Il fascismo nel prisma delle arti contemporanee

di LUCA ACQUARELLI, LAURA IAMURRI e FRANCESCO ZUCCONI

Un estratto dall’introduzione al volume Le fascisme italien au prisme des arts contemporains. 

Il termine fascismo si agita nel nostro presente con rinnovata forza. Nel contesto italiano è presente come forma di accusa politica o per descrivere un certo contesto socio-culturale, ma anche come rivendicazione da parte di alcuni gruppi politici. In certi casi, il termine è legato all’esperienza storica del fascismo mussoliniano, mentre altre volte fluttua in un immaginario più o meno indistinto, costruito a partire da un riferimento indiretto agli elementi strutturali del fascismo.

Nello scollamento tra il fascismo storico e quello che potremmo chiamare “fascismo antropologico”, il continuo riferimento a tale termine – come un riflesso incondizionato – rischia di produrre scivolamenti, ad ogni passo. Chi rivendica lo spazio politico del fascismo ne imita più o meno rozzamente le simbologie: per questa via, si assiste alla legittimazione degli atti antidemocratici che hanno caratterizzato il Ventennio, ma anche al tentativo di trarre vantaggio dal residuo di sacralizzazione che la violenza di questa esperienza storica ha prodotto, facendola sopravvivere in un presente viscoso. D’altro canto, chi accusa gli avversari di essere fascisti si trincera dietro un’opposizione antifascista che, proprio mentre costituisce un insostituibile baluardo democratico, soprattutto nell’ambito dei diritti civili, rischia di diventare un argomento politico inefficace, limitando lo spirito emancipatorio delle politiche progressiste.

Le idee di «fascismo storico» e «fascismo antropologico», entrambe confrontate con un “antifascismo” più o meno efficace, si ritrovano nella riflessione politica di Pier Paolo Pasolini. Come anticipato, la prima delle tre espressioni si riferisce al fenomeno storico del fascismo e alla sua possibile ripetizione nei vari “presenti” caratterizzati da gesti ed estetiche estrapolate dal Ventennio: il saluto romano, il fascio littorio, il recupero propagandistico della romanità, una certa ritualità politica, etc. La seconda espressione definisce qualcosa di meno riconoscibile dal punto di vista degli apparati simbolici ma riassume la tendenza di una società, soggetta a un potere egemonico, la cui natura può oscillare tra un modello a carattere punitivo e disciplinare e un modello guidato dall’ossessione distruttiva del consumismo.

Situandosi nel contesto degli anni settanta, Pasolini osservava che se il fascismo storico aveva generato una facciata «scenografica» di irreggimentazione, senza «scalfire l’anima del popolo italiano», quello prodotto dalla «civiltà dei consumi» costituiva una forma di “fascismo” ancor più totalitaria, capace di determinare una vera e propria mutazione antropologica. Come è noto, Pasolini giunse a concludere che la lotta contro il fascismo stava diventando una sorta di ostacolo all’attacco dei veri nemici del suo tempo, mascherandoli e oscurandoli. Da parte sua, Ennio Flaiano fece dire qualcosa di simile a Mino Maccari, utilizzando un tono ben più acuto: «Il fascismo si divide in due parti: il fascismo propriamente detto e l’antifascismo». Questa volontà di affrancarsi dall’antifascismo per una efficace critica del fascismo contemporaneo è dunque riapparsa anche di recente; tutto questo, vale la pena sottolineare, mentre si verifica una legittimazione, sempre più sfacciata, di gesti e pensieri politici caratterizzati da una “maniera” fascista, non solo da parte di gruppi extraparlamentari ma anche di importanti figure istituzionali.

Questa impasse sembra segnare l’inizio di questo secolo, in un tempo presente ancora segnato dall’esperienza dei totalitarismi. Il risultato è una sorta di sospensione della pratica critica. Il ritorno del fascismo come paradigma interpretativo della contemporaneità sembra in tal senso rappresentare una sorta di ostacolo all’analisi del potere di natura non egemonica, riapparendo a fasi alterne come una moda e con una forza capace di monopolizzare il dibattito pubblico.

