Testamenti

di SANDRO VOLPE

Leonora addio di Paolo Taviani.

Ah, è così facile disobbedire a un morto. Se malgrado ciò, talvolta, ci si sottomette alla sua volontà, non è per paura, per obbligo, è perché lo si ama e si rifiuta di crederlo morto. Se un vecchio contadino in agonia ha pregato il figlio di non abbattere il vecchio pero davanti alla finestra, l’albero non sarà abbattuto fino a quando il figlio si ricorderà con amore del padre.

Milan Kundera, I testamenti traditi

È difficile parlare al presente di un film così carico di passato. Per quello che racconta, che cita, che palesa. E per la memoria più intima che finisce per esporre allo sguardo di noi spettatori. Paolo Taviani dedica Leonora addio al fratello Vittorio, scomparso nel 2018, dopo una vita di film pensati, scritti, girati insieme. Già sul set di Una questione privata (2017) non era con lui, ma il suo sguardo lo seguiva a distanza. Ora l’accompagna fino alla fine. E allora bisogna tornare indietro di molti anni, al 1984, anno in cui già Kaos avrebbe potuto avere un altro finale: il triplice funerale di Pirandello e la storia – si direbbe involontariamente pirandelliana, se l’aggettivo non fosse un po’ abusato – del viaggio surreale delle sue ceneri, se soltanto il produttore, pur convinto, non avesse semplicemente confessato di non poterlo più finanziare perché i soldi erano finiti. E quel progetto, per tanto tempo, è rimasto nel cassetto.

Quella storia, nel frattempo, è stata narrata da tanti, fino a ricomporsi in un bizzarro mosaico: tra le tante versioni emergono il racconto orale simpaticamente autoreferenziale di Andrea Camilleri e quello di Roberto Alajmo, che l’ha affrontata con la giusta dose di macabro umorismo in un testo che si legge come una novella e che Leonardo Sciascia avrebbe certamente apprezzato. E infine il progetto di quel film è stato ripreso, rielaborato, scomposto e integrato con poco repertorio e tanto cinema, perché è soprattutto lì che si è depositata la memoria più autentica di quegli anni: prima, durante e dopo la guerra. Con il teatro, all’inizio e alla fine, a incorniciarne la narrazione.

Leonora addio ci accoglie appunto in un teatro. Le parole di Pirandello risuonano quasi subito con la voce off di Roberto Herlitzka sulle immagini d’archivio della cerimonia del Nobel: “Non mi sono mai sentito tanto solo e tanto triste, il dolce della Gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata”. Presto arriviamo al testamento, che scandisce in quattro passi la sua uscita di scena: il silenzio, la nudità, la povertà, la cenere. Ma proprio l’estrema e più importante volontà – Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere – vira all’ipotesi subordinata di un ritorno in Sicilia, a una più convenzionale tumulazione in qualche rozza pietra della campagna di Girgenti. Il viaggio, dunque: un aereo che non parte per superstizione e un treno che più lentamente si nutre di tante storie.

Dentro una cassa, amorevolmente custodita dal professor Ambrosini (Fabrizio Ferracane, finalmente in un ruolo da protagonista che ne conferma il talento), le ceneri tornano a casa. Le immagini al presente si confondono con quelle di tanti maestri – Rossellini, Lattuada, Vergano, Antonioni – e soprattutto riprendono, sotto forma di autocitazione, il discorso interrotto con Kaos: il colore dell’Altro figlio – il primo dei suoi episodi – ritorna qui in un bianco e nero dove la citazione è senza virgolette, come un corsivo che non interrompe il racconto, totalmente integrato alla trama. Quando il viaggio volge al termine, però, il film cambia registro: il bianco e nero diventa colore, una parte delle ceneri viene dispersa e in qualche modo Pirandello riappare. Ecco Il chiodo, adattamento della sua ultima novella, scritta poco prima di morire.

Perché, a due terzi del film, questo cambio di passo? Perché giustapporre a quella storia qualcosa di così diverso? Molti avranno certamente pensato alla spiegazione più ovvia: per arrivare a una durata canonica. Torna alla mente un altro film testamento, La camera verde (1978) di François Truffaut e la dichiarazione piuttosto depistante del regista: “Siamo partiti, Jean Gruault ed io, da una storia di Henry James, che era molto breve, L’altare dei morti, che avrebbe dato solo un mediometraggio; occorreva inventare degli episodi per arrivare a una durata normale”. In realtà in quel caso altri due racconti (Gli amici degli amici e La bestia nella giungla) erano stati perfettamente integrati al racconto principale, dando ai suoi protagonisti la giusta profondità.

Certo, si potrebbe vedere anche nel Chiodo un possibile testamento. Ma in Leonora addio funziona piuttosto come continuazione laterale – “paralettica” l’avrebbe definita Genette – di un piccolo frammento di Kaos, nell’episodio L’altro figlio. Sono solo poche righe nella novella: «È vero che Carmine Ronca […] se lo porta con sé il figliuolo di dodici anni, che già andava alla zolfara? Oh, Santa Maria, il ragazzo, almeno, avrebbe potuto lasciarglielo alla moglie. Come farà quella povera cristiana, ora, a darsi ajuto?». E una breve, intensa sequenza in Kaos. Quel quadro, appena abbozzato, rivive ora in una felice contaminazione a distanza: il bambino strappato alla madre dal padre in partenza per l’America – «sei anni dopo», recita la didascalia – è cresciuto covando dentro di sé rimpianto e rabbia. Forse per questo compie un’azione apparentemente incomprensibile: uccide la piccola Betty con un chiodo che uno strano destino ha deposto sulla sua strada.

Tuttavia, il finale pirandelliano, dove la disperazione transita nell’oblio, lascia il posto a un epilogo più sereno: il ragazzo invecchia, sempre lì davanti a una tomba finché tornano le parole dello scrittore: “Bisogna che il tempo passi e porti via tutti gli scenari della nostra vita, il mio me lo sono già arrotolato sotto il braccio”. E l’applauso ci riporta circolarmente al teatro. Lo spettatore che non ha cercato nel film la novella del titolo con i suoi echi verdiani – magari un racconto che si è perso per strada – non ha bisogno di altre istruzioni per l’uso: non esiste un adattamento fedele, ciò che conta è la fedeltà nel congedo.

Riferimenti bibliografici
R. Alajmo, M. Paladino, Le ceneri di Pirandello, Drago Edizioni, Palermo 2008.
G. Genette, Palimpsestes. La littérature au second degré, Éditions du Seuil, Paris 1982.
F. Truffaut, La Leçon de cinéma, Denoël, Paris 2021.

Leonora addio. Regia: Paolo Taviani; sceneggiatura: Paolo Taviani; fotografia: Paolo Carnera, Simone Zampagni; montaggio: Roberto Perpignani; musiche: Nicola Piovani: interpreti: Fabrizio Ferracane, Matteo Pittiruti, Dora Becker, Nathalie Rapti Gomez, Massimo Popolizio, Claudio Bigagli, Sinne Mutsaers; produzione: Les Films d’Ici, Rai Cinema, Stemal Entertainment; distribuzione: 01 Distribution; origine: Italia; durata: 90’; anno: 2022.

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