Parte tutto da una favola di Esopo, quella che ispira il titolo del film di Tommaso Landucci, tramandata in diverse varianti e conosciuta come La scimmia e i suoi due cuccioli (The Ape and her Two Young Ones). Una scimmia, madre di due piccoli, nutre un affetto smodato per uno di essi, mentre trascura e disprezza l’altro. La seconda parte della favola vede morire il cucciolo prediletto e sopravvivere quello disdegnato: un monito sulla cattiva genitorialità, sul fallimento della volontà di fronte al destino e sui rischi di un amore soffocante capace di produrre effetti opposti a quelli desiderati. I figli della scimmia prende le mosse, in realtà, soltanto dallo spunto iniziale di Esopo – la predilezione di un figlio sull’altro – e ne dirotta le possibilità di significato, portando avanti una storia minuziosamente scritta e messa in forma con coerenza.

Il contesto è quello di una famiglia di media borghesia (periti assicurativi), le cui dinamiche interne vengono a galla con una progressione quasi naturalistica, lungo il semplice svolgersi del montaggio e i movimenti dei personaggi nello spazio, senza cedere a eccessi o didascalismi dialogici. Dario, interpretato da Riccardo Scamarcio con sorprendente precisione in levare, è un padre da sempre dedito alla cura di Enrico, suo figlio disabile, colpito da paralisi cerebrale infantile. Complice forse l’arrivo di una crisi di mezza età, Dario comincia lentamente, per piccoli gesti privi di malizia, a distrarsi: quello che prima faceva spontaneamente per suo figlio, ora lo deve fare. Il desiderio si trasforma in obbligo. Nessun evento particolarmente eclatante, soltanto lo slittamento inconsapevole delle sue attenzioni dal figlio al nipote Giacomo, con cui inizia a stringere uno strano rapporto che mescola senso di paternità e bisogno di amicizia.

L’intero impianto narrativo e formale del film si basa sulla rimozione di un lutto latente mai elaborato. È il tabù genitoriale di chi non desiderava un figlio disabile né la routine di sacrifici che ne consegue. Molta dell’efficacia del testo audiovisivo risiede nelle cose che non ci si può dire, a cui la sceneggiatura si adegua con rispetto e discrezione. Il formato 4:3 rimuove, esclude a sua volta personaggi e dettagli che si muovono attorno a Dario: lo sguardo del regista – quasi sempre a macchina fissa – è concentrato ossessivamente su di lui, a cogliere proprio gli scarti fra la sua dedizione e la sua distrazione. Sono spesso gli altri a dover entrare nella sua inquadratura, come accade fin dall’incipit piuttosto indicativo, che si ricongiunge alla stessa unità di luogo nel finale. A precedere il primo fotogramma è il suono di un gesto che si ripeterà lungo il corso del film, ossia quello della mano di Dario che lava il corpo di Enrico nella vasca da bagno. La camera fissa indugia su Scamarcio, colto in un’espressione che oscilla fra tenerezza, sincero affetto e accenni di stanchezza, e ci offre tardi il controcampo del bambino. Prima, alle spalle di Dario, fa ingresso la moglie, che presto capiamo aver da sempre affidato al marito l’accudimento operativo del figlio: una divisione dei compiti mai imposta, ma per anni abbracciata da Dario con premura.

Nonostante il chiaro interesse a sondare la postura genitoriale di Dario, il film lascia intravedere la stratificazione di tre livelli di paternità: oltre alla sua, quella inflessibile del fratello (interpretato da Fausto Russo Alesi) col nipote e quella del loro padre testardo e vagamente permaloso, che non nasconde troppo una predilezione per Dario. Il nipote, d’altra parte, è come se trovasse nello zio una via di fuga edonista dal rigore paterno: mentre suo padre resta impegnato ad assicurargli un futuro, Dario, nella sua spensieratezza – su cui si adombra il sospetto di superficialità – tende a vivere l’immediato. Dario comincia a fare con Giacomo quello che non può fare con il figlio: muoversi. Gli insegna, come prima cosa, a stare in equilibrio sulla moto da cross, cogliendo ogni occasione per ricordargli che da giovane lui faceva le gare. Parla di ragazze, rievoca il suo amore per i Radiohead cercando una connessione. “Hai sempre fatto le cose a metà. Da piccoli volevamo un cane e tu hai contrattato per il criceto”, così Dario rimprovera invece il fratello, contrario a comprare a Giacomo una nuova moto da cross, mettendo a segno uno degli squarci di leggerezza del film, grazie al felice sposalizio attoriale dei due e ad alcune sponde comiche di sceneggiatura.

