza di tecnologie esteriorizzate che solo in potenza – cioè attraverso un loro possibile uso – hanno la capacità di dare piena espressione all’umano. Ma possono invece benissimo lasciare l’umano a metà, inespresso.

Che cosa è accaduto oggi? È accaduto che la diffusione totalizzante dei dispositivi tecno-sociali è stata di per sé ritenuta sufficiente a rappresentare l’umano, escludendo la sua espressione (troppo poco controllabile e calcolabile). Tant’è che ci si è interrogati a lungo sul potenziale di creatività inerente al dispositivo stesso, sia esso tecnologico o meno. Il punto non è il dispositivo in sé, ma l’uso maggioritario che viene fatto del dispositivo o del medium, perché è di fatto quello che ne restituisce il senso. Le potenzialità del mezzo televisivo, per esempio, si sono ridotte a quello che Serge Daney ha chiamato un mero “occhio tecno-sociale”. Dunque, potenzialità espressive ridotte. A questa diffusione tecno-sociale dei dispositivi è corrisposta anche una categorizzazione teorica che ha investito i saperi, e dunque anche l’università.

Nell’ambito degli studi sul cinema, per esempio, la nozione di “media” e quella di “visuale” hanno marginalizzato quella di “film”. Se questo è accaduto, non è solo per la scoperta che esisteva qualcosa d’altro rispetto alla esteticità della forma filmica, ma perché con quelle categorie si è pensato di corrispondere meglio a ciò che socialmente era più incidente, cioè i dispositivi tecno-sociali. Questo adeguamento della categoria teorica al sistema di funzionamento sociale ha fatto precipitare l’interesse verso le possibilità espressive ed estetiche del cinema. Nietzsche direbbe che la formazione è diventata un’operazione di “sartoria”, che si risolve nel ritagliare il vestito sulle esigenze del cliente.

Il funzionamento dei dispositivi tecno-sociali ha quindi trascinato anche le categorie teoriche. L’insieme di dispositivi e categorie è stato completamente assorbito da una logica competitiva, interpretata attraverso il filtro “deviato” di tipo quantitativo-algoritmico. Abbiamo dunque una completa saldatura tra dispositivi tecno-sociali, categorie teoriche tese a valorizzarli e logiche performativo-competitive. L’università in questi anni è stata questo. La logica dell’espressione in questo quadro non ha trovato posto.

La questione interessante non è tanto sapere se quel dato dispositivo socio-tecnologico (inclusa IA) sia umano o meno. Ogni dispositivo è comunque umano, costituendo però solo una parte dell’umano stesso, la parte anonima, generale ed impersonale. L’umano invece esiste primariamente attraverso la sua espressione, di cui l’arte costituisce la forma più alta. L’artista – è ancora Emerson a sostenerlo – è colui che porta a parola e ad immagine qualcosa che resta inespresso, o perfino ignoto, al resto dell’umanità, e che attraverso questo dire acquista forma, e dunque anche consapevolezza condivisa.

L’arte non si fonda sulla restituzione generale, quantitativa e algoritmica dell’umano, ma sulla sua parte singolare, implicita e nascosta, quella che porta ad un arricchimento decisivo dell’umano stesso. Tale arricchimento è frutto di ciò che viene ad espressione. In assenza di tale espressione, l’umano esiste comunque, ma in forma ridotta. La questione importante risiede nel mettere a fuoco le ragioni – tutte culturali e politiche – per cui in un dato momento la questione dell’umano è stata pensata solo in forma riduttiva, solo sotto forma di dispositivi e di loro performatività. Detto altrimenti, la questione dell’umano sembra essere stata posta oggi solo a partire dal suo lato più riduttivo, reso totalizzante. Operazione complessa che ha reso necessaria anche la predisposizione dei saperi, della formazione e della ricerca accademici, per consolidare questa idea di un umano senza espressione. Dimenticarsi che l’umano è in primo luogo l’espressione, imprevedibile e sorprendente, dell’umano stesso sembra oggi essere un compito, sia pur inconsapevole.

L’insieme dei saperi umanistici – consolidati nella formazione e nella ricerca accademici – sembra avere oggi scommesso quasi esclusivamente sulla restituzione dell’umano come insieme di dispositivi tecno-sociali da studiare e comprendere attraverso parametri quantitativo-algoritmici. La premialità in ambito accademico sembra nascere da questo. La ricerca risulta interessante, e dunque finanziabile, solo se risponde ad un “interesse nazionale” che, essendo necessariamente generale e misurabile, cancella ogni interesse per l’universalità singolare delle forme di espressione. Si è creata e formata, anche nelle aule accademiche, una umanità non più interessata a comprendere la sua propria espressione, e dunque a comprendere sé stessa. Pesa una mutilazione dell’umano – attraverso prassi e abitudini oramai consolidate – anche in chi dovrebbe preservare e curare la sua espressione: lo studioso e il docente.

Cosa fare dunque per le humanities oggi? Orientare decisamente studio, insegnamento e ricerca verso le forme in cui l’umano viene ad espressione. E dunque verso le forme in cui l’uomo dà senso alla sua propria presenza al mondo. Nel fare questo insegnamento e ricerca diventano un’avventura dall’approdo imprevedibile e creativo in cui studiosi e lettori, docenti e studenti, trovano il senso di un loro comune destino.

Riferimenti bibliografici
G. Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Milano 2006.
R.W. Emerson, Saggi. Seconda serie, La Vita Felice, Milano 2018.

Share