Nel caso italiano, in particolare, la demonizzazione del fascismo, innescata dalla formula del dopoguerra del filosofo Benedetto Croce che lo relegava in una “parentesi” della storia nazionale (anche se questa formula semplificava il pensiero crociano in tal senso), non solo ha contribuito all’affermazione di chiavi di studio fortemente ideologizzate ma, ancor più, ha alimentato una fascinazione trasgressiva che viene ribadita ad ogni nuova evocazione del termine “fascismo”. In altre parole, quanto più il fascismo è stato (ed è) avvicinato senza la profondità di un meticoloso studio culturale, tanto più il suo simulacro è stato (ed è) espressione di un fascinazione ai limiti del sacro. Con questo processo di demonizzazione, alcuni gesti e immagini sono stati dislocati sulle rovine della storia e, senza crepe, sopravvivono oggi impunemente, carichi di un’estrema forza simbolica.

Nonostante la svolta culturale negli studi sul fascismo, affermatasi tra gli anni settanta e ottanta, si è dunque assistito a una duplice cristallizzazione. Da un lato si è verificata una saturazione semantica del termine “fascismo”, un fenomeno già descritto da Michel Foucault in un’intervista al giovane Jacques Rancière alla fine degli anni settanta. In particolare, il filosofo francese ha criticato un approccio marxista o psicologizzante, sottolineando una «complicità generale nel rifiuto di decifrare ciò che [era] veramente» e suggerendo di rielaborare la questione da una prospettiva genealogica. Ad emergere è un’osservazione cruciale:

La mancata analisi del fascismo è uno dei fatti politici importanti degli ultimi trent’anni. Ciò lo rende un significante fluttuante, la cui funzione è essenzialmente di denuncia: i processi di qualsiasi potere sono sospettati di essere fascisti, così come le masse sono sospettate di essere fasciste nei loro desideri.

Dall’altro lato, si è assistito a un secondo fenomeno, inseparabile dal precedente, chiaramente messo in luce da Jean Baudrillard, quando sottolineava l’affermazione di una fascinazione estetica per il retrò, in un’epoca, come la sua di allora (ma anche la nostra di oggi), in cui si percepisce che la storia si è “ritirata” in una permanente bassa marea, lasciando “flussi” privi di riferimenti. Il fascino del retrò, di una storia mitizzata in storie, è quello che vuole «resuscitare il tempo in cui almeno c’era la storia, almeno c’era la violenza (anche se fascista), quando almeno c’era una posta in gioco nella vita e nella morte»: la consolazione di un orientamento interpretativo basato su un mondo di buoni e cattivi, di giusto e sbagliato.

Muovendosi a partire da tale scenario, questo libro traccia una traiettoria obliqua sul fascismo italiano, proponendo di guardare a questo fenomeno storico attraverso l’analisi di oggetti artistici che, più o meno direttamente, dal dopoguerra in poi, ne hanno proposto un’interpretazione. Le rielaborazioni critiche del fascismo italiano e del colonialismo imperiale offerte dal campo di sperimentazione a partire dal dopoguerra costituiscono a nostro avviso una forma di emancipazione dalle impasses sopra menzionate, nonché uno strumento per fare i conti, in chiave analitica e critica, tanto con un passato traumatico quanto con una forma di potere.

L’interrogazione di questo passato problematico attraverso il prisma delle arti contemporanee può del resto acquisire un’importanza cruciale per consentire un lavoro sul tempo della storia e per cogliere non solo le sue forme e strutture, ma anche il suo divenire. Lo spessore temporale e la densità semantica delle degli oggetti artistici permettono infatti di interagire con il quadro del discorso sul fascismo prodotto dalle scienze umane e sociali. Il rischio che abbiamo cercato di evitare a tutti i costi è tuttavia quello di inibire la forza immaginativa delle opere sottoponendole a quanto già emerso negli studi dedicati al fascismo e, in particolare, a quelli che hanno cercato di costruire un “archetipo ideologico” di questo fenomeno. In altre parole, non si tratta di sottoporre le forme della sperimentazione artistica alle interpretazioni storiche del fascismo, ma di osservare criticamente quest’ultimo attraverso il prisma delle arti contemporanee.

Riferimenti bibliografici
J. Baudrillard, Simulacres et Simulation, Galilée, Paris 1981.

E. Flaiano, La solitudine del satiro, Adelphi, Milano 1973.
M. Foucault, “Pouvoirs et stratégies”, in Dits et Écrits, II, Gallimard, Paris 2001.
P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975.

*Il libro sarà presentato durante la manifestazione, promossa dall’Aamod, “Il fascismo. Un ventennio di immagini” (Roma, 7-11 novembre 2022). 

Luca Acquarelli, Laura Iamurri, Francesco Zucconi, a cura di, Le fascisme italien au prisme des arts contemporains. Réinterprétations, remontage, déconstruction, Presses Universitaires de Rennes, Rennes 2021.

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