L’idea di equilibrio che Dario cerca di impartire al nipote per renderlo un autonomo compagno di scampagnate tra i boschi riflette bene il tentativo (maldestro) di un suo equilibrio: ottemperare ai bisogni della sua famiglia, ma ritagliando spazi per sé, per la salute che trascurava e per un sano divertimento. In questo senso Scamarcio, quasi castigato (anche fisicamente) alla mitezza di un padre-marito perfetto, è decisamente convincente e porta con sé un discorso tutto extratestuale. Non soltanto perché la casa di produzione da lui fondata, la Lebowski, sta dietro al film in questione, ma perché il suo passato da “bello e dannato” riversa sul personaggio un’indole repressa che si manifesta occasionalmente in scene di nervosismo quotidiano – traffico, personale scortese, tempi della sanità pubblica – e ci restituisce l’idea della personalità fumantina, facilmente irritabile, che bussa alle pareti della sua scorza solida e affidabile. Si nasconde in lui un gigante addormentato, potremmo dire, per riprendere il precedente lungometraggio di Tommaso Landucci Caveman – Il gigante nascosto, documentario su uno scultore che per trent’anni ha lavorato alla realizzazione di un gigante addormentato nel cuore della terra, a 650 metri.

Proprio dall’esperienza di quel documentario, a detta del regista, verrebbe anche il metodo basato sulla fiducia data agli attori. In quel caso riguardava il rapporto con lo scultore Filippo Dobrilla, mentre ne I figli della scimmia questo lasciarsi guidare dal corpo dell’attore avrebbe permesso la scena del bagnetto, suggerita dallo stesso giovane Andrea Aggio (interprete di Enrico). Questo spiega l’autenticità che trasuda il film, che sembra molto spesso puntare su un approccio evenemenziale. La scelta del 16mm e della macchina fissa, già sperimentata nel cortometraggio Tutti i giorni di pioggia, girato un anno prima con la stessa troupe, si accorda perfettamente al tono intimo-umanista perseguito dal film.

La crisi di Dario, mai verbalizzata nemmeno dalla moglie, che pure nota tutto, si risolve in maniera quasi naturale. Il nipote si distrae a tal punto dai suoi doveri scolastici che viene bocciato e scappa pur di non dirlo al padre, innescando un conflitto fra quest’ultimo, che si sente scavalcato nel suo ruolo, e lo zio. “È bello che hai trasmesso la passione a tuo figlio”, dice un amico a Dario, cadendo in un equivoco sull’identità di Giacomo che lui, in un silenzio amplificato da una dissolvenza, non ha il coraggio di correggere. Ciò che emerge, però, da questo lavoro di Landucci è l’idea di un cinema che vibra e prende vita nella convinzione che vadano esplorate le zone grigie dell’umano con occhio etico e amorale, che spieghi senza giustificare, che metta lo spettatore in un limbo di non giudizio verso nessuno dei personaggi convocati.

I figli della scimmia. Regia: Tommaso Landucci; sceneggiatura: Tommaso Landucci, Damiano Femfert; fotografia: Guido Michelotti; montaggio: Andrea Maguolo; scenografia: Antonella Di Martino; costumi: Giulia Accornero; interpreti: Riccardo Scamarcio, Fausto Russo Alesi, Lidiya Liberman, Cristina Odasso, Tancredi Naldini, Andrea Aggio, Luigi Diberti; produzione: Lungta Film, Lebowski, Mosaicon Film; origine: Italia; durata: 110’; anno: 2026.

Tags     disabilità, paternità
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