Laguna è un film necessario. Questo è il primo pensiero che corre alla mente dopo la visione dell’ultimo lavoro di Sharunas Bartas. Necessario anzitutto come percorso, processo. Sì, perché ci sono film che hanno il loro senso più profondo nell’essere non narrazioni o simboli, ma viaggi o percorsi. Soprattutto se sono viaggi che salvano o che curano.

La cura da una ferita che mai si rimarginerà, la morte di una figlia. Il lacerante film precedente del regista lituano, Back to the Family, nasceva come lavoro a quattro mani, scritto da Bartas e da sua figlia Ina Marjia Bartaité, giovane e promettente attrice, morta per un incidente prima della realizzazione del film. Il dolore è lancinante e il film ne è impregnato. Bartas trasforma il progetto iniziale in qualcosa d’altro, riscrive il film e lo fa interpretare ad un’altra giovane attrice. La morte annunciata dell’anziana nonna spinge una ragazza a tornare al villaggio natìo, e qui il suo volto riflette la violenza di una vita familiare che ha abbandonato e che non può essere né perdonata, né dimenticata. Film amaro, troppo forse.

La ferita rimane, così come la necessità della cura, che non rimargina le ferite, ma è in grado di creare qualcosa. Laguna è questa creazione. Il film inizia con le parole dello stesso Bartas, che narra della morte della figlia, mentre sullo schermo vediamo le immagini della ragazza. Ma il racconto scarta dagli eventi reali. Il regista racconta che Ina Marjia è morta in Messico (in realtà l’attrice è morta per un incidente stradale a Vilnius) e che ora si è recato in Messico insieme all’altra figlia, Una Maria (figura quasi fantasmatica, raddoppiamento spettrale di Ina Marjia).

Il prologo dispiega allora le forme ibride del film, come già altre volte è accaduto nel cinema di Bartas – basti pensare a Peace to Us in Our Dream, dove il regista, sua figlia e il suo compagno passano il tempo in una casa in campagna confrontandosi sui loro affetti, le loro relazioni e il loro sguardo sul mondo. Una forma ibrida in cui il reale in fondo indicibile (la morte) passa attraverso un gioco di finzioni necessarie. È ciò che spesso ha caratterizzato il cinema di Bartas: la trasfigurazione finzionale, allucinata del reale degli affetti e delle emozioni. È il percorso messo a punto con la figlia Ina Marjia, che, come detto, della prima versione di Back to the Family era stata coautrice.

In Laguna è il Messico a diventare allora lo spazio reale e al tempo stesso allucinato del film. I due vivono in una capanna in mezzo alla giungla e noi li accompagniamo in lunghe scene notturne, dove padre e figlia parlano della vita e della morte, dell’assenza e della nostalgia, a partire da un compleanno festeggiato in solitudine, con un piccolo dolce e una piccola candela, la cui luce però ci permette di vedere i volti dell’uomo e della bambina, le loro espressioni, il riverbero dei loro discorsi. La notte avvolge il film dall’inizio, lo spazio è circoscritto, le parole sussurrate: è l’inizio del viaggio.

Una esplora gradualmente quello spazio allucinato. Trova i resti delle tartarughe che hanno cercato di raggiungere il mare e sono state divorate dagli uccelli. Un altro simbolo di morte che avvolge l’oscurità del film e la malinconia dei loro discorsi. Nello spazio allucinato della giungla messicana si leva un canto. È quello di un ragazzo che celebra così i suoi cari durante una celebrazione della festa dei morti in un cimitero messicano. Il viaggio dunque continua, e sempre più ci rendiamo conto che si tratta di un viaggio interiore, di consapevolezza, di accettazione, di riscoperta della vita.

Lentamente, ma con decisione, la notte e l’oscurità lasciano spazio al giorno e alla luce. Una incontra un ragazzino durante una delle sue peregrinazioni lungo la fitta vegetazione della giungla. I due si guardano, si studiano, si sorridono. Li vedremo poi giocare insieme: “Come ti chiami?” si dicono in spagnolo. Li vedremo giocare insieme, scoprire le meraviglie della giungla, li sentiremo ridere. La notte padre e figlia affrontano l’ultimo discorso, l’accettazione dell’inaccettabile, della morte senza senso di Ina Marjia, di colei che porteranno sempre all’interno del loro cuore. Il giorno dopo, ancora una volta, la luce irrompe; i due sono separati, ma forse si trovano nello stesso luogo, a poca distanza l’uno dall’altra. Una ha in mano una piccola tartaruga, viva, che accompagna dolcemente verso il mare, per poi lasciarla andare. Bartas guarda fisso di fronte a sé, forse sta osservando la scena e, finalmente, una lacrima scende lungo il viso.

È in questo doppio movimento che si sviluppa la potenza del cinema di Bartas, la dimensione di cura del film. Il reale – il Messico, la giungla, la capanna, la spiaggia piena prima di cadaveri e poi di animali che vanno verso la vita, verso il mare, il canto struggente in onore dei morti – assume una dimensione allucinata, spettrale. Paradossalmente è qui che la visionarietà del film trova il suo spazio più proprio. La finzione, la scrittura, i dialoghi diventano invece lo spazio di elaborazione del lutto, come questo film dimostra. Tutta la prima parte, oscura, sepolta, che ha la forma di un viaggio notturno, è la parte necessaria, quella in cui ha luogo la scoperta del dolore, della perdita, della morte. In ogni istante risuona la sua ineluttabilità. Il viaggio porta poi ad una accettazione dolorosa, e quindi all’avvento della luce del sole, del gioco, del muoversi alla presenza della vita. Un viaggio necessario, un film che cura proprio perché affronta a suo modo la realtà del dolore.

Laguna. Regia: Sharunas Bartas; sceneggiatura: Sharunas Bartas, Geoffroy Grison; fotografia: Lukas Karalius, Alina Lu; montaggio: Lucie Jego, Alina Lu; musiche: Gabriele Dikciute; produzione Studija Kinema, KinoElektron; origine: Lituania, Francia; durata: 102’; anno: 2025.

Tags     Lutto, reale, spettro, Venezia 82
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